Cover image

Viva gli artisti che fanno come gli pare: Thom Yorke

di Marco Rigamonti

Quando Paul McCartney chiede assistenza a Nigel Godrich per il suo tredicesimo disco, nel 2007, il produttore supera un comprensibile attacco di panico, ma alla fine accetta. D’altronde è difficile immaginare che qualcuno possa resistere alla tentazione di collaborare con un pezzo di storia della musica. Però è successo: invitato a suonare il pianoforte in un brano di Memory Almost FullThom Yorke declina cordialmente la proposta di McCartney. «La canzone è bellissima, ma per suonare quella parte di piano bisogna sapere gestire le mani separatamente. Io non sono capace. Mi limito a strimpellare».

Non è una scusa, e non si tratta di mera umiltà. È un’osservazione che scaturisce da un’analisi realista e genuina, che non contempla approfondimenti su eventuali tornaconti personali. «Thom non era dotato come il suo amico Jonny Greenwood – ha rivelato il suo insegnante di musica del liceo – Però era un grande pensatore e adorava sperimentare». Sono parole che descrivono bene l’attitudine di un musicista atipico, che non si è mai preso la briga di imparare a leggere spartiti, convinto che comporre attraverso un’impostazione classica rappresenti un ostacolo alla libertà di espressione. Una libertà che Thom vuole tenersi stretta, e dalla quale nascono veri e propri colpi di genio. Un esempio? Pyramid Song. Gli accordi di piano cadono in posizioni scomode, inducendo l’ascoltatore ad avvertire una certa instabilità, quasi come se il brano fosse pericolante. In realtà il singolo tratto da Amnesiac è in 4/4, una metrica assolutamente ordinaria: è il pensiero laterale di Yorke a donare profondità alla canzone, che suona ritmicamente ostica a prescindere dalla sua strutturale “normalità”. Chissà se sarebbe mai arrivato a un risultato simile facendo affidamento sulle teorie più che sul feeling.

La filosofia di Thom prevede un buon grado di naturale improvvisazione. Come quando durante il tour di Kid A gli viene spontaneo compensare la mancanza della chitarra a tracolla tenendo occupate le braccia in altro modo, finendo così per inaugurare i suoi iconici balletti nervosi. Quelle movenze istintive ipnotizzano anche Luca Guadagnino, che lo implora di scrivere la colonna sonora del suo remake di Suspiria, profondamente incentrato sulla danza. All’inizio Thom, intimorito dall’inevitabile confronto con le opere dei Goblin, non se la sente; quando capisce che il lavoro del regista è un omaggio che va in tutt’altra direzione rispetto all’horror di Dario Argento, salta a bordo e sforna una soundtrack da urlo. L’esperienza cinematografica lo segna al punto che chiede a Damien Jalet, coreografo del film, di collaborare per il cortometraggio a firma Paul Thomas Anderson pubblicato con il suo terzo disco solista, Anima. Un album aulico e lunatico, in linea con le infatuazioni elettroniche che a fine anni ’90 l’avevano scosso dal blocco creativo post Ok Computer.

Dopo il successo del capolavoro del 1997, alla ricerca di nuovi stimoli, Thom sceglie di andare in pellegrinaggio in Cornovaglia, camminando tra le scogliere e passando il tempo a scrivere e disegnare. La colonna sonora di questa parentesi solitaria è composta quasi interamente dai lavori di Aphex Twin e Autechre, paladini della IDM (Intelligent Dance Music). Una musica spigolosa e robotica, dove non c’è spazio per la voce umana. Ma nella quale Thom individua lo stesso potenziale emotivo delle canzoni suonate alla chitarra. Nella testa di Yorke il rock è giunto al capolinea: la brusca svolta stilistica di Kid A parte da qui.

«Da bambino credevo che la fama avrebbe colmato un vuoto, ma in realtà è successo il contrario: ero al centro dell’attenzione, e volevo essere da tutt’altra parte». Ok Computer consacra i Radiohead, ma risucchia la linfa vitale di Thom. «Chiudi gli occhi, e convinciti di non essere qui. Ripeti alla nausea che tutto questo non sta succedendo» è il suggerimento dell’amico Michael Stipe, mantra che si riflette nel testo della catartica How To Disappear Completely. Più tardi, Thom riuscirà ad affrontare il suo smarrimento in maniera più lucida: “Non c’è alcuna scintilla nel buio – mormora in Analyse – Sei giù di morale, perché stai solo ricoprendo un ruolo”. Parole non casuali per quello che sarà il suo primo album solista.

The Eraser è un disco politico e inquieto, concepito come la colonna sonora dell’isolamento. Paradossalmente, tre anni dopo la pubblicazione l’album diventa motivo di condivisione per l’autore: l’esigenza di proporre i brani dal vivo spinge Thom a formare il supergruppo Atoms For Peace insieme a Nigel, Flea (Red Hot Chili Peppers), Joey Waronker (Beck, R.E.M.) e al percussionista brasiliano Mauro Refosco. Ma inizialmente le nove schegge sbilenche costruite su un laptop volevano simboleggiare la solitudine di un viaggio in un posto dimenticato da Dio, o di un pendolare bloccato nel traffico opprimente di una grande città. A differenza delle composizioni sperimentali che le hanno ispirate, le tracce ospitano la sua voce priva di effetti: il contrasto tra le contorte architetture elettroniche e l’umanità del timbro naturale di Yorke è sconvolgente. Sembra quasi che Thom voglia ribadire che esiste un modo per andare d’accordo con la tecnologia, il motore che sta spingendo il mondo a una velocità folle, soffocante. In particolare, è la rete a destabilizzare tutto, music business compreso: questo diventa uno dei bersagli preferiti di Thom. Prima con i Radiohead per In Rainbows e quindi nel suo cervellotico Tomorrow’s Modern Boxes prende posizione chiaramente contro le major, accusate di non gestire a dovere la distribuzione della musica in questa nuova era. Dopo l’eclatante pay-what-you-want, ecco l’esperimento pay-gate: un piccolo contributo per scaricare le tracce in formato mp3 attraverso un torrent, così da bypassare i servizi di streaming, definiti senza mezzi termini “custodi auto-eletti”.

L’operazione frutta applausi e critiche: ma per la sua piccola rivoluzione Thom preferisce rischiare, ragiona per tagli netti. L’ha sempre fatto, e questo è il motivo per cui non si è mai sentito obbligato a rimettersi in gioco: piuttosto, preferisce azzerare tutto. Lo ha fatto nello stile con i Radiohead, dopo Ok Computer. L’ha ripetuto assumendo una posizione commerciale intransigente con In RainbowsAccettare l’invito di Paul McCartney avrebbe aggiunto una collaborazione di valore al suo curriculum, ma ha preferito tirarsi indietro per rispettare i suoi ideali. Thom mette sempre il pensiero davanti a ogni vantaggio. Ai tempi del liceo, un amico l’aveva soprannominato “Salamandra”: l’appellativo non gli era mai andato giù. Nella simbologia del medioevo, la salamandra identificava le virtù che consentono alla persona retta di passare indenne attraverso tribolazioni e tentazioni. Il suo compagno del liceo ci aveva visto lungo.

Foto di Jim Dyson