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Una canzone è il modo migliore per tornare

di Federico Pucci

Ci sono momenti fondamentali nella carriera di ogni musicista e di ogni band che entrano a far parte del loro racconto: i primissimi esordi, lontano dai riflettori; poi il debutto; quindi, il problematico secondo album; e così via. Ma, più in generale, esiste un arco narrativo che si riflette in quasi tutte le carriere: ascesa – trionfo – crisi – ritorno. Ciascuna di queste fasi ha una sua importanza nel definire il personaggio per come lo conosciamo, ma il fascino del ritorno non si batte. Forse perché, in fondo, ciascuno di noi può immedesimarsi nella voglia di riscatto, nel desiderio di rialzarsi che questi “ritorni” rappresentano. Così, quando un artista riesce a esprimere il significato del proprio ritorno alla luce in una grande canzone, questa si cementa per sempre nell’immaginario: può capitare con brani che affrontano di petto la ragione dell’assenza, o che vi alludono soltanto; può capitare anche con grandi pezzi carichi di gioia, la stessa gioia che provano i fan che per anni hanno atteso quella metaforica resurrezione. E, se nelle nostre vite capita di tirarci su da una batosta, o di tornare alla luce del sole, questi pezzi possono darci qualcosa di più che un attimo di svago.

AC/DC, Back in Black
Per quanto, cronologicamente parlando, il primo singolo del nuovo corso degli AC/DC sia stato You Shook Me All Night Long (seguito poi da Hell’s Bells), è nella title-track dell’album del 1980 che si percepisce il riscatto della band dopo la morte del loro frontman Bon Scott, la voglia di tornare (“I’m glad to be back”). Un desiderio sbandierato in modo addirittura esagerato, se si pensa che dalla morte di Scott all’uscita delle prime canzoni con Brian Johnson passano pochissimi mesi. In ogni caso, è il riff di Back in Black a dire già tutto, creazione magistrale di un musicista capace di far parlare la chitarra: Angus Young ha concentrato tutto il senso del brano in un giro di poche note che salgono e scendono sulla sua Gibson SG. Come a dire: tirati su; scuoti di dosso i problemi; abbraccia l’oscurità; non mollare. E l’effetto, non a caso, è elettrizzante ogni singola volta.

Tina Turner, What’s Love Got to Do with It?
Un altro titolo che merita un caveat. Quando, dopo 5 anni di silenzio, Tina Turner torna sulle scene nel 1984 con l’album Private Dancer, i primi singoli pubblicati sono altri. Ma è questo brano, così chiaramente incastonato nel racconto biografico della cantante, a dirci qualcosa di speciale: nella prima metà degli anni ’70 Tina aveva lasciato Ike Turner dopo una prolungata violenza psicologica e – in alcuni casi – fisica. Una ferita talmente profonda che, dopo la morte di Ike nel 2007, il comunicato stampa glaciale della cantante fu: “Tina non ha contatti con Ike da più di 30 anni: non saranno rilasciati ulteriori commenti”. Certo, non lo scrisse lei quel brano, e gli autori inizialmente lo proposero a Cliff Richard. Ma è l’esperienza di Tina, trasmessa attraverso la sua voce sofferta e tenace, che trasforma un testo sull’ambivalenza dell’amore – che esalta e poi distrugge le persone – in un inno di resistenza emotiva, un testamento al bisogno di allontanarsi da quel che ci fa male. Difficile ascoltare i versi “Ho preso una nuova direzione / Sto pensando a proteggermi” senza sentire un brivido. E non a caso, il biopic del 1993 su Ike e Tina, un racconto di caduta e di ritorno – per l’appunto – porta lo stesso titolo della canzone.

Blondie, Maria
I più vecchi di noi si ricorderanno la pubblicità Omnitel (ma quella era una cover!) con orrore: come capita a tutti i brani che entrano nelle colonne sonore degli spot, anche Maria ci ha un po’ consumato la pazienza. Ma, a orecchie vergini, bisogna ammetterlo: dopo 17 anni di silenzio, Debbie Harry e i suoi tornano con un pezzo assolutamente delizioso. Lo scrive il tastierista Jimmy Destri con l’intenzione esplicita di strizzare l’occhiolino ai fan, grazie ai molti rimandi interni ad altre canzoni del gruppo newyorkese: insomma, un modo per dire “siamo sempre noi, siamo qui”. Forse la produzione non è così intrigante nel 1999 come era stata negli anni di Moroder, ma non crediate che questa sia solo una “hit commerciale” pubblicata tanto per rimettersi in pista. Basta andare a un concerto dei Blondie per capirlo: gli stessi che cantano a squarciagola Rip Her to Shreds o ballano come matti su Rapture, piangono come fontane quando parte questo brano.

Pearl Jam, I Am Mine
Ci sono ritorni particolarmente importanti, che seguono momenti straordinariamente dolorosi. I Am Mine dei Pearl Jam rientra fra questi casi: due anni dopo la tragedia di Roskilde, quando nove persone morirono durante un concerto della band (“all those innocents lost in one time”) nel mezzo dell’omonimo festival danese, esce questo brano che stupisce fin dall’intro mesta (per non parlare di Eddie Vedder con i capelli corti, nel videoclip). Quell’incidente dimostrò ai PJ e a tutti noi come nella vita tante cose siano fuori dal nostro controllo. La canzone non è solo un epitaffio alle vittime, ma alla nostra ingenuità giovanile, all’illusione di poter ottenere tutto ciò che desideriamo. No, i sogni a volte si infrangono, dice Eddie in una canzone e un disco che parla proprio di disillusioni, politiche e personali. Un pessimismo che sarebbe stato redento solo 18 anni dopo, dall’ultimo album Gigaton (che anche per questo ci è piaciuto molto!).

Kanye West, Power
Il 23 marzo 2009 Kanye West pubblica l’ultimo singolo del suo tanto amato quanto discusso 808s & Heartbreak. Il 13 settembre 2009, Kanye sale sul palco degli MTV Video Music Awards e ruba la scena a Taylor Swift con una figuraccia in mondovisione divenuta epica: il rapper e producer, ora, è il nemico pubblico degli amanti della musica. Come si può tornare, dopo una serie di botte personali e pubbliche, psicologiche e artistiche? Con il disco più ambizioso dell’epoca contemporanea, come si addice a un megalomane del suo calibro. My Beautiful Dark Twisted Fantasy è un disco che chiunque ami la musica dovrebbe ascoltare, a prescindere dai gusti : un lavoro certosino e visionario, che parla dell’impossibilità di vivere una vita normale sotto i riflettori, che non sono necessariamente quelli della fama, ma anche quelli degli allora nascenti social media; un’opera sulla malattia mentale e il razzismo; un peana all’autodistruzione. E il 28 maggio 2010 Kanye accende questa nuova conversazione con un pezzo che – anche grazie a un campionamento magistrale dei King Crimson – si imprime per sempre nel racconto della sua bizzarra e problematica personalità: “nessun uomo dovrebbe avere tutto questo potere”. Che ritorno…

Daft Punk, Get Lucky
La storia di questa canzone l’abbiamo raccontata qui: leggendo le vicende che hanno portato a questo brano, si capisce perché rientri a tutti gli effetti tra le canzoni di questa lista. Se si escludono remix live e la colonna sonora di Tron:Legacy, i francesi avevano lasciato passare ben sette anni dal precedente singolo, The Prime Time of Your Life (e chi se lo ricordava?) prima di tornare con questa hit totale. Domanda: quando era capitato che un singolo “di ritorno” avesse conquistato letteralmente tutte le classifiche mondiali? Risposta: MAI.

Marracash, BRAVI A CADERE – I polmoni
Non devono passare anni e anni perché un comeback risulti significativo: prendere il primo esempio (Back in Black) per credere. E nelle logiche della musica contemporanea, l’idea di stare lontani dalle scene per più di 6 mesi è pura follia. In effetti, nemmeno Marracash è stato completamente fermo durante la gigantesca pausa di 4 anni tra l’album StatusPersona. Ma, se sei un MC dotato di personalità e talento come Marra, e se le tue rime dicono sempre qualcosa di potente sulla tua vita, allora è proprio questo lasso di tempo che va tenuto in considerazione, quello tra l’ultimo singolo “tuo” e il successivo. E che ritorno è stato, quello del 2019: con un album e un pezzo come BRAVI A CADERE che mette a nudo i punti più oscuri della personalità, che espone tutte le fragilità di una psiche proprio nel genere ritenuto (a torto) buono solo per raccontare spacconate. Una pietra miliare non solo per il rap italiano, ma per la musica italiana in generale. Affermazione per nulla esagerata, non solo per via dellla qualità del singolo e del disco, ma anche se si considera che tra gli autori del brano figurano due nomi di spicco dell’indie italiano come Colapesce e Dimartino.