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Viva gli artisti che fanno come gli pare: PJ Harvey

di Luca Garro

Ci sono artisti come gli AC/DC, ma la lista potrebbe essere lunghissima, che hanno fatto della coerenza musicale la base della propria carriera. I motivi di tale scelta non vanno tuttavia ricercati per forza di cose nell’incapacità di evolversi. Qualcuno lo fa perché si riconosce solo in certe sonorità, altri perché avere dei paletti ben precisi li aiuta in fase di composizione. Altri ancora, semplicemente, per paura di perdere i propri fan. Se c’è qualcosa che Polly Jean Harvey non ha mai fatto è stato proprio quello di seguire una sola via, di farsi condizionare dalle consuetudini, dalle opinioni altrui: «Io posso solo agire facendo le cose nel modo in cui lo voglio fare. Esplorando idee che voglio scoprire per pura soddisfazione personale. Questo principio viene prima di qualsiasi altra cosa, ogni volta che mi avvicino alla scrittura» dichiarò al canale televisivo canadese CBC nel 1995.

«Non mi interessa molto quello che gli altri potrebbero pensare o che le mie canzoni arrivino ad un pubblico ampio, perché potrebbe essere molto pericoloso. Mi sembra di essere in grado di tenermi alla larga da questi pensieri e continuare a scrivere canzoni nel modo in cui ho cominciato a scriverle fin dall’inizio, principalmente per me stessa, non per gli altri». In queste parole, pronunciate poco dopo la pubblicazione di To Bring You My Love, PJ mostrava già una sicurezza inconsueta per un’artista giunta appena al terzo album da studio della sua carriera. Una consapevolezza non esente da rabbia, paura e delusioni che i suoi testi mettevano bene in evidenza, ma grazie alla quale è forse possibile comprendere meglio un percorso artistico impossibile da imbrigliare e analizzare con metodi tradizionali.

Figlia di genitori hippie della campagna inglese, la Harvey crebbe con un particolare mix di input musicali, che andavano da Bob Dylan e Neil Young ai Duran Duran, passando per Siouxsie Sioux, Television e Soft Cell. «Quelli arrivarono comunque dopo. Da bambina ascoltavo solo blues. Robert Johnson, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf. E tanto Hendrix. Negli anni Novanta, a Oasis e Blur ho sempre preferito i Take That». Impossibile che da una fruitrice musicale di quel tipo potesse nascere una musicista arroccata su poche e solide convinzioni. Ai mutamenti musicali dei propri album, che l’hanno portata a spaziare dal rock alternativo al punk blues, dall’art rock all’avanguardia, hanno sempre fatto da contraltare cambiamenti estetici drastici che, per certi versi, hanno avvicinato la sua figura a quella del Bowie degli anni Settanta. Il tutto sapendo sempre perfettamente quale fosse l’obiettivo da raggiungere.

«Quando lavoro a un nuovo album, la cosa più importante è quella di non ripetermi. Questo è sempre il mio unico scopo: fare sempre un passo avanti e sfidare me stessa. Perché faccio questo mestiere solo per continuare ad imparare». E per avere conferma delle sue parole, basta dare un’occhio alla lista schizofrenica di collaborazioni portate avanti nel tempo. Dalle partecipazioni più in linea con la sua anima, come quelle col Nick Cave di Murder Ballads o gli Sparklehorse di It’s a Wonderful Life, alle comparsate con miti più dei suoi genitori che propri: vedi alla voce canzoni scritte per Marrianne Faithfull. In mezzo, la follia di un pezzo come Broken Homes in compagnia di Tricky o le collaborazioni che non possono mancare nel curriculum di nessun artista della sua generazione: quelle con Josh Homme e Mark Lanegan. Il primo riuscì ad averla con sé in una delle sue infinite Desert Sessions, mentre il buon Mark la fece propria ai tempi di Bubblegum. Nonostante i continui paralleli, invece, la sua arte non ha mai incrociato quella di Patti Smith. Quasi a ribadire il concetto di sempre: non farò mai qualcosa solo perché tutti si aspettano che avvenga.

Nel 1995, quando il giornalista di Select, Gavin Hills, le chiese come vedesse il suo futuro, Polly rispose così: «Penso che resterò in circolazione ancora per un bel po’. Quel che faccio ora è solo una transizione verso il passo successivo e quello successivo ancora. Imparo in continuazione e cerco di dare il meglio di me stessa. È un processo. Vorrei sempre essere del tutto soddisfatta di quel che ho realizzato. Ma non si può arrivare alla perfezione, vero? In realtà sono contentissima del nuovo album e sto già mettendo a punto le idee per il prossimo. C’è sempre quell’orribile dubbio di non essere più, un giorno, capace di scrivere canzoni. È qualcosa che mi ronza continuamente per la testa e mi tiene sveglia la notte». Per nostra fortuna, quella capacità non è mai venuta meno.

Foto di Maria Mochnacz