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Storie di grandi canzoni: Uptown Funk di Mark Ronson e Bruno Mars

di Valeria De March

È il 7 febbraio 2016, al Levi’s Stadium di Santa Clara in California si gioca il 50° Super Bowl, evento seguito da 100 milioni di telespettatori. Esibirsi durante l’Half Time Show è il sogno di ogni artista ma pochissimi riescono ad arrivarci, e se ce la fanno non è mai per caso. Quella sera ci sono i Coldplay e una Beyoncé che passerà alla storia. Tutto bellissimo, ma il momento che fa impazzire tutti arriva quando a Chris Martin e alla Knowles si unisce Bruno Mars, che sfida quest’ultima sulle note sono quelle di Uptown Funk, la hit che aveva portato in tutto il mondo i nomi di Mars e di Mark Ronson (anche lui sul palco, peraltro). Quel pezzo, in quel contesto, riceve la consacrazione definitiva a “classico contemporaneo” sulla West Coast. Tutto, però, nasce dalla parte opposta d’America, sulla East Coast.

Siamo a New York all’inizio degli anni ’90. Mark Ronson è un giovane studente che spesso bidona la scuola per appostarsi fuori dalle case discografiche alla ricerca di un produttore interessato alla sua musica. Farsi notare non è semplice, soprattutto se sei un ragazzo bianco proveniente da una famiglia ebrea della Londra-bene, trasferitasi nella Manhattan-bene, cioè l’Upper West Side (“Uptown”, come si dice lì) e nel frattempo il genere che va per la maggiore negli States è l’hip-hop. A Mark peraltro l’hip-hop piace, ma non sa rappare, quindi prova a fare il dj. In fondo non è completamente nuovo dell’ambiente e della cultura musicale, come racconta bene il documentario How To Be Mark Ronson: a quel punto il ragazzo ha già maturato un fiuto per il groove grazie al padre Laurence, che con la sua invidiabile collezione di 45 giri anima le feste mondane dai Ronson, quando stavano ancora in Inghilterra. Probabilmente quella casa movimentata non era il luogo ideale per un bambino, è quasi certo però che incontrare Mick Jagger nel salotto e ascoltare dischi insieme a lui sia stata un’esperienza decisiva.

Dopo il divorzio dei genitori il piccolo Mark si trasferisce a New York con la madre e le due sorelle gemelle, e anche lì trova modo di stare a contatto con la musica: il nuovo patrigno è Mick Jones, fondatore dei Foreigner; e uno dei suoi migliori amici è Sean Lennon. Ad appassionare Mark sono gli artisti degli anni ’70-’80 che lo conquistano per la loro capacità di esprimere sentimenti, con gusto ma anche con immediatezza. Lui vuole emozionarsi con la musica e con quella dei suoi anni proprio non ci riesce.

La gioventù passa tra un dj-set e l’altro, e il suo nome inizia a girare: è il momento giusto per produrre brani suoi. L’obiettivo non è diventare famoso, ma creare musica che lo riporti al suo mondo ideale, quello del passato. Il ragazzo ha talento: è per questo che arriva a collaborare con star internazionali come Amy Winehouse, che anche a lui deve il proprio successo. Nel 2008 la svolta: vince ben tre Grammy Awards, due dei quali proprio con Amy. Ma dopo traguardi così importanti, raggiunti così presto, lavorare a nuove produzioni sembra impossibile. Infatti, ci vogliono sei anni prima che trovi altri stimoli.

Li trova tornando alle origini: «Se voglio scrivere un disco faccio la cosa che mi riesce meglio, la musica nera americana degli anni ’70 e ‘80». Uptown Special, il suo quarto album, esce il 13 gennaio 2015. Ad anticiparlo a novembre dell’anno prima è Uptown Funk, un featuring da record con Bruno Mars. I due avevano già collaborato in precedenza: facile, condividono la stessa passione maniacale per la golden age della musica americana. Ma allo stesso tempo, si intendono al volo sulle direzioni da prendere: ad esempio, per le tre tracce che Ronson produce nel secondo disco di Mars, Unorthodox Jukebox, la regola che si impongono è non scadere nel banale, non fare quello che tutti si aspetterebbero da una partnership dei due. E il risultato, in quel caso, fu un pezzo che nel suo groove non aveva poi così tanto di nostalgico, ma in compenso aveva tutti i crismi di una hit, Locked Out Of Heaven.

I due sono destinati a incontrarsi di nuovo, e quella volta si danno appuntamento a Los Angeles. Ascoltando All Gold Everything di Trinidad James, Bruno ha un’idea e si mette subito alla batteria, Mark al basso e il produttore Jeff Bhasker alle tastiere. In un attimo si ricompone il fenomenale trio di Locked Out Of Heaven, ma questa volta la regola è “nessuna regola”, seguire il flow, le ispirazioni, anche nostalgiche: da quella jam session di un paio d’ore nasce Uptown Funk. O almeno, la sua traccia primordiale, visto che prima che potessero dichiararla completa passano altri sei mesi

Quello è un periodo di grande stress, nel quale Mark insegue Bruno per tutta l’America: ogni momento è buono per provare a registrare un pezzo della canzone, pensano. La prima versione così viene cancellata e riscritta da zero: l’armonia delle tre menti creative pare incrinarsi, tanto che si ritrovano a produrne ben 54 versioni. Ronson non ha mai nascosto il fatto che ultimare Uptown Funk l’abbia fatto impazzire fino a star male. La registrazione della sua parte di chitarra lo porta addirittura al collasso, ma non può mollare proprio a quel punto. Sa benissimo di avere per le mani un “pezzone”, di quelli che abbattono i confini e conquistano il mondo: eppure i tre non riescono a ritrovare il feeling della prima jam, di tanti mesi prima: «Ci siamo rivisti a Memphis, durante il tour mondiale di Bruno. Siamo stati chiusi in studio due giorni, tutto inutile. Non ci veniva un ritornello, poi abbiamo capito che poteva anche non esserci: nel funk in fondo è la regola»

A quel punto però Bruno minaccia di andarsene: l’idea di una canzone senza ritornello non gli piace per niente. Poi, la svolta. Nel backstage di uno show gli viene lo spunto del “doh doh, doh-doh-doh, doh doh”, quello che tecnicamente si definisce un gancio. E nella categoria dei ganci o hook, quel motivetto è perfetto: entra subito in testa e non l’abbandona. La canzone finalmente prende vita, compresa la parte di chitarra che aveva messo a dura prova i nervi di Mark. Il resto è storia. Il brano ottiene ogni riconoscimento possibile, diventa un successo planetario in pochissimo tempo.

Neppure le accuse di plagio riescono a scalfire questa hit. La Gap Band ne rivendica la paternità per via della loro canzone Oops Up Side Your Head: nella primavera 2015 gli autori del brano vengono inclusi nei credits, dove peraltro era già stato accolto il rapper Trinidad James, quello da cui era partita l’ispirazione iniziale. Qualcuno grida allo scandalo, ma non c’è nulla di strano: è solo il pop che ha preso forma in un mondo dove le pratiche di campionamento (o talvolta anche di palese furto!) dell’hip-hop sono diventate la normalità. Davvero, nulla di strano, e nulla di nuovo: funzionava così nel blues, nel rock’n’roll; lo facevano gli Zeppelin e i Queen; lo hanno confessato i Beatles e Bruce Springsteen: senza qualche idea sgraffignata qui e là dovremmo rinunciare a tre quarti della musica finora prodotta. E soprattutto si faceva negli anni ‘70, quando i break di batteria e gli accordi del funk si passavano da band a band: erano gli anni preferiti di Mark Ronson, quegli stessi anni che in qualche modo, con le sue produzioni, è riuscito a far tornare in voga.