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Quando gli AC/DC hanno dato la scossa al mondo

di Luca Garro

Ci voleva un’occasione come il quarantesimo anniversario di Highway To Hell per riportare gli AC/DC sui social network. È notizia di pochi giorni fa l’inaspettato post autocelebrativo della band di Angus Young, tornata alla ribalta negli ultimi mesi per via del tanto chiacchierato come back che, a quanto pare, dovrebbe concretizzarsi nel corso del prossimo anno. Il gruppo non pubblicava nulla da quasi due anni e l’ultimo avvistamento online riguardava il triste annuncio della scomparsa di Malcolm Young. Tuttavia, una ricorrenza di questa portata non poteva essere ignorata nemmeno da una band da sempre poco incline all’esposizione mediatica.

La metafora migliore per descrivere la parabola musicale della band australiana è quella della piramide a due vertici: da una parte Highway To Hell, dall’altra il successivo Back In Black. Ci vuole poco a comprendere l’analogia: fino al disco del 1979, la qualità delle opere dei fratelli Young era in crescendo; dopo il disco del 1980, abbiamo assistito a una progressiva involuzione. Se oggi Highway To Hell ci appare come l’apice di un inarrestabile climax ascendente conclusosi solo per via della morte di Bon Scott, Back In Black e il suo successo senza precedenti presentano piuttosto il sapore del classico canto del cigno, il colpo di coda dell’animale in punto di morte. Ottimi album sarebbero arrivati ancora, ma era difficile pensare che quella facilità di songwriting, quella spontaneità, quell’onestà intellettuale che li avevano portati to the top potessero durare per sempre. Se non altro perché, imbrigliata in una serie di stilemi e archetipi, la loro proposta si faceva inevitabilmente più prevedibile e autoreferenziale.

Quali furono dunque gli ingredienti capaci di far passare gli AC/DC da band di culto, ma che non aveva ancora pubblicato un album fuori dai confini australiani, alla new big thing del panorama hard’n’roll mondiale? Intanto, la scelta dolorosissima di cambiare uomo in cabina di regia. Fino ad allora, infatti, la scelta per la produzione dei loro album era ricaduta in modo naturale su Harry Vanda e sul più vecchio degli Young, George, che negli anni Sessanta avevano trovato un effimero successo con gli Easybeats. Eppure la Atlantic, fino ad allora, si era rifiutata di pubblicare in America le loro opere: comprese finalmente le potenzialità del gruppo, l’etichetta pretese però di affiancare loro un uomo più adatto alle logiche di mercato a stelle e strisce.

La prima scelta cadde su Eddie Kramer, colui che aveva contribuito a rendere gli album di Jimi Hendrix quella sorta di Sacro Graal per chiunque avrebbe imbracciato una chitarra. Le cose, tuttavia, non andarono come aveva sperato la Atlantic: dopo qualche settimana in studio, la totale mancanza di feeling tra Kramer e la band non solo non aveva portato a uno straccio di canzone, ma aveva alzato a tal punto il nervosismo da rendere il clima invivibile.

Se c’era una cosa che tutti sapevano, era che gli AC/DC difficilmente si piegavano a logiche che non fossero quelle della totale libertà creativa e l’eccessivo distacco di Kramer stava rischiando di mandare a monte tutto quanto. «Erano in Florida con Eddie e le cose non andavano bene – ricorda l’allora manager Michael Browning – Un giorno ricevetti una telefonata da Malcolm che mi disse: devi mandare via questo tipo e trovarci qualcun altro. Non vale assolutamente niente». Il caso volle che mentre Malcolm sfogava il proprio malessere al telefono, il suo manager fosse seduto affianco a Mutt Lange, il produttore che aveva appena portato al successo i Boomtown Rats di Bob Geldof.

riunì dunque a Londra per incontrarlo, e fu decisivo. Lange non era solo un abile produttore, ma anche un vocal coach d’eccezione e un dotato musicista. Ma soprattutto, l’empatia di cui era dotato lo portò a farsi amare immediatamente da tipi guardinghi e rissosi come gli AC/DC, e mettere in pratica le sue abilità: grazie a questo talento fu in grado di insegnare a Bon Scott a utilizzare al meglio fiato e voce, e perfino a dire ad Angus come suonare la chitarra. Il tutto senza che i due lo mandassero a fare in culo o decidessero di metterlo al tappeto nel giro di pochi minuti!

In quel clima, i fratelli Young diedero vita ad alcuni dei riff più iconici che avessero mai scritto: guardate la title track, certo, ma anche i riff di Girls Got Rhythm, Shot Down In Flames e If You Want Blood (You’ve Got It), tanto concisi quanto capaci di portarti a spasso; o ancora la vertigine blues garage di Beating Around The Bush. Nel frattempo, Phil Rudd e Cliff Williams si elevarono a sezione ritmica definitiva del rock della fine degli anni Settanta: sentire il groove di Love Hungry Man o la marcia nevrotica di Walk All Over You per credere. E poi c’era Bon Scott, sorta di avanzo di galera votato al rock’n’roll, probabilmente l’unica persona per la quale la celeberrima definizione di “animale da palcoscenico” non suonasse scontata: sembrava coniata apposta per lui.

Anima dalle mille sfaccettature, Bon era puro istinto, fuori e dentro allo show. I suoi testi lascivi e dotati di un’ironia che prima di allora si era vista poche volte in un ambiente come quello del rock più pesante, spesso troppo perso a prendersi sul serio. Queste abilità “poetiche” unite a una vocalità sgraziata, certo, ma a suo modo suadente (tanto da divenire un’estetica precisa, dopo di lui), rappresentavano la ciliegina sulla torta di un ensemble nato per scatenare gli impulsi più puri e primitivi.

A seconda del tasso alcolico nelle vene, poi, Bon era capace di passare dalla goliardia più dissacrante alla violenza cieca, ma mai fine a sé stessa. Forse. Una sera, durante una delle tante tappe del tour che fece seguito all’uscita di Highway To Hell, Scott fu protagonista di un episodio passato alla storia. «Tu sei AC o DC, tesoro?», gli domandò un impiegato di una casa discografica americana mentre erano nella toilette. «Né uno né l’altro… Io sono il fulmine che colpisce al centro!», rispose Bon prima di piantargli un montante sul volto. Frontmen così (nel bene e nel male) non se ne fanno più.

Foto Donaldson Collection/Getty Images