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La nostra classifica degli album dei Radiohead

di Marco Rigamonti

Se in generale stilare una classifica dei dischi di una band è di per sé un compito ingrato, la faccenda si complica ulteriormente quando si parla dei Radiohead. Non è un discorso meramente soggettivo: in quasi trent’anni di carriera, il gruppo di Oxford è stato sempre (giustamente) incensato, tanto da rendere necessaria una riflessione su quali categorie escludere a priori, se si compone una Tier List come questa. Per esempio: come si può essere tanto severi da bollare come “passo falso” un esordio innegabilmente immaturo che però contiene un singolo come Creep? Ma non finisce qui: la capacità dei Radiohead di comporre melodie incisive e corredarle con soluzioni sonore imprevedibili e all’avanguardia fa sì che diventi davvero dura puntare il dito contro un disco accusandolo di essere “invecchiato male”. E allora che si fa? Si archivia la questione appioppando un 10 d’ufficio all’intera discografia? No, sarebbe troppo facile. Piuttosto, ci si costringe a individuare il pelo nell’uovo, e capire dove siano riusciti a dare il meglio del meglio e dove, invece, si siano limitati a qualche colpo di genio. Fermo restando un livello qualitativo medio altissimo.

ACERBO

Pablo Honey (1993)
Spesso il primo lavoro di una band che raggiunge il successo col tempo viene rivalutato. Identificare i germogli di quelli che diventeranno bellissimi fiori è un passatempo davvero affascinante, e Pablo Honey in questo senso non fa eccezione. Ma pur avendolo riascoltato in diversi momenti della mia vita e ritenendolo un disco assolutamente valido, non sono mai riuscito a metterlo allo stesso livello degli altri tasselli della discografia dei Radiohead. La sacrosanta ingenuità di una band alle prese con il debutto è evidente, soprattutto considerando ciò che sarebbero stati in grado di tirare fuori di lì a breve. «Speriamo che nessuno si faccia un’opinione di noi ascoltando Pablo Honey» aveva rivelato Ed O’Brien nel 1994. «È un album un po’ sempliciotto», aveva ammesso Thom Yorke, prima di garantire che «Il prossimo sarà sicuramente migliore». Dichiarazione realistiche, seguite da una promessa che i Radiohead avrebbero presto mantenuto.

NON PER TUTTI

Hail To The Thief (2003)
Dopo la svolta di Kid A (confermata dall’impeccabile Amnesiac), i Radiohead non ne possono più di schermi, computer e sequencer. Così, decidono di implementare l’elettronica in un contesto più “live”. Quello che viene fuori è uno sfogo impegnato e forse fin troppo ispirato, che rinuncia quasi totalmente all’immediatezza in favore di una complessità compositiva non proprio facile da digerire. Cinque anni più tardi, ripensando al disco, Thom Yorke pubblica sul suo blog una scaletta alternativa riducendo il numero di canzoni da 14 a 10. Una tracklist più compatta che autorizza a pensare che i pezzi mancanti (We Suck Young Blood, Backdrifts, I Will e A Punchup At A Wedding) siano a suo parere sacrificabili. Per quello che vale, sui primi due non sono affatto d’accordo.

SOTTOVALUTATO

The King Of Limbs (2011)
Una doverosa premessa: Sottovalutato, in questo caso, è un’iperbole. Perché The King Of Limbs è stato accolto con entusiasmo da tutti. E vorrei anche vedere, visto lo spessore di questi trentasette aulici minuti. L’unico motivo per cui ne sento parlare meno rispetto ad altri album è probabilmente dovuto al fatto che i Radiohead, a quasi vent’anni dall’esordio, hanno già stupito troppo per fare gridare ancora una volta al miracolo. E forse le tante chiacchiere che hanno accompagnato la sorprendente modalità di pubblicazione del precedente In Rainbows  (NdR leggi più avanti, se hai perso quella puntata!) hanno in parte influito sull’accoglienza calorosa, ma a mio giudizio non abbastanza convinta, riservata all’ottavo album della band. Ci hanno abituati fin troppo bene, e questo è il “prezzo” da pagare.

DISCONE

The Bends (1995)
Il percorso dei Radiohead verso la perfezione passa obbligatoriamente per il secondo disco: quella che era “solo” una promettente band di Oxford e con una buona hit in repertorio diventa una delle realtà più intriganti del rock. Pur essendo inglesi, il loro suono è talmente personale che non ha bisogno di venire associato alla scena britpop per ottenere consensi. Alternando delicatezza e distorsioni, The Bends mostra precise scelte estetiche che lasceranno il segno nella musica che verrà, presentandosi come un classico nel momento stesso in cui viene pubblicato. Difficile trovare dei riempitivi: perfino i pezzi meno strombazzati (come Black Star e Sulk) sono vere e proprie gemme.

Amnesiac (2001)
Guai a considerare Amnesiac una raccolta di scarti di Kid A. Sebbene i due dischi siano stati concepiti e registrati nello stesso periodo, Thom Yorke ha spiegato che i due album contengono tracce che «provengono da posti differenti». Da un punto di vista strettamente stilistico, forse la principale differenza tra i due dischi è il diverso livello medio di astrazione dei brani, che in Amnesiac sembrano riabbracciare con maggiore convinzione la forma canzone. Ma capisco bene Thom quando sottolinea alla nausea che l’album del 2001 non è una collezione di outtakes: definire brani come I Might Be Wrong, Life In A Glasshouse e Pyramid Song delle b-side è una bestemmia bella e buona.

A Moon Shaped Pool (2016)
Ricordo che quando è uscito A Moon Shaped Pool non l’ho ascoltato immediatamente. È stata un decisione presa di proposito: volevo custodire il primo ascolto per un momento che potessi definire giusto, il più possibile lontano dalle tentazioni del moderno multitasking. Quel momento, alla fine, si è rivelato essere un breve viaggio in aereo. E ho fatto benissimo; perché un disco del genere va assaporato a mente totalmente sgombra, lasciandosi cullare dai suoi arpeggi angelici e dalla sua fragile delicatezza. E se si ha la fortuna di potere osservare le nuvole da vicino, meglio ancora. Perché questo disco, sebbene non degno del podio, sta proprio lì: in alto.

CAPOLAVORO

Ok Computer (1997)
I primi Radiohead finiscono qui. E il motivo per cui tre anni dopo la pubblicazione di Ok Computer torneranno con un suono completamente diverso è semplice: con il terzo disco hanno raggiunto la perfezione. Per andare oltre, bisognerà richiedere un ulteriore sforzo ai fan. Così, Ok Computer da una parte eleva i già notevoli spunti melodici di The Bends all’ennesima potenza; dall’altra sembra prendere per mano l’ascoltatore con gentilezza, preparandolo al grande salto. L’approvazione è unanime: Paranoid Android, sontuosa composizione in tre atti della durata di oltre 6 minuti scelta come primo singolo, viene trasmessa allo sfinimento nonostante non sia in linea con i tempi radiofonici. Il 2000 è alle porte, e i Radiohead anticipano le psicosi del nuovo millennio con un album immortale.

Kid A (2000)
Allo scoccare dell’anno zero, il suono dei Radiohead si trasforma bruscamente, lasciando le chitarre sullo sfondo in favore di drum machine e sintetizzatori. Eccolo, il grande salto profetizzato da Ok Computer. Ed ecco anche la prima delle intuizioni promozionali che segneranno la loro carriera. Niente singoli; l’album si può ascoltare in streaming, o si può assaggiare attraverso dei teaser in rete. Un’operazione che in quel periodo storico molti si affrettano a definire un suicidio commerciale. Ma i Radiohead sono convinti che valga la pena rischiare: è questo lo sforzo che chiedono ai fan. Per assimilare il drastico mutamento non basta una canzone di 3 o 4 minuti: Kid A va ascoltato per intero, dall’inizio alla fine. Prevedibilmente, qualcuno non riesce ad accettare la svolta. Ma chi li capisce è davvero fortunato, perché Kid A non è soltanto un atto di coraggio: è un album di una bellezza rara.

In Rainbows (2007)
“Il nuovo album è finito, e uscirà tra 10 giorni; l’abbiamo chiamato In Rainbows”, recita il post che compare in prima pagina sul blog dei Radiohead il primo ottobre 2007. Pubblicato in maniera indipendente, il disco viene distribuito sfruttando la formula pay-whay-you-want: chi acquista può decidere la cifra da investire, anche nulla. Naturalmente, l’iniziativa scatena polemiche e riflessioni sullo stato di salute del mercato discografico nell’era del file sharing. Ma sarebbe un grave errore collegare il successo di In Rainbows all’attenzione che si guadagna grazie alla pensata della combriccola di Yorke. Perché questo è l’album che meglio sintetizza le aspirazioni sperimentali dei Radiohead con il loro gusto melodico. Un lavoro per nulla semplice o scontato, che però riesce a fare breccia nel cuore e nel cervello con impressionante facilità. Il riassunto ideale di anni di esplorazioni azzardate espresse attraverso un linguaggio comprensibile, senza sacrificare un briciolo di identità. Probabilmente il traguardo che ogni musicista, nel momento in cui muove i primi passi, sogna di raggiungere.