Cover image

Cosa stava per accadere nella musica vent’anni fa

di Marco Rigamonti

Sul finire degli anni ’80, quando le canzoncine per bambini avevano lasciato spazio alle cassette di Michael Jackson e Madonna, ho cominciato a interrogarmi con la tipica curiosità dei bimbi sul futuro della musica. All’orizzonte si stagliava una data tonda, che metaforicamente richiamava la forma dei nuovissimi cd e degli antichi vinili: il 2000. Nel 2000 – pensavo da piccolo – avrei avuto 21 anni. Maggiorenne secondo le leggi di tutte le nazioni del mondo: abbastanza giovane da vivere la grande e preannunciata rivoluzione degli anni ’00 ma con la maturità di un adulto. Con il passare del tempo, mentre la meta si faceva sempre più vicina, ho capito che allo scoccare della mezzanotte non sarebbe arrivata alcuna svolta repentina. Negli anni ’90 ero rimasto incantato dalla nascita di nuovi generi musicali, specialmente nella scena elettronica e alternativa; ma a un’analisi più approfondita, avevo constatato con le mie orecchie che quei suoni, per quanto indubbiamente innovativi, pescavano comunque dal passato, adattandolo ai tempi moderni. Così, esattamente come lo spauracchio del millennium bug si è risolto in un nulla di fatto, anche la musica non ha badato a tutti quegli zero in fila: ha semplicemente continuato il suo percorso, trasformandosi in maniera graduale e seguendo la regola dell’evoluzione. Vent’anni dopo, chiudo gli occhi e provo a riavvolgere il nastro. E vedo questo.

Tanto per cominciare, la quarantunenne Madonna non sembra volere mollare il colpo. Nell’agosto del 2000 si traveste da mandriana e pubblica Music, ennesimo prestigioso tassello di una carriera impressionante. Il suo coetaneo Michael Jackson è ancora fermo a HIStory del 1995, ma tempo un anno, e con Invincible rientrerà in possesso dello scettro di Re del Pop. Nella categoria veterani merita una menzione anche il Greatest Hits di Whitney Houston, che contiene nuovi duetti di punta con George Michael ed Enrique Iglesias. Ma se parliamo di “vecchie” star, l’artista più rapido a centrare il bersaglio nel nuovo millennio è il sessantenne Tom Jones, che a gennaio torna prepotentemente sotto i riflettori con la hit Sex Bomb, grazie al dj e produttore Mousse T.

Ma pare chiaro che queste leggende dovranno presto cedere il passo a una nuova generazione di giovani stelle. La diciottenne Britney Spears e la diciannovenne Christina Aguilera, entrambe reduci da debutti discografici datati 1999, sono le nuove leve più in vista. Al loro fianco si fa luce P!nk, una ragazza di vent’anni con una bella voce e un atteggiamento un po’ ribelle. Ma a contendersi il primato di popstar concorrono anche donne più mature: c’è Jennifer Lopez, fresca del clamore per On The 6th, e Anastacia che con Not That Kind non fa disastri in America ma conquista l’Europa. Per quanto riguarda l’altro sesso, Robbie Williams abbandona le chitarre per buttarsi su suoni più moderni di Sing When You’re Winning (chi può evitare Rock DJ quell’estate?) mentre fa capolino Ronan Keating, ex componente dei Boyzone.

A proposito di gruppi vocali nel 2000 esce il canto del cigno delle Spice GirlsForever. Ma è anche l’anno dello scioglimento dei Boyzone. In effetti, il declino di boy e girl band si concretizzerà due anni più tardi con la fine degli N’Sync e lo stop dei Backstreet Boys, che tutto sommato a inizio millennio  – prima di dirci Bye Bye Bye – se la passano ancora benone. Perfino le All Saints (in testa alle classifiche con la memorabile Pure Shores) e le Destiny’s Child (che sbancano con la colonna sonora di Charlie’s Angels) si prenderanno una pausa nel 2001. Gli unici in controtendenza sembrano i Blue, che esordiscono proprio nel 2000. Ma per il resto, chi aveva avuto successo in gruppo negli anni ’90, tenta la strada solista nel 2000. E con fortune alterne: Geri Halliwell si era portata avanti nel ’99; nel 2000 Mel C azzecca due singoli da top 10; alle altre tre Spice Girls andrà un po’ meno bene.

Parlando di rock, il mainstream nel 2000 saluta il ritorno in grande spolvero dei Bon Jovi (Crush, cioè il disco di It’s My Life) e degli U2 (All That You Can’t Leave Behind). Gli Oasis inaugurano la loro etichetta Big Brother con Standing On The Shoulders On Giants, mentre gli acerrimi rivali Blur si prendono una pausa di riflessione per dedicarsi ad altro; nello specifico, Damon Albarn sta elaborando la sua nuova creatura, i Gorillaz, che saranno presentati ufficialmente solo un anno dopo. Rimanendo in Gran Bretagna, i Placebo si confermano con Black Market Music e Richard Ashcroft approfitta del secondo scioglimento dei Verve per esordire con Alone With Everybody. Thom Yorke, da parte sua, sente il bisogno di azzerare tutto: i Radiohead cambiano musica (letteralmente), con l’immenso Kid A, probabilmente il disco migliore dell’anno. Mentre l’underground è in subbuglio per il cosiddetto post-punk revival (gli Strokes stanno per arrivare), il pop-punk capitanato da Blink-182, Offspring e Green Day continua a fare faville. Ma il 2000 è l’anno dell’apice del nu-metal, con l’ingresso in scena della band in grado di realizzare il tanto atteso crossover: i Linkin Park.

A fare da contraltare alle urla di Chester Bennington, Mike Shinoda rappa. Naturalmente è un rap diverso da quello che sempre più sta dominando le classifiche americane (ma arriverà anche il nostro turno): l’eminenza grigia è Dr. Dre che, mentre si gode le royalties del suo 2001, trova anche il tempo di confezionare la consacrazione definitiva di Eminem. Un altro nome gettonato dietro la consolle è Timbaland, mentre tra i produttori da tenere d’occhio spiccano i Neptunes, duo composto da Chad Hugo e un certo Pharrell Williams. Segniamoci questo nome.

In Italia i Lùnapop continuano a spadroneggiare grazie ai singoli di Squérez, pubblicato a fine 1999. Intanto, i Subsonica vanno a Sanremo con Tutti i miei sbagli, mentre i Planet Funk campionano Ennio Morricone in Chase The Sun ottenendo ottimi riscontri anche nel Regno Unito – episodio rarissimo per una band italiana. In discoteca si balla ancora l’eurodance di Gigi D’Agostino e degli Eiffel 65, ma alcuni producer italiani (come Spiller, i Black Legend e Bini & Martini nascosti dietro lo pseudonimo House Of Glass) puntano su sonorità house e tengono alta la nostra bandiera. Però, reggere il confronto con il monopolio francese (Bob Sinclar e Modjo, per fare due nomi) è una cosa; competere con i Daft Punk è un’altra. I robot mascherati del French Touch tornano in scena con grande stile alla fine del 2000 con un singolo, One More Time, che preannuncia qualcosa di molto molto grosso, una visione che va oltre i confini dei club, e non ce n’è per nessuno.

Ma anche il 2000 ha le sue meteore. È il caso dei finlandesi Bomfunk MCs che con Freestyler siglano uno dei singoli dell’anno in tutta Europa. E poi degli imbarazzanti Crazy Town con Butterfly, o degli spassosi Dandy Warhols con Bohemian Like You. E ancora, degli Shivaree con Goodnight Moon o di Sonique con It Feels So Good. E probabilmente di molti altri artisti che mentre il nastro finisce di riavvolgersi rapidamente mi stanno sfuggendo. Ci sta: le colonne sonore non sono fatte tutte di hit da consegnare agli annali, e intanto la musica continua a cambiare, a evolversi. Ogni tanto qualche scossone ci fa pensare che niente sarà più come prima. Ma ci sarà modo e tempo per capire se è il caso di essere nostalgici o di apprezzare il presente. Oppure – ancora meglio – di riuscire a godersi quello che è stato e quello che sarà in uguale misura: conservare con affetto i ricordi senza per forza incensare o denigrare il passato. Perché, prima di venire relegato nella memoria, anche un anno come il 2000 l’abbiamo vissuto nel presente, ignari se il giorno successivo ci avrebbe dato una nuova canzone da amare o una ciofeca.