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Errori e imprevisti che hanno fatto la storia

di Marco Rigamonti

La strada che porta all’incisione di un brano è spesso lastricata di ostacoli, errori e indecisioni. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: talvolta sviste, inconvenienti e frivolezze si trasformano in vere e proprie illuminazioni, capaci di cambiare faccia a una canzone, o addirittura diventarne il tratto più caratteristico. D’altronde, nella vita di tutti i giorni, capita spesso che dalla necessità di arrangiarsi di fronte a un imprevisto possa nascere un’idea brillante. Perché quindi non dovrebbe valere lo stesso per la musica? Se la perfezione assoluta è per definizione irraggiungibile, tanto vale accettare di essere umani e trovare un modo per valorizzare quelli che all’inizio sembrano incidenti di percorso o innocui scherzi. Si tratta di fare di necessità virtù: o semplicemente, avere il coraggio di non prendersi troppo sul serio.

 

Bee Gees – Stayin’ Alive

Nel 1977 i Bee Gees sono a Miami per registrare i brani della colonna sonora di Saturday Night Fever. Sfortunatamente, il batterista Dennis Bryon è costretto a lasciare lo studio per alcuni giorni in seguito alla morte della madre, e per i fratelli Gibb è impossibile incidere Stayin’ Alive senza una traccia ritmica. Barry, Robin e Maurice le provano tutte: cercano un sostituto e provano perfino a utilizzare una drum-machine, ma i tentativi non vanno a buon fine. Poi, il colpo di genio: con l’aiuto del produttore Albhy Galuten, rubano due battute di batteria da Night Fever e le mettono in loop continuo. In teoria, sarebbe una soluzione provvisoria, ma quando Dennis torna sono tutti d’accordo: il pezzo così è perfetto. Anzi, quelle due battute sono suonate così bene che verranno riusate anche per More Than A Woman!

Radiohead – Creep

Al di là della bellezza del brano, uno degli elementi distintivi della prima hit dei Radiohead è il “ruggito interrotto” della chitarra, poco prima che il ritornello esploda. Ed O’Brien ha rivelato che quel rumore non era nient’altro che «Il suono di Jonny Greenwood che cercava di mandare tutto a puttane. Jonny non era particolarmente entusiasta di Creep, così la prima volta che l’abbiamo suonata ha cercato di rovinarla. E alla fine, l’ha resa ancora più interessante».

Smashing Pumpkins – Mayonaise

L’esaurimento nervoso di Billy Corgan durante le registrazioni di Siamese Dream fa diverse vittime, a partire da James Iha e D’arcy Wretzky, che non prendono bene la decisione di Billy di registrare in prima persona quasi tutte le parti di chitarra e di basso. Ma anche il produttore Butch Vig rischia di impazzire per star dietro alle esigenze di Corgan, tanto perfezionista da voler usare una varietà impressionante di chitarre per raggiungere il suono che ha in testa. A proposito di suoni, quello stridente nel ritornello di Mayonaise è causato da una chitarra Kimberly talmente scassata da produrre uno strano fischio. Di cambiare strumento non se ne parla: quel pignolo di Billy adegua la tonalità del pezzo attorno alla “nota” prodotta dal rumore, facendolo diventare parte integrante del brano.

New Order – Blue Monday

Blue Monday è uno dei pochissimi pezzi che si riconoscono nel giro di qualche secondo: basta sentire la cassa della drum-machine. Il primo elemento melodico, invece, è una sequenza di sintetizzatore che suona leggermente “spostata” rispetto al beat. «È stato un incidente – ammette la tastierista Gillian Gilbert, addetta alla programmazione del synth – Avevo il compito di inserire le note manualmente, ma ne ho dimenticata una. È colpa mia se l’arpeggio sembra impreciso, quasi fuori tempo». La band accoglie a braccia aperte l’errore e decide di non correggerlo: avrebbe donato un tocco di personalità in più. E avevano ragione, come dimostra il successo del loro pezzo del 1983.

Otis Redding – (Sittin’ On) The Dock Of The Bay

Nel’estate del 1967, Otis Redding si trova su una casa galleggiante a Sausalito. Il panorama della baia di San Francisco lo ispira al punto da volergli dedicare un brano, che sarebbe stata la sua prima hit postuma, scritta e incisa insieme al chitarrista e produttore Steve Cropper pochi giorni prima del suo incidente fatale. Stando a Cropper, la splendida melodia che Otis fischietta alla fine di (Sittin’ On) The Dock Of The Bay non era affatto in programma: «Otis era il più bravo di tutti a improvvisare in coda ai brani – racconta Steve – E quando ha registrato (Sittin’ On) The Dock Of The Bay mi aveva detto che sul finale si sarebbe inventato una specie di rap. Probabilmente non sapeva cosa dire, e allora si è messo a fischiettare. Ho capito subito che quella parte sarebbe rimasta nell’incisione definitiva». La tragica sorte di Redding non avrebbe permesso di fare altrimenti, ma quel fischio melodioso e nostalgico – sebbene inciso per caso – vale più di mille parole, come un dolce saluto.

The Doors – Touch Me

Quando la Buick Motor Company contatta i Doors per utilizzare Light My Fire come colonna sonora di uno spot, Ray Manzarek, John Densmore e Robby Krieger accettano senza informare Jim Morrison, che in quel momento si trova a Londra. Appresa la notizia, Jim non la prende bene: l’accordo salta quando il Re Lucertola chiama la società minacciando di distruggere una vettura della Buick con un martello in diretta televisiva nel caso in cui la pubblicità fosse andata in onda. Ma Jim ci tiene troppo a rimarcare il disprezzo che nutre nei confronti dello sfruttamento dei brani a scopo commerciale, e vuole essere certo che i suoi amici abbiano capito l’antifona. Così, sul finale di Touch Me, scandisce uno slogan di un famoso detersivo (“Stronger than dirt”): un’ironica frecciata ai membri della band, responsabili di aver pensato di “svendere” la musica dei Doors.

Queen – One Vision

Se parliamo di finali “a sorpresa”, c’è poi il caso dei Queen. Per ammissione di Roger Taylor, il testo di One Vision (1985) è una riflessione impegnata ispirata in parte da un famoso discorso di Martin Luther King. Il finale cresce a dismisura: «Dammi una luce, dammi una speranza», poi gli interventi vocali di Freddie Mercury raddoppiano, fomentati dall’energica chitarra di Brian May. «Dammi un uomo, un giorno, una notte», urla Freddie a salire, alimentando la tensione: «Dammi, dammi, dammi!». A questo punto, ci si aspetta solo il titolo della canzone, ma inspiegabilmente i Queen cantano in coro «Fried chicken!». Che l’abbiano fatto per sdrammatizzare o che il “pollo fritto” sia il risultato dell’abitudine della band a esibirsi in parodie delle proprie canzoni, poco importa: quello di One Vision è uno degli epiloghi più memorabili e inaspettati della storia del rock.

The Beatles – Her Majesty

L’invenzione accidentale della cosiddetta “traccia fantasma” (anche hidden track, o ghost track) è da attribuirsi al tecnico del suono John Kurlander. Una notte del 1969, dopo avere montato il Medley che conclude il lato B di Abbey Road, lascia una quindicina di secondi di silenzio prima del finale, Her Majesty, che Paul McCartney gli aveva detto di tenere da parte. Il giorno dopo, i Beatles tornano in studio ad ascoltare il montaggio, e al termine del Medley cominciano a scambiarsi opinioni. Quando vengono interrotti da Her Majesty, che spunta all’improvviso dal nulla, si girano tutti in direzione di John. Poi si scambiano sguardi d’intesa e approvano: è una pensata geniale. Che da quel momento in poi viene imitata da un’infinità di band.