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Vasco vuole farci passare la paura

di Luca Garro

San Siro, San Siro, San Siro, San Siro, San Siro, San Siro. Non può che cominciare così, con un mantra ripetuto più volte dallo stesso Vasco negli ultimi giorni, come in tante altre serate, il racconto dell’ennesima impresa riuscita al più grande performer che il nostro Paese abbia mai conosciuto. E che probabilmente mai conoscerà, come ha dimostrato di nuovo ieri, inaugurando la serie record di sei concerti consecutivi nel tempio del calcio milanese. Un tempio, sempre più suo, nel quale – alla fine di questo tour – avrà suonato ben 29 volte. Un altro record, l’ennesimo da infrangere ancora una volta.

Che da trent’anni Vasco sia in competizione esclusivamente con sé stesso è cosa nota ai più. Quello che sfugge, talvolta, è come riesca ad infrangere record e tabù facendoli passare come regolare amministrazione. La sua capacità di vincere in partenza, dandoti persino l’idea di farlo senza faticare, lo accomuna a quelle icone sportive che, già prima di una competizione, non godono solo del favore dei pronostici, ma possiedono quella consapevolezza di cui solo i più grandi sono provvisti. Penso a gente come Federer, Jordan, ma soprattutto a uno come Eddie Merx che, anche quando nessuno avrebbe potuto più raggiungerlo, correva come se in palio ci fosse la sua stessa vita. Un eroe di quelli che – a un certo punto – devono combattere solo contro i propri stessi successi, contro la propria ombra. 

Vasco sa benissimo di essere il più grande, ma quella consapevolezza non è il frutto di qualche brano primo in classifica su Spotify o di un singolo estivo capace di fare il botto: quello che oggi giustamente Vasco ostenta deriva dal fatto di essere passato per l’inferno, prima di ritrovarsi qua. Un inferno non fatto di dissing o di classiche rivalità tra colleghi, ma vissuto sulla propria pelle. «Ora ci rido – ha detto alla stampa il giorno prima dell’ennesimo debutto milanese – Ma fino all’86 ero un reietto, il male assoluto. La gente per strada mi sputava in faccia. Ero bandito». Se gente come Ligabue, ma anche Litfiba, Jovanotti o Achille Lauro, hanno potuto fare quello che hanno fatto, è perché Vasco aveva sfondato tutte le porte, aveva fatto il lavoro sporco.

In un Paese che, dopo essere stato la patria del bel canto, aveva passato gli anni della controcultura proponendo prima copie posticce e innocue degli eroi d’oltremanica e poi schiere di cantautori più o meno politicizzati, il Signor Rossi è stato capace di inglobare tanto la ribellione dei Rolling Stones che la rabbia nichilista della Londra della fine degli anni settanta, filtrandola attraverso l’onestà e la semplicità di un ragazzo cresciuto in provincia di Modena. Semplicità che i suoi detrattori hanno spesso deriso, scambiandola per banalità, senza capire la forza di una scrittura capace di cogliere appieno l’essenza delle cose senza troppi giri di parole. Quella degli Hemingway, dei Bukowski, dei Lennon, per intenderci.

Anche per questa ragione, ogni impresa di Vasco non deve essere vista come qualcosa di ordinario, perché ogni volta che sale su un palco puoi sentire tutto il dolore di un vissuto che, solo in apparenza, oggi sembra sepolto sotto i successi che tutti conosciamo. E il modo in cui si presenta dal vivo è sempre rigorosamente una sintesi di quel cammino. Dopo aver parlato di svolta metal per tanti anni, questa serie di concerti è stata presentata come quella punk rock, un termine quasi retrò oggi, in un’epoca dove tutto ruota intorno al concetto di perfezione e dove la poetica del do it yourself è stata sommersa dalla superficialità più esasperata e dal trionfo del commerciale. Per il Blasco parlare di punk rock significa ancora una volta fare un riferimento preciso alla sua biografia: ricordate quel “one two three four” con cui, alla fine di Fegato, fegato spappolato, il nostro intonava i primi versi di God Save The Queen dei Sex Pistols? Ecco, oggi Vasco pare voler chiudere anche quel cerchio, come a dire: ogni volta in cui avete pensato di sapere tutto di me, io continuo a fottervi.

La cosa che però sconvolge ancora dopo tanto tempo, è la voglia (anch’essa dichiarata) di portare il proprio pubblico a vivere per un paio d’ore senza la paura, senza quella disperazione che ogni giorno viene alimentata da personaggi che di quei sentimenti oscuri si nutrono. Senza le tenebre che, a suo modo, lo stesso Vasco ha vissuto in prima persona. Quanto più diventa un appuntamento irrinunciabile e quasi rituale, tanto più ogni suo concerto si trasforma in uno spazio “altro”, dove la gioia è l’unico sentimento contemplabile. Un sentimento suscitato proprio attraverso il dolore e la malinconia di testi che davanti a quel palco si trasformano nella loro antitesi. Non è un paradosso, è pura catarsi. Lui che ieri sera a San Siro è tornato a chiedere che di portargli Dio, e che, rivolgendosi a Gabri ai tempi de Gli spari sopra, aveva persino provato a prendere il suo posto (“e non ci sarà più Dio, perché ci sono io”) ha finito per trasformarsi in una figura totalmente messianica, sì, ma dall’animo scisso: allo stesso tempo homo novus come Gesù e disobbediente come Adamo. Sant’Agostino e Nietzsche, per citare due suoi filosofi di riferimento.

«Alle volte mi accorgo che la gente mi guarda come se fossi la Madonna. Ecco perché quando mi chiedono del mio rapporto col successo io dico di venire in rappresentanza del mito». E quella dicotomia che da sempre fa parte della sua persona la ritrovi tutte le volte che lo vedi salire sul palco, con quell’ironia travestita talvolta da strafottenza ma mai un vero distacco dalle cose, con quella voglia di provocare sempre e comunque gli animi, fosse anche solo uno dei sessantamila presenti al Meazza. Così come traspare anche solo dalla lettura della scaletta: una formula chimica studiata alla perfezione per farti passare dal riso alla malinconia, passando dai “viva la figa” alla disperazione assoluta per finire con una risalita dagli inferi. Perché quando suona, Vasco mette in scena il suo percorso, rendendoci parte di esso. Per farci passare la paura.

Foto di Sergione Infuso