«Alla fine degli anni ’70 c’era un gruppo rock inglese ancora sconosciuto che doveva suonare in un club di Parigi. Nessuno di loro aveva soldi e dormivano in una zona malfamata della città dove giravano parecchie prostitute. Sì, eravamo proprio noi… Quando tornai in albergo dopo il concerto vidi nella hall il manifesto di Cyrano de Bergerac e mi ispirò: associai il nome della sua amata Roxanne a quello di una prostituta che mi aveva colpito e alla quale avevo deciso di dedicare una canzone». 

Dopo l’introduzione – in un buon italiano – parte Roxanne: Sting dà inizio così al concerto di My Songs al Mediolanum Forum di Milano, andato in scena ieri. Un concerto, sì, ma quasi più un recital per come l’inglese snocciola gli aneddoti dietro i grandi successi: in fondo è questo il modo migliore per ripercorrere una carriera più che quarantennale, attraverso il racconto.

Lo spettacolo inizia con 54 minuti di ritardo, ma non certo per colpa di Sting e della band da 9 elementi che lo accompagna. È una delle prime volte in cui il biglietto è nominale per legge, quindi bisogna presentarsi con il documento d’identità e non si può cederlo a terzi: la conseguenza è che la fila ai controlli è piuttosto lunga (ne avevamo lungamente parlato qui).

Ma non è l’unico imprevisto perché Gordon Sumner si presenta con una spalla fasciata dato che si è operato a un tendine che aveva rotto nelle settimane precedenti. Non può ovviamente suonare il basso ma la voce è energica e impeccabile, il fisico muscoloso e asciuttissimo: incredibile per un 68enne, ma lui non è un 68enne normale. «Come si dice in questi casi, the show must go on», dice: non sappiamo ancora cosa diamine dovrebbe capitargli per impedirgli di presentarsi su un palco.

Dopo Roxanne è la volta di un altro cavallo di battaglia dei Police, subito in apertura, quasi per levarselo di torno: Message In A Bottle. Le canzoni hanno arrangiamenti leggermente diversi rispetto alle versioni originali, perché il rimando è all’album My Songs, uscito a maggio. Sting aveva voluto rivedere i suoi classici perché – aveva dichiarato – voleva «renderle più contemporanee possibile. Anche la mia voce cambia: ha diverse sfumature invecchiando». Il Forum è stato preparato per far sedere gli spettatori, ma i presenti potevano tranquillamente stare in piedi, a giudicare dall’entusiasmo palpabile nel palazzetto. Ovviamente di ragazzini ce ne sono pochissimi, ma la gente ha lo stesso voglia di cantare a squarciagola le canzoni che sa a memoria.

«Il bello dei vecchi pezzi sono i ricordi che scatenano nella gente», aveva dichiarato non a caso Sting, sempre alla presentazione di My Songs. E nonostante i ri-arrangiamenti, la gente in effetti si alza in piedi e canta come se non fosse passato un giorno, quando parte If You Love Somebody Set Them Free, e rimane in piedi anche per Brand New Day e Seven Days. Ci sono anche canzoni che non suscitano chissà che fremito: Whenever I Say Your Name, che il cantante aveva interpretato nel 2003 con Mary J. Blige, e If You Can’t Find Love, dell’album insieme a Shaggy del 2018, che già aveva lasciato freddi i fan più accaniti.

Per riprendersi la platea non ci vuole molto: metti in fila Fields Of Gold, Shape Of My Heart e Wrapped Around Your Finger, e avrai il pubblico ai tuoi piedi. Allora puoi anche permetterti di giocare con i pezzi che chiunque vorrebbe sentire esattamente come sono, tipo Walking On The Moon il cui sapore reggae viene accentuato al punto di fondersi in medley con Get Up Stand Up, trucchetto sotto forma di omaggio a Bob Marley che viene ripetuto poi con So Lonely che diventa  No Woman No Cry. 

Qui e là capita di sentire il passare del tempo: come quando senti la scarsa raffinatezza dell’arrangiamento arabeggiante di Desert Rose subito prima del groove senza tempo di Every Breath You Take, tanto per fare un esempio. Eppure certe cose non cambiano, come le tensioni tra due metà del mondo, che riemergono nel ritratto della Guerra Fredda Russians; o la coscienza delle debolezze dell’umanità, sempre attratta tragicamente dalla violenza, come suggerisce il musicista introducendo Fragile.

È Sting in prima persona a rendere conto del tempo che passa, con tutto quello che comporta, anche in negativo: «quando ero giovane scrivevo d’istinto, ora ci penso troppo». Tra qualche mese, nel maggio del 2020, darà il via alla sua residency al Caesars Palace di Las Vegas: è una delle scelte più comode e remunerative per gli artisti, e per molti è considerato un cimitero della creatività, anche se Sting l’ha presentata come “una nuova sfida”.

Non c’è bisogno di dirlo che una notte a Pigalle a Parigi, quando sei squattrinato e curioso del mondo che ti circonda, ti può dare molte ma molte più ispirazioni per scrivere. Basta farci i conti, con onestà, senza fingere che gli anni non siano passati. E Sting questi conti li fa in pubblico.

Foto di Sergione Infuso

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