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Quanto ci mancano i Bluvertigo

di Silvia Danielli

Non si esce vivi dagli anni Ottanta… ma non sarebbe forse più corretto cambiare il titolo della canzone degli Afterhours e dire “dagli anni Novanta”? Solo perché siamo rimasti imbrigliati in quel decennio musicale, non perché abbia avuto delle cattive conseguenze su di noi. Perciò ci chiediamo: è solo un’ingiustificabile nostalgia? Alcune band e alcuni album ci mancano solo perché il tempo rende tutto più emozionante o davvero gli artisti di oggi non hanno saputo raccogliere il testimone?

Prendiamo per esempio Zero – ovvero la famosa nevicata dell’85: il corposo, citazionista, ambizioso album dei Bluvertigo, quando uscì 20 anni fa, il 25 ottobre 1999, chiuse la loro cosiddetta trilogia chimica. L’idea era di citare, in maniera “molto umile”, la trilogia di Berlino di David Bowie, omaggiato in maniera quasi maniacale nell’intero album, specie se si conta la cover (forse non indimenticabile!) di Always Crashing In The Same Car. La ragione di quel sottotitolo, invece, “la famosa nevicata dell’85”, veniva spiegata così da Morgan:«In una settimana particolare le attività in Lombardia furono bloccate da una memorabile nevicata. Io avevo 12-13 anni, mi chiusi in casa con alcuni compagni e li obbligai a suonare con me tutto il giorno e da lì capii che avrei voluto fare questo nella vita». Le migliori creazioni partono sempre da un’istanza personale, fosse anche la memoria di quando la musica aiutava a scacciare la noia e la paura.

In effetti, dopo Metallo non metallo del ’97, per il quartetto monzese non era facile andare avanti. In quel lavoro, con la sua generosa impronta electropop, c’erano state molte canzoni diventate cult come Fuori dal tempo, Il mio mal di testa, Altre F.D.V.. Ma la band era anche riuscita a sfondare nell’immaginario e nel mercato in modo molto concreto: quell’album era stato un caso discografico, con circa 100mila copie vendute e la vittoria di un MTV Europe Music Award, ottenuto “battendo” nientemeno che Articolo 31, Vasco Rossi, Ligabue e 99 Posse, li aveva posti sotto i riflettori in un modo mai così eviente. La pressione, insomma, era alta. Per questo Morgan e soci pensano bene di imboccare la direzione opposta rispetto a quanto ci si potesse aspettare da loro.

Come prima idea per Zero la band valuta l’idea di applicare alla musica il Dogma 95 di Lars Von Trier e Thomas Vinterberg, un insieme di regole per nulla semplici e immediate. Per intenderci, i film del Dogma erano quelli dove tutto doveva essere il più aderente possibile alla realtà: si girava con la telecamera a mano, non c’era colonna sonora figuriamoci gli effetti speciali, e il risultato erano pellicole tutt’altro che semplici da vedere come Festen e Idioti. La regola, insomma, era non avere regole.

In realtà, Zero non era totale anarchia: il disco aveva alcune cornici di riferimento ben precise, punti saldi ai quali aggrapparsi nel mezzo della tempesta (di neve, ovviamente). La più evidente di queste certezze era il livello estremo di citazionismo. Eppure, anche se sembravano messe in fila quasi più per mostrare una cultura musicale enciclopedica, le citazioni contenute in Zero non davano (e non danno, neanche oggi) fastidio. Già la traccia introduttiva, Versozero partiva con un omaggio palese al rumorismo degli Einstürzende Neubauten e all’industrial dei Nine Inch Nails. La title-track Zero, poi, completava quella allusione trovando un’intesa tra Trent Reznor e le linee elettroniche essenziali dei Kraftwerk.

Ma poi ecco nella scaletta dell’album anche uno dei pezzi più iconici, conosciuti e attuali dei Bluvertigo: La crisi. Un brano pop-rock, con chitarre quasi brit-pop, orecchiabile nonostante sia privo di ritornello, appiccicoso pur parlando di depressione, con i suoi alti e bassi di umore, con le sue aperture e rotture, con le sue ricadute interne ed esterne: “una crisi è nell’aria ogni volta che mi sento solo”, eppure “quando inizia una crisi è un po’ tutto concesso, quasi come a carnevale”.

A La crisi seguiva Sono=sono, meno immediata per il significato, più vicina al nonsense tanto caro a Morgan in Metallo non metallo, con una coda in stile marcetta elettronica à la Pet Shop Boys. Un gioco, forse, ma di quelli che si fanno in una casa isolata dalla neve e che generano qualcosa di intelligente: una soluzione, magari illusoria.

Per non parlare delle citazioni dei Depeche Mode in Sovrappensiero, che diventano una dichiarazione d’amore nei loro confronti. Eppure, anche qui, non danno fastidio: perché? Perché la produzione musicale si sposa perfettamente con il testo, che sembra lieve e giocoso ma in fondo non lo è, anzi. Ad esempio, chi l’avrebbe detto dopo la sola prima strofa che la canzone era rivolta a una madre, reale o immaginaria che fosse? Era un tipo di svolta, quasi di “inversione a U” che era di casa nelle liriche di Bowie, e che il Castoldi aveva imparato fin troppo bene, scrivendo testi che vanno letti fino in fondo per essere totalmente decifrati.

Di sicuro i Bluvertigo non amavano spiegare le loro canzoni e giocavano con l’essere colti e misteriosi, come Morgan avrebbe continuato a fare perfino nella sua seconda vita televisiva. Anche per questo la critica dell’epoca non li apprezzava particolarmente. Ritenuti, a seconda dell’occasione, troppo pretenziosi o semplicemente dei gran furbastri, i Bluvertigo hanno avuto però l’umiltà – molto rara al giorno d’oggi, almeno in Italia – di presentarsi prima di tutto come discepoli, come apprendisti, come ascoltatori, come lettori. Portatori di un discorso, sì, ma che parte da lontano.

Allievi, insomma, di maestri come Franco Battiato, che fa una breve apparizione nel finale dell’album, il pezzo dall’eloquente titolo Punto di non arrivo. E i contenuti qui sono quasi profetici, come quando nella prima pausa melodica Morgan si chiede “dove sono arrivato? Come sono arrivato, e in quali condizioni, sulla strada che non prendemmo?”, quasi a dipingere lo straniamento di una band che si aggirava tra labirinti di stimoli e informazioni, lasciando agli altri le strade larghe e pianeggianti. E soprattutto un pezzo che, nelle sue atmosfere enigmatiche lynchiane, ha il pregio di descrivere l’alienazione come un processo più che una condizione statica, e per questo da continuare a indagare.

Allora, sarà anche per questo, per questa indagine interrotta, che ci mancano tanto i Bluvertigo: dal ’99 e dopo l’esperienza sanremese del 2001 Morgan, Andy, Sergio e Livio non hanno più pubblicato album in studio, per riunirsi solo saltuariamente, e non sempre in modo indimenticabile. Dei percorsi solisti al momento non parliamo: a mancarci è la loro alchimia, il coacervo di generi e spunti che in dischi come Zero trovano una mastodontica sintesi.

Magari irritavano la critica con una buona dose di spocchia, ma riuscivano a piacere alla gente senza cercare la via più facile per riuscirci. E piacevano anche con un pop perfettamente curato e sì, anche colto. Forse, si prendevano carico di qualcosa che oggi è davvero difficile fare, nel perimetro della musica leggera: sperimentare in libertà; suonare come se non si stesse realizzando un prodotto; e soprattutto prendere in prestito idee e suoni, utilizzarli con cognizione di causa, e restituirli non troppo ammaccati. Ditelo ai finti nostalgici di oggi.