Già me li immagino, la mattina dopo il concerto di Elisa, tutti i racconti grandiosi che si sprecano alle macchinette del caffè, in ufficio. Un po’ per stupire i colleghi, un po’ per rivivere almeno in parte la bufera di endorfine della sera prima, i fan che ieri hanno assediato fino al sold out il Mediolanum Forum di Assago oggi avranno un bel da fare. E uno può giustamente attingere da molti elementi per dire che è stato un bel concerto. Può partire dal più semplice, e forse scontato, cioè la voce spaventosa della cantante, fino ad arrivare alla scenografia minimale ma, oh, di un’eleganza che guarda!

Si potrebbe persino spingere fino all’elogio dei musicisti e del quartetto d’archi sul palco, se proprio vuole fare le cose ricercate. Ma l’elemento più incredibile di un concerto di Elisa è sostanzialmente invisibile agli occhi delle migliaia di fan che ieri hanno impacchettato il Forum fino alla piccionaia. Un elemento che puoi notare soltanto se, OK, hai stima di Elisa e nessun dubbio sul suo talento, ma non ti diresti propriamente parte della famiglia, degli sfegatati. Insomma, questo elemento è invisibile ai fan per il semplice fatto che, come dire, sono loro stessi

Gli irriducibili sono la cosa più incredibile di un concerto di Elisa. Io mai nella vita ho visto una cosa simile. La dedizione totale e un trasporto tale che basta un innocuo «Su le mani» per far scattare un meccanismo istantaneo, come se le braccia di tutti i presenti al Forum fossero caricate con lo stesso dispositivo a molla che fa aprire gli ombrelli. Tutte in aria, senza il tempo di reazione umano che vedi nei concerti degli altri cantanti. Qui, no: «Su le mani», pum

Oppure i controcanti, precisissimi. Per esempio, su Promettimi, quando lei canta: “Voci di miele da ricordare” tutti “Risaliiire”; e poi “E come i marinai nel mare” e di nuovo tutti “Non sentirne il confineee”. E parliamo di un brano dell’ultimo disco, non di un classico passato e ripassato alla radio fino allo sfinimento. Roba che per un attimo ho pensato di essere l’unico spettatore al concerto di una cantante, 10 musicisti e 13mila coristi regolarmente stipendiati. Come se non bastasse, la prevalenza fra queste migliaia di coristi è chiaramente femminile, ma con una mescolanza notevole di età, generi ed etnie. 

Ma come ci è riuscita? Voglio dire: per quanto eternamente ragazza, Elisa Toffoli viene pur sempre da un’epoca discografica diversa, anzi, radicalmente diversa. Un’epoca d’oro, se vogliamo, dalla quale molti dei suoi colleghi sono usciti bruscamente, violentemente, quando le cose si sono fatte più difficili. Senza stare a fare nomi – non vuole essere una polemica – provate a googlare “flop biglietti”. Vi stupirete di quanti big, all’apparenza granitici e immuni a queste cose, ora facciano fatica a riempire stadi, ma pure palazzetti. Lei no, sold out e fan che pendono dalle sue sorridenti labbra. Ma come fa

Man mano che il concerto va avanti, comincio a capire. Mentre sullo sfondo alle sue spalle (dalla forma rassicurante che ricorda un gigantesco smartphone) vengono proiettate immagini e video passati e presenti, Elisa surfa sulle epoche, senza seguire un ordine cronologico, soltanto un ordine sentimentale: un vero e proprio flow. Il che significa che l’ultima Elisa in chiave it-pop di Tua per sempre può lasciare spazio subito dopo a quella in stile Alanis Morrisette di vent’anni fa, la ragazza di Heaven Out Of Hell e soprattutto di The Waves. E se molti oggi hanno dovuto rinunciare all’inglese per ottenere un po’ di meritata fama (penso a Cosmo coi Drink To Me, a Giorgio Poi e i suoi Vadoinmessico, ma la lista è lunga), in lei la fase inglese e quella italiana convivono armoniosamente da decenni, s’intrecciano in un perfetto gioco di entertainment. Perché da sempre tratta le sue liriche come parte di un tessuto musicale.

«Che bello, sembra un salottone! Un salottone Forumone» si ferma a scherzare verso metà concerto. Ecco allora che al puro intrattenimento, all’Elisa-grande-artista possiamo tranquillamente aggiungere l’Elisa-amica: Eli, per chi sente di avere confidenza con lei. La stessa che, dopo averti caricato con l’esistenzialismo oraziano di Ogni istante (in pratica, carpe diem e serenità), alleggerisce poi tutto fermandosi e buttandola nelle chiacchiere fra amiche al bar: «Quale serie state vedendo? Io Lucifer! E quante volte vi capita di dire “Ok, guardo questa puntata e poi basta”, e poi vi ritrovate il giorno dopo con le occhiaie che non vi basta il fondotinta?». È lei, l’amica che ti ritrovi in TV come giudice di Amici ma che ti dà consigli preziosi e ti consola un po’ in un mercoledì sera di novembre. E, tra parentesi, se parliamo di serie TV Elisa non è di quelle che segue solo l’attualità di una Lucifer, ma ricorda “da dove viene”, l’adolescenza, quando cita le tende della Loggia Nera di Twin Peaks che tingono di rosso acceso il Forum. Una coincidenza, forse, ma di quelle parecchio simboliche

Alla fine, la sensazione che ti rimane del live di Elisa è di un amalgama uniforme, che ti avvolge e ti circonda senza lasciare spazi vuoti o salti temporali bruschi o forzati: è un quadro, non un collage. È sempre stato questo il suo valore. Elisa è immune allo spazio (nella sua vita ha cantato praticamente in ogni lingua, persino in sloveno e in curdo) ma soprattutto al tempo: non so quanti suoi colleghi possano permettersi di invitare sul palco un trapper come Rkomi senza dare l’impressione di essere suo padre o sua madre. Sembra quasi paternalistico da dire, ma è solo così che si diventa immortali: permettendosi di fare qualche passo nell’ignoto o nel presente, sapendo che il proprio baricentro è – in qualche modo – nell’assoluto. Lo sapeva Bowie, lo sanno in pochi, lo sa sicuramente Elisa.

Foto di Sergione Infuso

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.