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Fabri Fibra ci ha insegnato a trasformare la frustrazione in successo

di Emanuele Mongiardo

Abitare sul mare tutto l’anno è una sensazione a volte strana, almeno per chi come me non vive in una grande città. Finito agosto, a settembre e ottobre l’acqua è tiepida, il cielo è ancora azzurro vivo e la sabbia, senza persone e ombrelloni a coprirla, assume una sfumatura vicina al bianco grazie al riflesso del sole. Passata la metà di ottobre, però, il celeste si sfoca, il mare diventa verdastro e dopo le 16 la coltre di umidità generata dalle onde alte nasconde in una nebbia le luci del lungomare. Una cupezza a cui si aggiunge la desolazione, visto che siamo in pochi ad abitare vicino la spiaggia. 

Non so se Fabri Fibra vivesse a due passi dal mare. Di certo Senigallia d’autunno/inverno doveva un po’ adombrarlo. Il grigio dei borghi di mare tra novembre e aprile è lo stesso colore che irrora i primi album del marchigiano, che oggi pubblica la sua prima raccolta, Il tempo vola: 2002-2020. E allora guardiamo un attimo indietro per vedere come ci è arrivato, Fabrizio Tarducci, al punto in cui la sua parabola artistica risulta insieme longeva, credibile e nota anche ai non iniziati al rap. Uno che ha lasciato il segno: nessuno può negarlo, nemmeno il più acceso degli hater. 

Le poche alternative offerte dal posto, l’incompatibilità tra gli stilemi dell’hip-hop e la provincia così claustrofobica erano l’humus di Sindrome di fine millennio, Turbe giovanili e dell’EP Lato & Fabri Fibra, i primi progetti degni di questo nome a recare la firma di Fibra. La malinconia di un ragazzo di poco più di vent’anni, ancora innocuo e con qualche illusione verso il futuro, si fa largo tra campioni dei Pink Floyd e di Dragonball e un’attenzione rivolta spesso più alla metrica che al contenuto. La stessa malinconia era pronta a esplodere nell’insofferenza e nella rabbia di Mr. Simpatia.

Fabri Fibra di inizio millennio trasmette tutta l’insoddisfazione verso la provincia: per questo i suoi primi dischi più che la sbornia dell’estate riproducono i toni plumbei e la monotonia della spiaggia in autunno. Sensazione resa da parole, flow e beat «distorti, annebbiati, avvolti in una coltre di salsedine spumosa […] come se li avesse immersi nel mare scuro e pieno di mucillagine di una sera d’inverno, con l’effetto di un sentimento angosciante d’apnea perenne», come aveva scritto Fabrizio Gabrielli. Così in inverno “la notte è piatta e i locali chiudono all’una”, tanto per far salire il senso di angoscia che affiora dal campione di Is There Anybody Out There? e dai versi, una sensazione così viva e reale da fare breccia anche a distanza di anni. Con la sua cover Coez l’ha solo certificato: Verso altri lidi è un classico dell’hip-hop italiano, e forse non solo.

È lo stesso mood di Turbe giovanili, ovviamente con l’aggiunta di prospettive diverse, dettate dal passare degli anni. Il primo album solista del Tarducci aggiunge per esempio note d’ironia e sarcasmo ancora più spiccate: basterebbe ascoltare la prima traccia, Scattano le indagini. Ritorna chiaro e forte il malcontento per la vita in provincia, espresso in una delle rime più disilluse dell’album, nel brano Dove fuggi: “Ho fatto un giro in città tra i benvenuti, la mia città la giri al massimo in venti minuti”.

Si affaccia anche il complicato rapporto con le donne, che sarebbe esploso in Gonfio così, ma che al momento di Turbe giovanili vive nell’incertezza del Fibra innamorato di Luna piena. Le stesse insicurezze dall’amore si traslano in ogni ambito della vita di un uomo di quasi trent’anni, che ancora non ha sfondato con il rap e si vede costretto a migrare a Londra: una parabola fin troppo nota a tanti giovani italiani.

Tornato in Italia firma l’EP con Lato, l’altra metà degli Uomini di mare, in cui esprime la necessità di trovare la “via d’uscita” che svolti finalmente la sua routine. La mia vita è uno dei pezzi più autobiografici di Fibra, che parte addirittura dai tempi in cui stava sul cazzo a metà della scuola. L’insoddisfazione è il sentimento chiave per comprendere uno dei brani migliori del rapper, forse il vero trait d’union tra Turbe giovanili e Mr. Simpatia per la compresenza di un tono ancora pacato e di rime riguardanti droghe e ragazze poco accondiscendenti.

Così, a un certo punto Fibra si stanca di tutto ciò: si spara un colpo in testa e dal cranio nasce Mr. Simpatia. Dall’insoddisfazione si passa all’insofferenza: se prima la provincia generava angoscia adesso causa proprio rabbia. Fibra odia il suo circondario e, più in generale, l’Italia con i suoi tabù e i suoi personaggi di culto. Fibra ha saputo mettere nero su bianco la frustrazione, il disprezzo verso costumi anacronistici e figure insane del nostro Paese: ha reso parola per parola tutto lo schifo che si può provare davanti ai programmi pomeridiani di Canale 5; ha saputo mettere in discussione come nessuno i paradossi del nostro retaggio cattolico e il canone di pensiero dei benpensanti. Dentro c’è lo scarto abissale tra due metà della società che non si parlano, o che si odiano proprio: nulla di più attuale. Per questo, molti ascoltatori italiani del rap, che fossero giovani alla metà degli anni Zero o che l’abbiano riscoperto anni dopo, hanno con questo disco un rapporto quasi personale, che sfiora l’identificazione: io sono tra questi.

Tradimento viaggia sulla stessa scia, forse anche in maniera più sboccata visto che Fibra comincia ad apparire con regolarità in TV. Il primo album pubblicato da un’etichetta major è uno dei prodotti più genuini del rap mainstream italiano. Fibra porta la violenza del sottobosco hip-hop nelle televisioni degli italiani, e in qualche modo, un trauma alla volta, il nazionalpopolare deve farci i conti, accettarlo e andare avanti.

Come quando all’MTV Day 2006 invece di cantare un pezzo del suo repertorio decide di far partire un dissing a Grido dei Gemelli DiVersi che aveva provato a fare la parodia di Applausi. Una strofa polemica di meno di due minuti che non sarebbe mai stata pubblicata per vie ufficiali, ma presente ancora con un video su YouTube. Uno dei tanti momenti in cui Fibra prende la regola del rap e la espone alla luce del giorno, contribuendo a creare la base per quella cultura pop italiana assai più aperta a certi codici e linguaggi d’importazione, che è poi la cultura pop di oggi.

Sul finale del pezzo Fibra rappa una rima chiave: “Tu non capisci la mia frustrazione, chiama tuo fratello vi invito a colazione”. Grido non potrà mai comprendere la frustrazione di Tarducci perché sono quelli come lui e suo fratello J-Ax a ispirargliela, esponenti – a suo dire – di un’idea travisata o banalizzata del rap. Ma la frustrazione di Fabri Fibra è più vasta di un semplice bisticcio tra musicisti: è il malcontento di chi soffre per dissidi familiari; l’insofferenza per un capoufficio un po’ stronzo; la rabbia per chi non ti capisce; l’odio per chi ti mette i piedi in testa.

Sentimenti comuni tra i fan dell’hip-hop, costretti per anni a muoversi nel buio, si direbbe. Ma sotto c’è molto di più: un senso generazionale di inadeguatezza e rigetto, la reazione schizzata a un mondo andato a puttane. Ed è questa una delle chiavi del successo del rapper marchigiano: mettendo in mezzo al tavolo i problemi, o quantomeno lasciandosi andare alla rabbia che ne deriva, ha espresso alla perfezione quella percezione di sconfitta, di angoscia e di sgretolamento che tutto il Paese stava vivendo. E sta ancora vivendo – direbbe qualcuno – nel lungo declino storico e culturale della nazione del belcanto. Un disagio che, come nelle migliori storie rap, è diventata una via d’uscita. Almeno per lui, ragazzo di provincia come noi.