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C’è sempre qualcosa per tutti i palati: gli ospiti internazionali di Sanremo

di Federico Pucci

C’è stato un tempo in cui si dava quasi per scontato: al Festival di Sanremo i concorrenti sono italiani e gli ospiti sono stranieri. Da quando la musica internazionale è diventata virtualmente inesistente nelle classifiche italiane, gli organizzatori preoccupati dell’audience sono dovuti correre ai ripari, buttandosi sempre più sugli ospiti italiani: così, ogni anno capita di sentire le solite polemiche (anche per l’imminente edizione 2022) che vanno da “ma chi è questo Aka 7even!?” al classico “Ma c’è ancora Morandi?”.

Tutto come da copione, non c’è nulla di strano. Però, la kermesse per antonomasia ha sempre un piccolo spazio per sorprenderti, specie se i tuoi gusti non sono propriamente allineati a quello che – effettivamente – la maggior parte delle persone ascolta e acquista. Così, dal passato che ricordiamo come glorioso alle sorprese del presente, quasi sempre il Festival regala agli spettatori da casa momenti memorabili di musica internazionale. Playback permettendo!

Queen
Avere una band di quel calibro e non poterla sentire dal vivo sembra una beffa, d’accordo, ma vuoi mettere lo spettacolo di Freddie Mercury che gesticola sopra il palco dell’Ariston? Non inserirla in questa lista sarebbe stato un delitto, e quindi ecco la partecipazione dei Queen nel 1984.

Depeche Mode
Ci ricordiamo sempre i momenti brutti: le cadute, le polemiche, i fischi. Ma quando nel 1990 i Depeche Mode tornarono per la terza volta a Sanremo, l’accoglienza fu senza precedenti. Cori, urletti, battimani (quasi) a tempo sul solito playback. Non è tanto il momento musicale in sé a meritare il ricordo, ma la presa di coscienza che quello strano e cupo gruppo inglese in fondo a noi italiani piaceva (e piace) veramente. Perfino un Dave Gahan ridotto come uno straccio per ragioni molto probabilmente chimiche sembra avere un sussulto di vita! A margine, della loro bella esibizione del 1986 con Stripped è consigliatissima la visione di questo spezzone di documentario girato da una giovane giornalista inglese.

Blur
Come si può dimenticare il cartonato di Graham Coxon nel 1996? Tre anni dopo, il gruppo sarebbe tornato con maggiore serietà e con Tender. Ma il playback no, quello rimaneva inossidabile.

Peter Gabriel
Imposto o meno che sia dalla Rai o dalle case discografiche, il playback è ogni anno un tema di discussione per chi osserva il Festival (da vicino o da lontano). E infatti c’è chi si è ribellato al lip-sync, come Bruce Springsteen (il cui video di The Ghost Of Tom Joad all’Ariston è più introvabile di un bootleg raro!). Ma c’è anche chi non ha fatto tante storie e ha approfittato del “limite” per esplorare un’altra parte della musica pop: la teatralità. Se nel 1983 Peter Gabriel avesse dovuto cantare, avrebbe potuto lanciarsi con un cappio sopra le teste della platea? Forse no. E avremmo perso qualcosa tutti quanti.

David Bowie
Il cliché dell’alieno è perfino abusato, quando si parla di David Bowie. Uno dei momenti più da alieno della sua carriera, però, è senz’altro la partecipazione al Festival di Sanremo del 1997. Davanti a una platea con tanti posti vuoti (sacrilegio!), canta la sua fusione di Prodigy e glam rock Little Wonder, dando l’impressione di essere più punk di quel punk che all’Ariston non passò mai.

Placebo
A proposito di gesti punk, chi se lo dimentica Brian Molko che sfascia la chitarra dopo aver suonato una canzone sulla ketamina nel palco più perbenista della televisione italiana? “Cretino! Buffone! Sceeemo sceeemo!”, si sente dalla beneducata platea dell’Ariston. La ragione di quel gesto? Secondo la vulgata, Brian avrebbe dichiarato che fu una combinazione di cause: stanchezza; forti bevute; e la classica reazione degli artisti che si trovano davanti un pubblico di ricchi presenzialisti, evidentemente disinteressati alla musica. Comunque, la band deve ricordare con un certo affetto quel momento, se hanno deciso di pubblicarlo sul loro canale YouTube ufficiale!

Alicia Keys
Troppo facile fare ironia sulle ospitate sanremesi. Ma, specie negli ultimi vent’anni, qualcosa si è mosso: mentre il budget si andava man mano assottigliando, alcuni artisti hanno effettivamente restituito qualcosa di speciale all’Ariston, ed è questo il caso di Alicia Keys nel 2002. Prima si esibisce in un decente Ave Maria, con tanto di Baudo che sottolinea le sue radici italiane; poi interpreta la sua hit del momento, Fallin’, usando nient’altro che le voci (sua e delle coriste) e il pianoforte. Da incorniciare il finale: altro che i vecchi sfumati dei tempi del playback! Perché anche senza fuochi d’artificio si può dare qualcosa di prezioso alla musica.

Stromae
Come dice il grande esperto del Festival Eddy Anselmi, gli ultimi dieci anni sono stati un’età dell’oro per Sanremo sotto tanti aspetti. Da una parte, le polemiche sono diventate sempre più tangenziali all’evento, lasciando un po’ di spazio (appena appena!) alle canzoni; dall’altra, si è capito che Sanremo non poteva essere solo il carrozzone dei fiori e delle tradizioni, ma anche un’occasione di spettacolo e perfino di arte. Sì, all’Ariston!

Sicuramente, la partecipazione del belga Stromae nel 2014 è tra le ragioni che ha riportato molti (giovani) a vedere la vecchia kermesse: un atto di teatro, sopra una musica che non sa di vecchio nemmeno anche se porta le radici di Jacques Brel. La settimana successiva, Stromae sarebbe andato al primo posto della classifica dei dischi più venduti, sicuramente con grande scorno dei discografici che sperano nel Festival per un boost commerciale: invece, per la prima volta nella storia di questo Paese sempre più autarchico musicalmente, un disco completamente in francese aveva conquistato tutti. Senz’altro, anche grazie a questa performance.