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Una delle ultime volte che è stata felice

di Luca Garro

La morte tragica e prematura di un artista ne cementa il mito, lo sanno tutti. Ma in molti di questi casi, la dipartita ha anche un effetto negativo altrettanto tangibile: l’opinione pubblica smette di vedere le sfumature e le profondità, perdendo di vista l’unica cosa che dovrebbe interessarci a distanza di anni dalla scomparsa, il loro lascito artistico. Per molti, Janis Joplin è una figlia dei fiori che ha scherzato troppo con l’eroina; Jim Morrison un figo che amava provocare la polizia e sfasciarsi di birra. Allo stesso modo, siamo così abituati a sentir parlare di Amy Winehouse in termini di autodistruzione da dimenticarci spesso quale razza di artista fosse e, soprattutto, quale anima si nascondesse dietro la sua maschera. E le ricorrenze della sua morte, avvenuta il 23 luglio 2011, non fanno che aggravare questa superficialità.

Negli ultimi anni della sua breve vita, Amy ha bisogno di indossare quella maschera anche soltanto per riuscire a mettere il naso fuori dal proprio appartamento. A un certo punto, quella maschera inizia a mostrare talmente tante crepe da rendere evidenti le fragilità che, del resto, Amy aveva confessato nei suoi testi. Ma nella primavera del 2011 le dimensioni di quell’insicurezza ormai sembrano grandi quanto le doti che avevano reso leggendaria l’artista di Southgate, la voce di un decennio. Facile vedere le ombre della decadenza: ma perfino nel disagio più grave una stella può illuminare.

Tra i tanti episodi edificanti emersi dalla sua difficilissima biografia, l’incontro con il proprio nume tutelare Tony Bennett merita di essere ricordato più di altri, proprio perché racconta la donna dietro l’artista. Dell’incredibile accoglienza tributata a Body And Soul, frutto della loro fugace collaborazione contenuto in Duets II, nessuno si stupì: pur essendo un pezzo dalla bellezza struggente, il fatto di essere uscito come singolo pochi mesi dopo la morte di Amy permise al brano di usufruire di un battage pubblicitario senza pari alla fine del 2011. Come accaduto in altre occasioni, poi, il Grammy ricevuto l’anno successivo finì per sembrare il classico omaggio postumo, piuttosto che il giusto riconoscimento a una performance che sarebbe rimasta nella storia a prescindere dal tragico epilogo della Winehouse.

Ancora oggi vengono i brividi, se si prova a mettere a fuoco il momento in cui Amy ricevette la telefonata di Bennett. Tony è profondamente convinto che quel duetto rappresenterà il punto più alto della raccolta che ne avrebbe dovuto celebrare l’ottantacinquesimo compleanno. Ma il suo staff la pensa diversamente: le notizie che ogni giorno vedono protagonista Amy, infatti, lasciano presagire ostacoli troppo grossi per la riuscita di un duetto da realizzare in tempi strettissimi. «Tony, lascia perdere. Hai già tantissimi nomi di livello nel disco, lei non è nelle condizioni per stare a delle regole rigide», devono avergli detto i collaboratori.

In effetti, ormai in piena parabola discendente, Amy non pare la partner più affidabile sulla piazza. Eppure, proprio nel momento di massima difficoltà, la Winehouse riesce a tirare fuori nuovamente quel fuoco che tutti credono sia spento: merito, forse, del legame emotivo con un pezzo che era quasi sinonimo di Billie Holiday, altro suo modello dichiarato. Le riprese dell’incontro tra i due, uscite postume nello splendido biopic Amy, rendono bene l’idea dell’emozione provata dalla cantante al cospetto di Bennett: i movimenti incontrollabili delle gambe e delle braccia, il grattarsi continuamente la fronte, gli evidentissimi tic non sono dovuti allo stato di salute della cantante, né ai postumi di una serata difficile. Piuttosto, assomigliano alle reazioni di ragazza al primo appuntamento.

Per questo è davvero difficile non commuoversi di fronte alla tenerezza delle immagini del backstage, che poi sarebbe diventato il video ufficiale di Body And Soul: a tratti Bennett pare sconvolto dalla performance perfetta della partner, mentre lei continua a fermarsi, schermirsi, chiedere scusa. Una dimostrazione di umiltà che raramente si era vista in un’artista che il mondo considerava una sorta di divinità. Di fronte a uno dei propri eroi, nemmeno quella dèa decadente e romantica era riuscita a mostrarsi più di quanto non fosse nel profondo: una ragazza così in difficoltà da non credere nemmeno più al proprio talento.

Però, per quanto fotografi una crisi esistenziale, di quell’incontro ci resta un’impressione bellissima: la sensazione che, forse per l’ultima volta, Amy avesse trovato qualcosa in grado di emozionarla ancora, di darle un brivido che in quei mesi era riuscita a provare solo con l’abuso di alcol e droghe. Come avrebbe confermato lo stesso Bennett tempo dopo, al di là della tensione evidente, Amy fu la persona più dolce del mondo durante quelle session e, a tratti, parve persino serena. Purtroppo, i suoi demoni la stavano aspettando pazientemente fuori dalla porta degli studi di Abbey Road.

Foto di Dave M. Benett