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Storie di grandi canzoni: Virtual Insanity dei Jamiroquai

di Marco Rigamonti

Nell’estate del 1996, l’acid jazz è clinicamente morto. La sofisticata miscela di soul, funk, jazz e disco che aveva raggiunto la popolarità all’inizio degli anni ’90 grazie a band come Brand New Heavies, Incognito e Us3, è già stata declassata a musica di sottofondo per salotti signorili e lounge bar. Troppo elegante per essere ballato e troppo ricercato per incontrare i gusti di tutti, il genere “inventato” dal dj inglese Gilles Peterson sembra destinato a tornare nell’underground, per soddisfare i palati fini degli appassionati. Ma a quanto pare i Jamiroquai non sono d’accordo: tra il 1996 e il 1997, Virtual Insanity scala le classifiche di mezza Europa, raggiungendo il numero 1 in Italia.

La Sony si accorge del talento di Jason Luis Cheetham fin dal primo singolo del 1992. Basso funky e fiati sugli scudi, When You Gonna Learn si concentra su problemi ambientalisti, incitando a guardare al futuro impegnandosi attivamente per far sì che l’equilibrio della natura venga conservato. Un pensiero ribadito con convinzione anche dal titolo del primo disco (Emergency On Planet Earth), che però non circola a dovere: il mondo impara a conoscere meglio i Jamiroquai solo un paio di anni più tardi grazie a Space Cowboy, singolo di punta del secondo album. Una canzone che funziona anche in chiave house grazie al tocco di David Morales, dj e produttore americano che inquadra il brano in una severa struttura ritmica con la cassa in quattro, contribuendo alla diffusione del distinguibile timbro di Jay Kai anche in territori dance. A riguardo del remix Jason è sempre stato combattuto: da musicista, pensa che la versione di Morales sia “sbagliata”. Ma se rinunciando al perfezionismo tecnico si riesce a raggiungere un pubblico più vasto, forse conviene accettare il compromesso.

Un compromesso che concettualmente viene messo in discussione dalla collaborazione con il producer jungle M-Beat; se proprio di musica dance si deve parlare, Jay Kay preferisce cantare nel contesto ritmico forbito che strizza un occhio al jazz di Do You Know Where You’re Coming From, pezzo che appare come b-side del singolo che nell’agosto del 1996 proietta definitivamente i Jamiroquai nel mainstream: Virtual insanity.

La vittoria di Jay Kai è totale. Virtual Insanity rappresenta uno dei rari casi in cui un artista raggiunge il successo senza sacrificare parte della sua indole all’altare delle radio, ma confezionando un brano talmente forte da abbattere qualsiasi supposta barriera. Teoricamente il singolo non presenta le caratteristiche per competere con il pop delle Spice Girls o con il rap accattivante dei Fugees. A livello sonoro non gioca nel campionato rock di Blur e Oasis, e non punta nemmeno sull’attitudine rivoluzionaria di band come Prodigy e Underworld. Virtual insanity è un pezzo funk inaugurato dal pianoforte che dipinge una progressione armonica simile a quella di classici soul, jazz e disco, presto affiancato da una batteria dallo swing spinto. Il basso entra in scena solo dopo cinquanta interminabili secondi, insieme all’orchestra che arricchisce il ritornello. Da qui in poi ogni strumento tocca le note che vuole, lasciando grande spazio a un’improvvisazione che obiettivamente è uno schiaffo alla semplicità. È facile farsi trascinare dalla sognante melodia intonata da Jay, ma se mai doveste scegliere questo pezzo al karaoke vi accorgereste di quanto sia arduo stare dietro a quella linea vocale che disegna evoluzioni tutt’altro che banali.

Ma c’è di più: oltre a melodia e arrangiamento, anche le parole di Virtual Insanity hanno ben poco a che fare con i tipici testi da top 10. “Lasciate che vi racconti qualcosa del mondo in cui viviamo oggi”, esordisce Jason prima di snocciolare una serie di disgrazie a sfondo ecologico. ”È un miracolo che l’uomo riesca ancora a mangiare” è un probabile riferimento al morbo della mucca pazza, visto che proprio in quel periodo si scopre che gli esseri umani possono contrarre la malattia. Ma forse anche all’allevamento intensivo: “Le cose grandi che dovrebbero essere piccole” sembra un ammiccamento agli ormoni della crescita somministrati agli animali. La frasi “Adesso ogni madre può scegliere il colore del proprio figlio” e “È assurdo sintetizzare un altro ceppo” si riferiscono invece alla sconvolgente prospettiva della manipolazione genetica, argomento che di lì a qualche mese s’impadronirà delle prime pagine dei giornali grazie alla clonazione della pecora Dolly. Jay Kai è convinto che il nostro egoismo renderà impossibile un’inversione di rotta (“And nothing’s gonna change the way we live / ‘Cause we can always take but never give”). Altro che realtà virtuale; il nostro attaccamento alla tecnologia ha generato quella che lui definisce una follia virtuale (“And now it’s virtual insanity / Forget your virtual reality”).

Da un punto di vista strettamente ambientalistico, la nota passione di Jay per le auto sportive e d’epoca stride con il suo allarmismo. Quando gli viene fatto notare lui ammette la sua debolezza, ma ci tiene a specificare che chi lo conosce davvero sa che non passa il suo tempo a guidare senza motivo, anzi. E in ogni caso il suo messaggio prende spunto da temi scientifici ed ecologici per scavare più in profondità, come testimoniato dalla conclusione a cui giunge nel ritornello: “Adesso non c’è più suono, perché viviamo tutti sotto terra”. Quando Jason scrive Virtual Insanity, internet è ancora in fasce. I social network sono un miraggio, così come gli smartphone. Eppure, a giudicare dalla dilagante assuefazione a dispositivi sempre più potenti nati per connettere e finiti per diventare spesso un’inquietante causa di solitudine, sembra proprio che la sconfortante profezia di Jay si sia avverata.

Foto di Simon King