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Ci vuole coraggio per scrivere canzoni d’amore

di Marco Rigamonti

Sto canticchiando L’era dell’Acquario come se fosse uscita ieri, quando improvvisamente vengo stuzzicato da un sibillino video promo che allude a un nuovo album dei Baustelle. Forse la memoria si sta prendendo gioco di me e quello che mi sembra un disco tutto sommato nuovo è in realtà uscito abbastanza tempo fa da giustificare una nuova pubblicazione. Il tempo passa e “ci si abitua a tutto, al dolore, alle stagioni, alla storia, al calendario”. Ma no, ho fatto bene i calcoli: L’Amore e la Violenza è del 2017, e per la prima volta in quasi vent’anni di carriera la band di Montepulciano pubblica due Lp in quattordici mesi, collegandoli artisticamente attraverso l’espediente dei volumi.

Nutro sempre un certo scetticismo nei confronti dei lavori che vedono la luce in tempi molto stretti. Qui il pregiudizio si trasforma in preoccupazione, visto che si tratta di un gruppo che mi sta particolarmente a cuore. In mio soccorso arrivano i Baustelle stessi, che – lo interpreto come uno slancio di ironia – mettono le mani avanti precisando che si tratta di “dodici pezzi facili” e che loro non sanno in quanto tempo si fanno i dischi. E poi ricordo che mi aspettavo qualcosa di più da L’amore e la Violenza, un album che ha raccolto consensi ma che al sottoscritto è parso un po’ troppo veloce, leggero. Forse ero ancora felicemente traumatizzato dal monumentale Fantasma, ma ricordo la precisa sensazione di avere metaforicamente tentato di girare il disco una volta giunto al pezzo finale, rimanendoci male nello scoprire che sull’altra facciata non era inciso nulla.

La mia occasione per girare il simbolico disco arriva dunque con questo Volume 2, scritto durante il tour con gli stessi strumenti utilizzati nel primo episodio. La copertina, in tutto e per tutto affine a quella di un anno fa, è ancora una volta dominata da figure femminili: la donna (incarnata da nomi come Veronica e Giovanna, dal pronome personale “lei” disseminato ovunque e dal ricorrente anglicismo “Baby”) è la stella madre del sistema e attorno a lei orbitano canzoni che cancellano il confine tra libertà e coercizione, che uniscono amore e violenza in un abbraccio tanto inspiegabile quanto reale. Perché, parola di Bianconi, l’amore è anche violenza. E non solo nei momenti più delicati (come quando una storia finisce), ma anche quando ti travolge e ti comanda a bacchetta senza che tu possa opporti in alcun modo.

Certo, L’Amore è negativo sembra una traduzione quasi letterale di un noto brano dei Joy Division che ha segnato più generazioni. Ma qui, a dispetto del titolo e del tema affrontato, si scorge una sorta di speranza, una flebile luce in fondo al tunnel che incita a conservare un barlume di fiducia. Dove riporla questa fiducia? Nel passato, nel presente o nel futuro, chissà. In un amore cosmico forse; in un concetto di amore che si eleva oltre i confini materiali della relazione stessa (quello “Che non muore mai / Più lontano degli dei”). L’amore atomico che prima brucia e poi si spegne, per poi riaccendersi magicamente quando non credevamo che fosse possibile (Credi che il vuoto di colpo sia bellissimo / Neghi che tutto sia vano e tutto inutile). In un amore perduto, che però non ne vuole proprio sapere di lasciarci in pace e sopravvive nel dolore (Tutto mi parla di te / Perfino la tua assenza mi fa compagnia). O anche in un amore immaginato, che deve ancora arrivare. Chissà se perdere una donna in un giorno di sole uguale agli altri (come si perde un accendino o un portachiavi) può rappresentare davvero un nuovo inizio.

La sensazione è che Bianconi abbia cercato di descrivere con una ciclicità quasi matematica l’irrazionale inseguimento tra principio e fine, che si rincorrono disperatamente a vicenda fino a confondersi: il paradosso di ritrovare la libertà aspettando una nuova sopraffazione – illusoria o reale – che dia un senso ai nostri giorni vuoti.

Ci vuole coraggio a scrivere canzoni d’amore: si cammina su un filo, rischiando di precipitare nella stucchevolezza o nella consuetudine. Con questo disco i Baustelle sono riusciti a percorrere quel filo senza cadere. L’hanno fatto essendo espliciti senza esagerare, avendo cura di lasciare libertà di interpretazione senza scivolare nell’incomprensibile e ricercando un prezioso equilibrio tra materialismo e idealismo (qualità che a mio modo di vedere li contraddistingue da sempre).

Ero pronto ad accogliere qualcosa di simile a una raccolta di b-side, un lavoro appendice all’album di un anno fa, un prodotto indispensabile per i fan ma in un certo senso trascurabile per l’ascoltatore occasionale. Non sono mai stato così felice di vedere le mie aspettative disattese: L’Amore e la Violenza Vol.2 parte dall’immaginario sonoro e lirico del primo atto e lo nobilita con grande classe e la giusta dose di spontaneità. Lascia un retrogusto amaro, che in fondo è quello che ci si aspetta dai Baustelle. Ma lo fa attraverso un’ostentata “oscenità pop” che alleggerisce l’atmosfera e rende più semplice accettare il fatale scarto tra sogno e realtà.