“Chi tace non è vero che acconsente: solamente che il rifiuto non sempre trova le parole. Anche io modestamente non capisco ma resisto, e ammutolisco dal disgusto. Ma cosa c’entrerò mai io con tutto questo? Cosa c’entrerò mai io con tutto questo? Comandanti, fateci il piacere: se prendete decisioni decisive sulle nostre vite, fatelo soltanto nel momento successivo a un vostro orgasmo”. 

Inizia così, con uno dei brani più intensi e pacatamente rabbiosi tratto dall’ultimo Tradizione e tradimento, il secondo concerto casalingo di Niccolò Fabi, all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Fresco di Targa Faber, ricevuta lo scorso venerdì dalle mani di Dori Ghezzi, ieri sera Fabi ha dimostrato nuovamente di aver raggiunto forse il punto più alto della propria poetica, l’equilibrio perfetto tra le due anime che ne hanno sempre caratterizzato il percorso artistico e, molto probabilmente, quello umano. 

Qualche anno fa, la scelta di esibirsi a teatro era sembrata la più idonea alla resa dal vivo di un disco minimale come Una somma di piccole cose. Oggi, invece, ripetere quella strada è molto meno ovvio, perché con la sua ultima fatica Niccolò è riuscito a far convivere lo sperimentatore sonoro e il cantastorie capace di sferrare a bassa voce affondi pesantissimi.

In questo senso, la Targa Faber non giunge come un semplice premio a una carriera già oggi straordinaria, ma come una vera e propria investitura: le tematiche affrontate in Tradizione e tradimento e la pacatezza di fondo di cui sono spesso permeate, infatti, sono capaci di riportare alla memoria proprio le invettive di De André. Come Fabrizio, Niccolò ha ormai acquisito quella capacità di raccontare ciò che ci circonda con estrema lucidità, con quel mix di distacco ed empatia che rese immortale il cantautore genovese: un osservatore, ma anche un essere umano che vive le cose di cui canta, senza scadere nell’autobiografico. 

Una dote rarissima, che rende politico anche ciò che non lo pare apertamente, solo perché sussurrato e non urlato. Siamo così abituati a parlare di politica in termini di beceri scontri tra maschi alfa, che sentire Niccolò trattare temi di strettissima attualità, o scavare dolorosamente nella miseria e nella viltà dell’animo umano, e farlo senza dover urlare a tutti i costi è come una boccata d’aria fresca. Ma anche un pugno nello stomaco. 

La cosa più difficile, dal vivo (e non solo), era riuscire nell’impresa di fondere perfettamente entrambe le sue anime: unire ciò che, a un’analisi superficiale, potrebbe apparire come palesemente scisso. Ecco il perché di una produzione che, da un brano all’altro, può passare dalle sonorità elettroniche e dalle luci di un rave party a quelle dimesse e intimiste di un concerto semi acustico: e non c’è mai un momento in cui questo diventa smarrimento, distrazione. Questo processo raggiunge il proprio apice, anche emotivo, al momento dell’esecuzione della splendida Io sono l’altro, in cui la band – come sempre, di altissima qualità – riesce magistralmente a unire entrambi gli aspetti e a concludere il brano con un crescendo emozionante sia dal punto di vista testuale, sia da quello prettamente visivo. 

Un po’ come Cesare Cremonini, Fabi è cresciuto insieme al proprio pubblico e la cosa dal vivo fa la differenza. Osservando la scena di un suo concerto si vede chiaramente il filo diretto tra gli ascoltatori e Niccolò, una condivisione che va ben oltre il fatto che i primi possiedono tutta la discografia del secondo. Chi va a vederlo in tour, in qualche modo, va a fare visita a qualcuno con cui ha lottato, ha pianto, ma con cui si è anche sempre sentito profondamente a suo agio. Perché la sua più grande capacità è proprio quella di non farti mai sentire solo, senza compiacerti per forza di cose. Nessuno esce mai da un suo spettacolo dicendo: sì, bello, ma avrebbe potuto cantare anche quella canzone. Può sembrare banale, ma non lo è: succede sempre, c’è sempre una qualche forma di incompiutezza, sia che andiate a vedere Vasco Rossi al Circo Massimo, sia che vi rechiate in un piccolo club per l’ultimo degli artisti indie sulla piazza.

Con Niccolò, invece, non fai il conteggio delle canzoni: esci da teatro in qualche modo “completo”, consapevole di non essere solo, che c’è qualcuno che guarda il mondo da una prospettiva non troppo dissimile dalla tua. Magari non trovi risposte, ma sicuramente le domande sono quelle giuste. Una cosa così, forse, è più difficile da percepire quando la differenza di età tra artista e fan si allarga. Onestamente, non è facile prevedere le prossime mosse di Niccolò Fabi: ma quando mai è stato prevedibile? Tuttavia, possiamo contare sul fatto che, quando ci volteremo, lo troveremo sempre al nostro fianco. Gli anni non scalfiscono questo tipo di rapporto.

Guarda la nostra intervista a Niccolò Fabi.

Foto di Roberto Panucci

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