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Californication è il Born In The USA dei Red Hot Chili Peppers

di Luca Garro

Avete presente quei dischi che tutti hanno in casa ma che lo zoccolo duro dei fan continua a ritenere inferiori a quelli prodotti dalla band in precedenza? Quei dischi capaci di far diventare ricchi i gruppi in questione e di trasformarli di colpo da grandi band a superstar mondiali? Ecco, in pochi avrebbero immaginato che nel 1999 i Red Hot Chili Peppers fossero sul punto di pubblicare un album dell’importanza e del successo di Californication.

Seppur viaggiando su strade musicali molto differenti, fino ad allora il loro percorso era stato molto simile a quello del Bruce Springsteen prima di Born In The USA: una serie di album di culto, un best seller come Blood Sugar Sex Magik (il loro The River) seguito da un album, One Hot Minute, capace di spiazzare tutti per via del drastico cambio di sonorità. Insomma, per continuare con questo strambo parallelismo, un po’ quello che accadde ai fan di Bruce all’uscita di Nebraska.

Chi erano dunque i Red Hot sul finire del decennio che tutti continuavano a ricondurre al solo movimento grunge, ma che in realtà aveva visto un’ondata di talenti e generi paragonabile solo agli anni Settanta? Per prima cosa, John Frusciante aveva fatto marcia indietro dopo l’addio avvenuto nel corso del tour di Blood Sugar Sex Magik, ricomponendo di fatto la formazione con cui la band era salita alla ribalta all’inizio del decennio. Un ritorno fortemente voluto dai componenti del gruppo, dopo l’esperienza affascinante ma poco riuscita con Dave Navarro: «In ogni impresa di tipo musicale, avere una certa alchimia è bello e molto importante, anche perché è impossibile definirla o forzarla – sottolineò Kiedis ai tempi – Questo tipo di presenza, astratta ed impalpabile, l’ho percepita la prima volta che abbiamo incontrato John. Poi però, quando se n’è andato, per me è stato davvero difficile scrivere canzoni e sentirmi connesso spiritualmente all’arte e alla band. Ma quando è tornato sono riuscito a percepirla di nuovo, all’istante».

Giunti probabilmente alla maturità artistica dopo anni di eccessi e di schizofrenia sonica, i quattro amici riuscirono a mettere a punto quella formula, capace di fondere rock classico, funk e attitudine punk, la combinazione con cui sarebbero entrati nell’immaginario collettivo mondiale e che avrebbe caratterizzato tutti i lavori successivi a Californication. Anche prima la band era nota per la capacità di fondere stili e per l’energia, che soprattutto dal vivo riusciva ad emergere in pieno. Ma le nuove tracce, per certi versi mai così spirituali ed evocative, portarono tutto su un altro livello. Un livello indubbiamente più abbordabile e di presa immediata, ma non per questo meno pregno di quegli elementi che li avevano fatti amare dai fan della prima ora. Il cambiamento in parte è stato voluto e ricercato, ma è anche figlio delle circostanze e della loro evoluzione come musicisti, ora a cerca contemporaneamente di maggiori sfumature e mossi da un’urgenza comunicativa. «Negli anni precedenti non avevo passato molto tempo a suonare la chitarra – confessò Frusciante – per cui le mie mani erano un po’ deboli. Non si sono rafforzate del tutto sino a quando non abbiamo praticamente finito di registrare. Il fatto di non essere in forma ha influenzato il mio modo di suonare la chitarra durante le registrazioni, ma in fondo è stato positivo, perché mi ha permesso di approcciare la cosa da un punto di vista diverso. In questo modo ho evitato di essere autoreferenziale, che è il grosso rischio di chi si concentra troppo sull’aspetto tecnico».

Ne nacque un album di una bellezza brutale e disarmante che, anche per via della splendida malinconia evocata dal primo singolo Scar Tissue, apparve molto più “facile” di quello che era in realtà. Un’opera che, proprio come Born In The USA, venne molto fraintesa, apparendo ai più come una celebrazione della California e del suo modello di vita, mentre al contrario si addentrava nei meandri più sordidi e decadenti della città degli angeli, denunciandone gli aspetti meno affascinanti e ambigui e riflettendo sul peso che il sogno della California aveva scaricato sul resto del mondo: un sogno che era piuttosto un’illusione, come avevano scoperto molti di quelli giunti fin lì, all’estremo Ovest. Non che i Peppers fossero diventati dei moralizzatori: per rendersene conto bastava leggere i testi lascivi e stralunati di molte tracce dell’album, ma se fino a quel momento il mondo li aveva conosciuti fondamentalmente come un gruppo di cazzoni, da lì in avanti avrebbe dovuto confrontarsi con qualcosa di diverso, sicuramente di più profondo.

Non fu quindi un caso se, quando giunse il momento di pensare a un produttore adatto all’opera, la scelta iniziale ricadde su David Bowie che, nella metà degli anni Settanta, a Los Angeles aveva rischiato seriamente di trovare il riposo eterno, attirato anche lui da quella misteriosa Babilonia. Il Duca rifiutò l’offerta, non tanto per mancanza di affinità con la band (si era sempre dichiarato fan di Kiedis e soci), ma per i troppi impegni pregressi e la band richiamò il fido Rick Rubin, che insieme a Frusciante avrebbe così ricomposto il fortunato team di qualche anno prima. Poco male, considerata la riuscita pressoché totale del disco. Eppure, il verso della title-track “singing songs off Station To Station”, che citava l’omonimo album di Bowie del 1976, da vent’anni continua ad alimentare la curiosità di tutti coloro che avrebbero voluto vedere David e Flea nello stesso studio di registrazione.