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Storie di grandi canzoni: Fake Plastic Trees dei Radiohead

di Marco Rigamonti

Si dice che nei dintorni di Londra abiti una signora che, munita di annaffiatoio di plastica verde, si prende cura della sua pianta cinese coltivata in un giardino artificiale. Si narra anche che tale signora conviva con un uomo di polistirolo che negli anni 80 faceva il chirurgo plastico. Se dopo avere letto queste righe pensate alle famigerate fake news non siete nel posto giusto. Se invece vi viene in mente comunque la parola “fake”, ma associate il quadro descritto a un pezzo che ha segnato la vostra adolescenza siamo sulla stessa lunghezza d’onda: no alla disinformazione, sì ai Radiohead.

Nel 1994 i Radiohead, reduci dalla conquista dell’America con un singolo titanico come Creep, sono chiamati a confermarsi con un nuovo disco. Verrebbe naturale credere che dopo una simile hit la strada possa essere in discesa, ma in realtà le circostanze non sono propriamente ottimali. I ragazzi di Oxford si trovano tra l’incudine (l’etichetta che preme per un follow-up in grado di bissare l’exploit) e il martello (la ferma volontà di sganciarsi dall’odiato marchio di “band leggermente grunge” appioppatogli dalla stampa). Inoltre il tour è stato molto lungo, quasi due anni di concerti, e poco proficuo in termini di autostima: Thom Yorke ricorda che il pubblico sfollava dopo l’esecuzione del singolo nel bel mezzo del live, e la sensazione di impotenza che provava nell’interpretare canzoni che – considerata la sua velocità di pensiero – appartenevano a un’era ormai lontanissima. La band soffre già di una patologia che si potrebbe definire “bisogno di costante innovazione”. La loro carriera è appena iniziata, ma il desiderio di evolversi è già tangibile.

I Radiohead si fanno trovare pronti con un buon numero di pezzi che aspettano solo di essere incisi. Ma oltre a questi brani nel cervello di Yorke è intrappolata una melodia che non riesce a materializzarsi, indugiando nel limbo tra ispirazione e partitura. L’illuminazione si fa attendere, ma alla fine giunge in una serata solitaria e alcolica: contravvenendo al principio di soppesare ogni singola parola con cautela, il nostro si lascia andare e scrive tutto quello che gli passa per la testa buttando giù una fiaba conturbante che trae spunto da un parco londinese costituito perlopiù da vegetazione artificiale. Comporre in questo modo si rivela un’attività così ricreativa che a Thom scappa da ridere durante lo svolgimento, e tutt’ora sostiene che il testo sia estremamente divertente – «specialmente la parte sul polistirolo». Ma guai a pensare che non abbia un significato: il frontman dei Radiohead lo considera “uno scherzo che in realtà non è uno scherzo”, e a sua detta rimane uno dei testi migliori che abbia partorito.

È difficile non essere d’accordo con lui. Elevare all’ennesima potenza la finzione dipingendo con leggerezza fanciullesca un mondo completamente contraffatto è geniale. L’alberello artificiale non ha nessun bisogno di acqua, anche perché le sue supposte radici affondano in un terreno non organico. Eppure, la protagonista si prende la briga di annaffiarlo (con un aggeggio di plastica, naturalmente). L’uomo di polistirene che un tempo era specializzato in ritocchi del corpo perde i pezzi, ma non sembra granché turbato: se ne sta lì senza intervenire, a sgretolare e bruciare, perché ha imparato che la gravità vince sempre (opinione personale: «Gravity always wins» sia per il significato che per il suono è a mio parere uno dei versi più incisivi della storia della musica rock). In questo scenario bizzarro e decadente la prospettiva cambia all’improvviso: nell’ultima strofa la narrazione in terza persona soccombe a una visuale soggettiva e Thom abbandona il falsetto urlando con dolore la sua impossibilità di opporsi a un amore di plastica che lo tiene imprigionato. È una metafora: ci troviamo non di rado in situazioni che razionalmente eviteremmo, ma nonostante la soluzione si presenti limpida davanti ai nostri occhi non riusciamo a fare altro che assecondare il nostro istinto. E la cosa col tempo ci consuma.

La band tenta di registrare il brano, che a un certo stadio suona talmente pomposo da sembrare un’imitazione mal riuscita di November Rain dei Guns N’ Roses (parola di Ed O’Brien). Il giorno della svolta arriva, ma parte malissimo: Thom si sveglia con la luna storta e non pare molto collaborativo. Dopo ore infruttuose, gli altri componenti vengono gentilmente accompagnati alla porta e lui rimane da solo con la sua chitarra. Quello che accade dopo viene descritto così da Johnny Greenwood: «Thom ha registrato tre take del pezzo in versione acustica, e poi è scoppiato in lacrime». Ci vogliono comunque mesi per curare nei minimi dettagli l’arrangiamento di Fake Plastic Trees, che rischia di non vedere la luce per l’intervento dell’etichetta americana: senza chiedere alcun permesso fa remixare il pezzo per renderlo più appetibile al mercato interno. Il mix viene bocciato senza riserve da Thom, e la versione che viene consegnata alla storia è costruita intorno a una delle tre fatidiche registrazioni solitarie di quel bellissimo giorno di luglio.