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Come funziona questa storia del biglietto nominale

di Silvia Danielli

È l’incubo di molti, se non di tutti. Collegarsi all’ora stabilita al sito che vende i biglietti del concerto della vita, che sia quello di Vasco Rossi o dei Rammstein, e vederli sfumare davanti agli occhi. Per poi ritrovarli su un sito di secondary ticketing, le piattaforme online dove sono rivenduti i biglietti degli eventi già acquistati, ma a un prezzo aumentato di 10 volte tanto. Che fare a quel punto? Comprarlo lo stesso o aspettare? Il fenomeno è antico tanto quanto lo sono gli spettacoli, probabilmente i bagarini c’erano anche nella Roma del I secolo davanti alle arene e urlavano “Compro biglietti!” o “Vendo biglietti!”. Adesso… ci sono ancora, ma in più ci sono i potenti bot che acquistano i biglietti in gran quantità non appena si aprono le prevendite, per poi farli rivendere sui siti di secondary, tra cui i più importanti sono Viagogo, StubHub, GetMeIn e Seatwave.

Negli anni ci sono state molte iniziative per contrastare il fenomeno, in tutto il mondo. Il presidente degli USA Barack Obama nel 2016 firmò un decreto contro l’uso dei bot per l’acquisto massivo di biglietti, ma non portò ai risultati sperati. Sempre nel 2016, un gruppo di artisti (tra cui PJ Harvey, Noel Gallagher e Arctic Monkeys) si unì nella FanFair Alliance, alleanza per combattere in ogni modo il mercato del secondary con approccio pragmatico e con la richiesta diretta al Governo Britannico di prendere provvedimenti. D’altra parte, la storia dei Metallica, coinvolti da un membro del loro staff in un giro di compravendita di biglietti dal circuito regolare a quello del secondary ticketing – come riportato da Billboard in America – apre un oscuro spiraglio sul coinvolgimento possibile, eventuale, ipotizzato di alcuni artisti in questo mercato. Un mercato, peraltro, ingarbugliato dai conflitti d’interesse di chi controlla sia le piattaforme di selling che quelle di reselling.

In questo labirinto, insomma, le contromisure rischiano di essere tanto clamorose quanto evanescenti. Pensiamo anche alla decisione di Google di qualche giorno fa, quando il 17 luglio ha stabilito di non far più comparire in cima alle sue ricerche a pagamento i siti di secondary ticketing, che spesso uscivano ancora prima di quelli ufficiali come Ticketone e Ticketmaster.

Ma l’iniziativa che ha fatto veramente discutere più di tutte negli ultimi mesi è stata quella di imporre il biglietto nominale in Italia. L’emendamento alla Legge di Bilancio, voluto a dicembre dal deputato Cinque Stelle Sergio Battelli, commissario per le politiche UE, è entrato in vigore dal 1 luglio. Prevede che sul biglietto per spettacoli che superino le 5mila persone (per intenderci, dai palasport in su) siano riportati il nome, il cognome e la data di nascita di chi acquista il biglietto. Così come già avviene per i grandi eventi sportivi. I promoter sono insorti quasi all’unanimità, sostenendo che queste nuove regole comporteranno un aumento smisurato di tempo per controllare i documenti di identità, la necessità di aumentare il personale di servizio e infine un’ulteriore maggiorazione di prezzo che ricadrà sui consumatori. Per non parlare del fatto che per cambiare il nome del biglietto sui siti di rivendita ufficiali si dovranno pagare altri soldi e perdere altro tempo. Battelli, dal canto suo, risponde: «La gente è preoccupata di non essere truffata più che fermata ai controlli».

Ma all’estero come funziona? Al momento, nessun Paese presenta leggi che impongano agli organizzatori di riportare il nome sul biglietto dei concerti. A volte, semmai, è l’artista stesso o il suo management a esprimere questa richiesta. Ed è già successo anche in Italia. Per esempio, Ed Sheeran per l’ultimo tour mondiale ha voluto che il biglietto fosse nominale ovunque: tuttavia, questo pare non aver creato chissà che code o scompigli per i suoi concerti di giugno a Firenze, a Roma e a Milano.

Nominali erano anche i biglietti degli Arctic Monkeys (che, come scritto sopra, hanno firmato nel 2016 la FanFair Alliance) per il tour dell’anno scorso: di nuovo, un’esplicita intenzione della band di Alex Turner, che aveva spiegato le sue ragioni in un post pubblicato sul loro sito. In Italia, questo aveva comportato alcuni disagi, almeno per le persone che non erano riuscite a cambiare il nome in tempo e ci avevano provato – con estrema fatica – direttamente ai cancelli del Mediolanum Forum di Assago.

Questa situazione si è ripetuta in altri mercati. In Spagna, ad esempio, il biglietto nominale non è obbligatorio. Ma lo era al concerto di Alejandro Sanz, cantautore pop molto amato in patria che si è esibito recentemente al Wanda Metropolitano Stadium: e questo – riportano da Madrid – ha comportato controlli e code estenuanti. Il peso di questa soluzione, insomma, sembra gravare sugli spettatori: i problemi sorti all’estero con il biglietto nominale, infatti, sono derivati soprattutto da una mancata preparazione dei fan. O dalla scarsa comunicazione da parte degli organizzatori, dipende dai punti di vista di chi racconta la storia.

È quanto si è verificato in occasione del concerto dei Foo Fighters alla O2 Arena a Londra, il 19 settembre 2017. In molti non riuscirono a entrare con il biglietto (che magari avevano pagato anche 200 sterline) perché non avevano il documento d’identità: la loro reazione fu accusare l’organizzazione di non aver fatto abbastanza pubblicità al nuovo provvedimento. Da parte loro, il management, il promoter SJM e la location risposero che le regole erano chiare fin dall’inizio. «Siamo frustrati e rattristati nell’ammettere che, nonostante tutti gli sforzi fatti i fan sono stati raggirati da agenzie di secondary ticketing senza scrupoli», scrissero gli organizzatori, spostando la responsabilità da un’altra parte.

Insomma il biglietto nominale servirà a contrastare i bagarini di ieri, oggi e domani? Chi può dirlo. Intanto, possiamo assistere a quanto sta già succedendo in Italia: uno dei primi concerti annunciati dopo il 1 luglio, quindi con l’obbligo del nome sul biglietto, è stato quello dei Rammstein. Le prevendite per lo show allo stadio di Torino del 13 luglio 2020 sono state aperte il 5 luglio 2019: già 20 minuti dopo, molti biglietti erano già su Viagogo a prezzi stellari (nota di servizio: al momento si possono ancora comprare solo quelli con visione limitata). Forse i bagarini faranno tutti il cambio del nome l’anno prossimo, quando questo sarà possibile.

Per quanto riguarda il peso dei disagi per i fan, oltre al fatto che ci vorrà un po’ di tempo perché il messaggio sia recepito, acquisito e digerito da tutti quanti i frequentatori di live, l’unica esperienza che possa fare davvero da pietra di paragone è quella degli eventi sportivi allo stadio: una volta che si sa che si può acquistare il biglietto per la partita solo con il nome e che ci si deve presentare ai cancelli muniti di documento d’identità, entrare è davvero un’impresa insormontabile? A voi la risposta. Certo è che se, in quel caso, le motivazioni erano di ordine pubblico, nel caso dei concerti, il fan non è certamente imputabile di alcunché. Eppure, l’unica soluzione che sembra possibile è il controllo. Speriamo comunque che questa soluzione macchinosa riesca a contenere almeno in Italia l’aumento vertiginoso dei prezzi dei biglietti, un trend che ha interessato tutto il mondo della musica live. Proprio mentre il settore, dall’inizio del 2019 a oggi, registra il primo consistente calo di introiti da molto tempo a questa parte. Forse, non a caso.

Foto di Jeff Greenberg