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Viva gli artisti che fanno come gli pare: Tom Waits

di Luca Garro

«Devo ammetterlo, avevo sentito così tante dicerie e storie su di lui, che prima di incontrare Tom ero davvero terrorizzato. Insomma, i suoi debiti di gioco, il suo magnetismo animale, uniti alla sua indifferenza per i sentimenti degli altri… La sua collezione d’armi, il suo shopping sfrenato, i lifting, le settimane bianche, le retate antidroga e le centinaia di stanze della sua casa. Gli scudi fiscali, le pisciate in pubblico… Era davvero nervoso all’idea di conoscerlo. Invece l’ho trovato gentile, intelligente, aperto, ironico, impavido, audace, chiacchierone, pulito e riverente. Un vero boy scout». Con queste parole a dir poco assurde ha inizio True Confession, l’autointervista che Tom Waits pubblicò in sole cinquemila copie in occasione del suo ultimo tour mondiale. Correva l’anno 2008 e quel libello di una decina di pagine resta l’unico stralcio di autobiografia mai donato da Waits ai propri fan. Una scelta che descrive perfettamente l’attitudine di un personaggio oggi forse meno spigoloso di un tempo, ma di certo mai in linea con quello che il mercato avrebbe voluto da lui. Perché, come si capisce dalle righe qui sopra o da un pezzo come I Hope That I Don’t Fall In Love With You (tanto per sceglierne uno dai tanti del suo straordinario debutto), il modo di Tom di osservare le cose, e quindi di osservare anche sé stesso, non è mai stato normale.

Apparso sulle scene più o meno in contemporanea con Bruce Springsteen, Tom sembrò immediatamente come uno che stava fuori dai giochi: anche lui, proprio come Springsteen, stava dalla parte degli ultimi, dei reietti, ma con occhio profondamente diverso, senza la tensione alla fuga e al riscatto, così pienamente american dream nella poetica del Boss. Fin dagli esordi fu evidente che le storie di cui parlava Tom non rappresentassero il frutto della sua fantasia o un’analisi sociologica, e nemmeno una qualche scusa per sognare la grandezza: piuttosto, quella che raccontava pareva nientemeno che la cronaca nuda e cruda della sua vita. Insomma, lui stesso era uno dei reietti. Avremmo capito più tardi che c’era molto di più, che la caratterizzazione in una maschera non poteva bastare. Dopotutto, Tom Waits non è mai stato un rocker tout court, piuttosto un artista capace di pensare nella lingua del jazz e di esprimere le proprie emozioni con una voce antitetica rispetto ai suoi contemporanei californiani: il che è curioso, se si pensa che le sue parole vengono direttamente dalla strada, proprio com’era tipico dei Beatnik. 

Per comprendere la sua distanza dal resto della scena musicale, prendiamo ad esempio una voce autoriale vicinissima a Tom: Charles Bukowski. Seppur accostato da sempre al mondo del rock’n’roll per via del suo stile di vita e per contenuti delle sue opere, il buon vecchio Hank non amava la musica popolare. Ciononostante, è fin troppo facile trovare un’affinità profonda tra i due autori dentro immagini come “birra calda e donne fredde”, tra le ombre dei dipinti di Edward Hopper, nel grugnito disperato che arriva dalle loro parole. E non è un caso. Per entrambi quella vita non era che l’unica possibile: non una posa, non qualcosa con cui nutrire la morbosità del pubblico. Ma un’urgenza, o comunque una manifestazione di una purissima e tragica autenticità.

Nei suoi album, sia quelli più recenti che quelli della gioventù, la sensazione è sempre quella che Waits non abbia mai inseguito nessuna delle mitologie in voga quando questi venivano pubblicati: piuttosto, Tom preferiva raccontare lo scorrere del tempo, le gioie e le miserie dell’umanità, senza mai rinunciare al suo punto di vista, quello di un clandestino della musica. Un alieno, un uomo impegnato a rifuggire costantemente da qualche cosa, sempre e comunque fuori moda. Un po’ come il selvaggio interpretato in The Dead Don’t Die, l’unico che riuscirà a salvarsi dal tragicomico olocausto zombie messo in piedi dall’amico Jim Jarmusch, uno dei registi che ha permesso di aggiungere la voce “cinema” (e che cinema) al fenomenale curriculum di Tom. 

Ma perfino quando ha compiuto decisissime inversioni a U e quando si è rimesso completamente in gioco, come a cavallo tra XX e XXI secolo, la sua vena non si è mai inaridita nella pura e astratta ricerca di una cifra personale. Come avevo spiegato parlando di Mule Variations, dentro i versi di Tom c’è sempre una strabordante, inesauribile, autentica pulsione verso la vita, un’attrazione quasi miracolosa verso le sue forme irregolari, sgraziate e affascinanti. Anche quando questa vita, a un certo punto, si è allontanata dagli squallidi bar della suburra e si è senz’altro placata.

Nella sua poetica folle e scostante, poi, è praticamente impossibile distinguere realtà e finzione: «Riesco quasi sempre a cavalcare sia la realtà che l’immaginazione – dichiarò nel corso di un’intervista qualche anno fa – la mia realtà ha bisogno dell’immaginazione come una lampadina ha bisogno della presa dell’elettricità. La mia immaginazione ha bisogno della realtà come un cieco ha bisogno del suo bastone». E questo è fondamentale: le canzoni di Waits non sono mai state una cronaca fredda, un puro e semplice diario delle sue nottate. No, la sua opera è sempre stata profondamente immaginaria, quasi fantastica: il punto è che la fantasia di Tom si aggira dove quella di molti non si è mai azzardata a passare, nei bassifondi e nel putrido, dove ciò che splende dell’umanità riluce ancora di più. Il suo modo di attingere realismo dall’immaginazione lo lega a doppio filo con artisti apparentemente agli antipodi come Iggy Pop e Bob Dylan. Nulla di strano, allora, nel vederlo con Iggy in una scena a dir poco leggendaria: specie perché il dialogo che imbastiscono in Coffee And Cigarettes è una continua acrobazia tra pantomima e verità. Proprio quello che hanno fatto in musica per anni.

Si dice che Waits sia una delle poche persone del mondo dello spettacolo a godere della stima (e della parola) di Dylan: entrambi schivi al limite dell’asocialità, i due hanno capito presto di potersi fidare l’uno dell’altro, proprio perché capaci di guardare il mondo con lo stesso mix di sensibilità, disillusione e cinico senso dell’umorismo. Basti pensare agli ultimi dieci anni di carriera di entrambi: da una parte Dylan che, dopo aver recuperato una credibilità artistica che sembrava svanita, ha iniziato a pubblicare solo album di standard di Frank Sinatra; dall’altra Tom che, proprio nel momento in cui avrebbe potuto godere dello status di semidivinità, ha deciso di sparire dai radar. 

In questo senso, un episodio è entrato nella leggenda. Una sera in un affollatissimo e rinomato ristorante newyorkese entrano tre figure grottesche con parrucche, nasi e baffi finti (o meglio, palesemente finti). Immediatamente vengono presi di mira dagli sguardi curiosi e indignati dei presenti. I tre figuri sono Bob Dylan, Tom Waits e Leonard Cohen, forse il meglio che il cantautorato yankee abbia mai prodotto. Tutti accomunati, evidentemente, da un modo di guardare al mondo e a sé stessi che non si può semplicemente spiegare: va letto dentro i loro testi straordinari, va apprezzato persino nei loro gesti situazionisti. Mettiamoci quindi l’anima in pace e smettiamo di aspettare nuovi album o grandi tournée da uno come lui. Consapevoli del fatto che, se mai dovesse succedere ancora, non sarebbe comunque come ce lo saremmo immaginato. Perché di prevedibile Tom non ci ha mai dato niente.