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Storie di grandi canzoni: Paranoid Android dei Radiohead

di Silvia Danielli

Sarà capitato un po’ a tutti di andare una sera al bar con il migliore umore del mondo, ma a un certo punto non sopportare più nessuno e desiderare soltanto correre a casa. Solo che, nel nostro caso, questa situazione non ci ha spinto a scrivere uno dei capolavori della musica rock degli anni ’90 come è capitato a Thom Yorke con Paranoid Android.

La scena è a Los Angeles, in un pub dove il cantante dei Radiohead vuole solo farsi gli affari suoi, finché a un certo punto viene circondato da persone sovreccitate (probabilmente piene di coca) che iniziano a chiedergli qualsiasi cosa. I disturbatori diventano in qualche modo violenti, e la scena si fa caotica, come quando una donna va fuori di testa perché le viene versato un drink addosso. Ore dopo, a letto, sogna la voce di quella donna, le urla del pub, e alle 5 del mattino si alza per scrivere le liriche di Paranoid Android: “Per favore qualcuno potrebbe fermare il rumore, sto cercando di riposarmi un po’ – recita il testo –  Calci, strilli, piccola porcellina di Gucci”. Musicalmente, quel brano era già pronto da un po’, ma mancavano le parole: inquadrata la scena madre, l’invettiva di Thom si allarga. Dal microcosmo del pub si arriva a criticare il sistema capitalistico nel suo insieme, responsabile di un abbrutimento umano al di là di ogni valutazione prettamente politica (“l’ambizione ti rende piuttosto disgustosa”).

I livelli di lettura si moltiplicano se consideriamo anche il videoclip disegnato da Magnus Carlsson, frequentissimo nelle rotazioni di MTV di quegli anni nonostante il suo linguaggio visivo crudo, criptico, poetico. Il protagonista è Robin, personaggio eponimo di una serie animato di Carlsson per la tv inglese: è un nullafacente, un peso sulla società, un pigro e un depresso. Se avete visto BoJack Horseman su Netflix, può essere considerato lo zio preso male di Todd, coinquilino di BoJack. Ma i significati si assommano ulteriormente se, in questa storia, invitiamo anche Marvin, l’androide paranoico (da qui viene l’espressione “paranoid android”) della saga di fantascienza Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams. Marvin è sempre depresso perché la sua mente molto vasta è costretta a dedicarsi sempre ad attività banali e ripetitive: un’umoristica metafora dell’essere umano nella civiltà moderna e capitalista, obbligato a concentrarsi sul quotidiano, intrappolato da piccole manie (suona familiare?), destinato a sprecare il potenziale della sua intelligenza.

In una parola, alienato: proprio come Robin, disoccupato cronico, disperato mentre piange sotto la doccia, indifferente di fronte a una donna nuda. Quando in un pub viene calpestato da un uomo e ridicolizzato da un’orribile figura femminile che gli versa un cocktail in testa, torna alla luce la situazione che aveva scatenato l’ispirazione di Thom (e non a caso ci sono i Radiohead stessi, seduti a un tavolo a bere birra). Robin scappa, si rifugia in cima a un palo mentre un omone d’affari in tanga (lo yuppie citato nel testo?) tenta di segare il palo stesso: un finale assurdo e fuori dal mondo, da immaginare come unica possibile soluzione per un mondo caotico e brutale.

L’unicità della canzone non si limita al testo e al video, ma riguarda anche la struttura: frammentata in almeno tre/quattro movimenti ben distinti, come la psiche impazzita di Robin, di Thom, dell’uomo in generale. Prima eterei tappeti elettronici, poi arpeggi di chitarra commoventi che sfociano in un riff punk, quindi la triste elegia del falsetto di Yorke e un coro quasi “celestiale”. Una soluzione ambiziosa ma non inusuale per chi aveva preso a modello il rock indipendente americano così come le più coraggiose esperienze sonore britanniche. 

La scintilla di quel pezzo era scattata nell’agosto 1996 quando i Radiohead stavano incidendo a St. Catherine’s Court, una dimora Tudor vicina a Bath, luogo dove si sentono molto più a loro agio rispetto a un tradizionale studio di registrazione. Il batterista Phil Selway un giorno fa partire un loop di batteria e tutti quanti iniziano a suonarci sopra le percussioni. Sono i primi vagiti di Paranoid Android: a quel punto la band si trova in mano solo frammenti di canzone ma non si sa come unirli. Finché non decidono di fare come i Beatles, quelli del White Album, di Happiness Is A Warm Gun, maestri di collage e texture sonoreIl chitarrista Ed O’Brien aggiunge un elemento, pensando a un punto d’incontro tra Bohemian Rhapsody e i Pixies: «Ma non siamo certo arrivati a una Bohemian Rhapsody degli anni ’90: non è abbastanza complessa e contiene troppa tensione».

Tanto per aumentare la complessità, in origine il pezzo ha un’ulteriore sezione. Quando la band di Oxford prova dal vivo le prime incarnazioni di Paranoid Android, in apertura dei concerti di Alanis Morrissette nel ’96, il finale è un lunghissimo assolo di organo, che poi viene tagliato. Al suo posto, sul disco, si sente un coro (“rain down”): «Chissà che cosa è stato meglio, di sicuro mi spiace aver perso tutta quella pazza psichedelia», dice il chitarrista Jonny Greenwood. Al posto dell’organo, ci sarà proprio la chitarra chiassosa e incattivita di Greenwood: peraltro, quel pezzo strumentale era stato scritto in separata sede, ma il gruppo lo ripesca per completare il brano. Una sinfonia agorafobica che è un collage: molto appropriato, se si parla di una mente a pezzi.

Tutti quanti, nella band, sanno di avere tra le mani una hit: «È la canzone che tiriamo fuori dal cilindro quando qualche amico ci chiede: e allora come è l’album nuovo? Così si chiedono: se è così il singolo nuovo chissà il resto dell’album!», dice Ed O’Brien. Paranoid Android effettivamente va benissimo in quasi tutto il mondo (tranne negli Stati Uniti, dove viene richiesta una versione più corta, inutilmente). E il pezzo ha il merito di non essere solo una hit, perché tra le righe anticipa gran parte dei temi contenuti in Ok, Computerla critica al volto più rapace e disumano del capitalismo, e il terrore per lo sviluppo fuori controllo della tecnologia. Temi che diventeranno chiodi fissi per Yorke, anche da solista. Chiaramente frutto di riflessioni profonde, non una visita occasionale: non è per moda, insomma, che il cantautore dipinge scenari sociopatici e paranoici, nel 2019 come nel 1997. Dietro c’è qualcosa di vissuto, di tangibile, perfino di banale: come una serata orribile in un pub di Los Angeles. 

Foto di Jim Steinfeldt