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Un concerto può cambiare il mondo

di Luca Garro

Cresciuto con gli ideali dei miei genitori, mi sono sempre chiesto se davvero la musica avrebbe potuto cambiare il mondo. Poi, nel 2012, ebbi la possibilità di intervistare Patti Smith e, forse ingenuamente, mi convinsi che solo lei avrebbe potuto dare una risposta al mio quesito: «Mi chiedi se credo che la musica possa cambiare il mondo? – mi disse – Di per sé credo di no. Per farlo servono azioni. La musica, però, è il migliore veicolo per spronare la gente a compiere quelle azioni».

Ecco, nonostante un inevitabile pizzico di cinismo e disillusione maturati nel tempo, quella frase continua a vivere nella mia mente come se fosse sempre il 2012. In questi giorni cade l’anniversario del concerto degli Audioslave a Cuba e la ricorrenza ha fatto sì che le parole di Patti tornassero a ripresentarsi prepotentemente. Era il 6 maggio del 2005 quando gli Audioslave si esibirono a l’Avana, capitale della Cuba di Fidel Castro, davanti a settantamila persone gremite in Plaza Anti Imperialista. L’ultima volta che una band americana aveva suonato sul suolo cubano era il 1959 e quella scelta apparve subito non casuale per musicisti da sempre impegnati su tematiche politiche, per i quali suonare sull’isola simbolo della resistenza all’imperialismo degli States sembrò quasi il compimento di un percorso umano ed artistico durato anni.

Nonostante i passi avanti compiuti nel riavvicinamento di Cuba al resto del mondo, al governo della maggior potenza mondiale si trovava ancora George W. Bush e un gesto come quello rappresentò il grido di una band che diceva: non importano le differenze linguistiche, non importa la politica scellerata del nostro paese d’origine, né il fatto di farlo a spese completamente nostre. L’importante è tracciare nuovi corsi storici, dire a tutti che questa cosa è replicabile. Il concerto che i Rolling Stones tennero negli stessi luoghi nel 2016, davanti a un pubblico stimato di un milione di persone, ricevette molta più risonanza, ma dal punto di vista storico e politico valse la metà. Anche solo per il fatto che, il 30 giugno dell’anno prima, quel processo di riavvicinamento costante aveva portato alla riapertura dell’ambasciata statunitense a l’Avana, e di quella cubana a Washington.

Saper fare concerti di fronte a masse oceaniche era un discorso, e in questo gli Stones non hanno mai avuto rivali, ma essere i primi a scardinare certe barriere era qualcosa di non per tutti. Lo sapevano bene i Queen, un gruppo che non aveva mai voluto mischiare questioni politiche e artistiche, quando decisero che il loro Magic Tour avrebbe dovuto fare tappa in Ungheria, valicando la Cortina di Ferro. Un gesto ancora più significativo proprio perché fatto da una band il cui leader aveva sempre sostenuto di non essere uno come John Lennon o Bob Marley. Eppure, spinto dalla convinzione che un concerto dei Queen servisse alla gente solo per dimenticare per un paio d’ore i propri problemi, finì per contribuire alla caduta di un sistema geopolitico che aveva diviso in due il mondo per decenni. L’esperienza del Live Aid, in questo senso, doveva aver lasciato un segno indelebile in un gruppo che, fino a qualche mese prima, subiva ancora le pesanti conseguenze di uno sciagurato mini tour in un Sudafrica dilaniato dalla sciagura dell’apartheid.

Prima dello show ideato da Bob Geldof, qualcosa del genere era stata immaginata solo da George Harrison con il suo Concert For Bangladesh, ma dopo il 15 luglio del 1985 l’idea che uno spettacolo rock potesse smuovere coscienze e risolvere problemi reali divenne qualcosa di acquisito. Quando Dylan, scelto da Geldof per chiudere la manifestazione, disse che quello dell’Etiopia non era l’unico dramma cui volgere la propria attenzione, i più presero quelle parole come una delle classiche provocazioni dell’autore di Like A Rolling Stone. Non la pensò così Neil Young, che in quello stesso istante partorì l’idea del Farm Aid, i cui fondi avrebbero sostenuto tutti quei braccianti terrieri americani dimenticati da governi e istituzioni. 

Nel 1996, a San Francisco, con il loro Tibetan Freedom Concert i Beastie Boys dimostrarono chiaramente che la cultura degli anni novanta, considerata spesso apatica e solipsistica, fosse una semplice leggenda metropolitana. Quel concerto, che si inseriva perfettamente nella tradizione di quelle che l’avevano preceduta, pose di fatto le basi per l’attivismo rock dei vent’anni a seguire. Ma al di là dell’aspetto pecuniario della faccenda, i grandi raduni hanno dimostrato spesso di poter agire da catarsi collettiva. È il caso di One Love, il concerto tenutosi a Manchester nel 2017 e nato da una tragedia come quella dell’attentato avvenuto durante il concerto di Ariana Grande, ma di riflesso anche da quello del Bataclan di Parigi che aveva visto protagonisti gli Eagles Of Death Metal. L’evento, capace di unire artisti diametralmente opposti, dimostrò che non si doveva avere paura di andare ai concerti: una dimostrazione di forza importante, considerato che l’ISIS era ancora molto attivo all’epoca e che, ricordato oggi in tempo di covid-19, sottolinea appieno l’universalità e l’attualità del proprio messaggio.

Qualunque fosse la causa da perorare, una raccolta fondi o un semplice riflettore puntato su un problema che il mondo faceva finta di non vedere, il vero fil rouge di questo tipo di eventi è sempre stato quello di sentirsi capaci di cambiare il mondo in prima persona. Proprio quello che aveva cercato di spiegarmi Patti Smith: «Basterebbe solo un po’ più di pietas», aveva concluso. La stessa pietas che permeava l’animo di Johnny Cash quando, il 13 gennaio del 1968, varcò i cancelli della prigione di Folsom. Ai tempi, Cash era già una leggenda con decine di brani entrati nell’immaginario collettivo e uno show che gli stava regalando una nuova ondata di successo. Allo stesso tempo, tuttavia, Johnny sapeva di avere a che spartire più con dei detenuti di un carcere di massima sicurezza che con l’americano medio che attendeva il suo arrivo in uno studio televisivo. Cash non aveva mai perso il contatto col suo lato distruttivo, quindi quello che si presentò davanti al pubblico di Folsom, non era solo un artista pronto a proporre il suo repertorio di canzoni, ma una persona dal passato travagliato che parlava ad altre persone come lui. Un gesto figlio della tradizione blues, che aveva visto spesso artisti incarcerati tenere alto il morale dei propri compagni con una chitarra raffazzonata e uno slide ricavato dalla spazzatura. 

Rendere pubblica quell’esibizione non significava solo dare luce a un’umanità costretta nell’ombra e dimenticata da Dio, ma anche dire tutti: «Ehi stronzi, l’unica differenza tra voi e loro è che loro sono rinchiusi mentre voi ascoltate me dalle vostre radio. Ma siete esattamente uguali a loro. E a me».