Forte di anni passati a divorare un numero impressionante di libri di fantascienza, del recente acquisto di un visore per la realtà virtuale e di una dichiarata passione per i videogiochi, mi appresto ad assistere a uno show che si preannuncia in linea con i mie gusti. Inoltre, la nuova stagione di Stranger Things non sarebbe potuta uscire in un momento migliore: la copertina di Simulation Theory e la locandina della serie Netflix, infatti, sono opera dello stesso artista, Kyle Lambert. Insomma, tra inclinazioni personali e curiose coincidenze mi sento decisamente pronto al mirabolante live dei Muse a San Siro. Un paio d’ore più tardi, a concerto terminato, sono costretto ad ammettere che in realtà non ero del tutto preparato. Passino outfit futuristici al limite del ridicolo, visual da urlo, stuntman a mezz’aria che indossano delle specie di tute anti radiazioni e una squadra di ballerini che sembra provenire da qualche pianeta sconosciuto. Ma niente avrebbe potuto prepararmi all’ingresso in scena di un mostro delle dimensioni di un autobus durante il gran finale.

La parola d’ordine è futuro. Una prerogativa che non suona di certo nuova alle orecchie dei sostenitori della band inglese, da sempre incline a infatuazioni avveniristiche che con il tempo hanno incrociato scenari mistici, teoretici e distopici. Ironia della sorte, il futuro iper-tecnologico dei Muse va in scena in uno stadio che qualcuno vuole abbattere perché considerato troppo antiquato. A giudicare dalla scaletta di questa sera, il pensiero di Bellamy e soci coincide con quello di chi preferisce concentrarsi sul presente e su quello che verrà piuttosto che crogiolarsi nella nostalgia. Showbiz (1999) è ufficialmente dimenticato. Quel capolavoro di Origin Of Symmetry (2001), che a mio parere andrebbe suonato dalla prima all’ultima traccia, quasi. Perfino il più recente The Resistance (2009) viene lasciato in disparte, con il trio che si concede il lusso di sorvolare su un singolo del calibro di Undisclosed Desires. A dettare legge è l’ultimo disco, eseguito quasi per intero, a sottolineare quanto i ragazzi credano nella svolta sonora al centro di qualche polemica da parte di una frangia dei fan della vecchia guardia, spiazzata dall’estetica smaccatamente anni ’80.

L’atmosfera si scalda quando il sottofondo scelto per ingannare l’attesa sale di volume sulle note di The Chase di Giorgio Moroder, che pare una dichiarazione d’intenti. Inevitabile che l’apertura sia affidata ad Algorithm, brano che possiede tutte le caratteristiche giuste per fare da introduzione a un concerto dei Muse nel 2019: cassa e rullante solenni, arpeggiatori degni del Vangelis di Blade Runner e un incedere epico fedele a soluzioni armoniche-melodiche esplorate in lungo e in largo dal trio. Ma niente paura, fan della vecchia guardia preoccupati dall’egemonia dei riprovevoli sintetizzatori: Pressure, Psycho, Break It To Me e Uprising mettono subito in chiaro che stasera si farà del sano rock. La bastarda Propaganda, eseguita dai tre in punta di passerella, costituisce una delle rare eccezioni del set in cui Dominic Howard preferisce la batteria elettronica ai classici tamburi.

I primi pezzi costruiscono un crescendo che esplode quando Bellamy dapprima stuzzica la folla e poi l’accontenta con il riff di Plug In Baby: lo stadio si trasforma in una bolgia. Spettinato da tanta intensità, ricordo che uno dei motivi per cui anni fa mi sono innamorato dei Muse era la loro capacità di creare contrasti laceranti all’interno dei singoli brani. Chiaroscuri netti, strofe delicate che crollavano di fronte alla veemenza dei ritornelli, attimi di quiete che fungevano da trampolino per roboanti detonazioni. Un’attitudine che riconosco e riabbraccio con gioia, consapevole del fatto che non ci sarà spazio per fiaccolate in queste due ore di tempesta sonora. I momenti più introspettivi si riducono sostanzialmente a Pray (che Bellamy ha scritto ispirandosi a Game Of Thrones) e alla versione acustica di Dig Down, con tanto di coreografia gospel futuristica (praticamente un ossimoro).

Mentre Something Human si aggiunge alla lista dei singoli assenti più o meno giustificati, brani come Supermassive Black Hole, Madness, Time Is Running Out e Hysteria (preceduta dalla marcia convinta e intimidatoria di un Chris Wolstenholme in splendida forma) non possono certo mancare. Bellamy non sbaglia una nota nemmeno sotto minaccia, così durante Mercy si concede un giretto in mezzo al pubblico dispensando saluti e strette di mano, mentre dal cielo piovono coriandoli e stelle filanti. Non si fa in tempo a concentrarsi su qualcosa, che immediatamente succede qualcos’altro. Come quando, dopo l’obbligatoria Starlight, il frontman sfoggia tutta la sua classe alla chitarra durante un medley clamoroso inaugurato da Stockholm Syndrome. Peccato che non mi sia goduto appieno le sue evoluzioni, ero troppo impegnato a trattenere il fiato di fronte a quella cosa gigante spuntata all’improvviso sul palco: un robot minaccioso come Eddie degli Iron Maiden, meccanico come il protagonista omonimo de Il gigante di ferro. Solo alla fine del medley, quando sulle note della rapsodica New Born Matthew intona “You’ve seen too much” mi riprendo, e vorrei quasi rispondergli: «Sì, Matt. Ho visto davvero troppo».

Il 12 giugno 2019 la sobrietà si è presa una serata libera: con tutta probabilità, lo farà anche stasera per la replica del concerto di ieri. Ma il talento dei Muse, che rischiava di essere almeno in parte offuscato dagli effetti speciali, quello non prende ferie. Matt, Dominic e Chris sono sempre stati dei bravi musicisti, e questo va riconosciuto a prescindere dai propri gusti: ieri hanno confermato il loro valore nonostante una qualità audio non eccelsa (problema annoso, forse irrisolvibile, a San Siro). L’ultimo tocco da strumentisti eclettici? L’armonica morriconiana di Wolstenholme, che fa da preambolo a Knights of Cydonia, il pezzo che ci manda tutti a nanna. Anche se pensando a quella terrificante creatura sarà difficile prendere sonno.

Foto di Sergione Infuso

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