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Storie di grandi canzoni: Rotolando Verso Sud dei Negrita

di Luca Garro

Col senno di poi, era chiaro che qualche cattiva vibrazione avesse iniziato a segnare la strada dei Negrita durante lo sviluppo di Radio Zombie, ma nessuno avrebbe potuto immaginare che tra il loro quinto album e il successivo sarebbero passati quattro anni. E dire che, fino ai primi mesi del 2003, le cose sembravano essersi messe davvero bene per Pau e compagni: dopo aver girato lItalia senza sosta, la band aveva trovato il tempo per dedicarsi alla prima raccolta di successi, unita al debutto allAriston, cui era seguito il successo senza precedenti di Magnolia. Insomma, i cinque credevano di essere tornati in superficie dopo la discesa negli inferi.

«Ragazzi, me ne vado, devo stare vicino alla mia famiglia e non mi diverto più»: quelle parole, pronunciate dal loro batterista Zama, sembrarono spazzare via tutte le certezze accumulate in dieci anni on the road. Dieci anni per costruire tutto e pochi secondi per abbatterlo: la più classica delle cadute. «Fu una mazzata. Un trauma che generò caos e senso di impotenza – avrebbe dichiarato tempo dopo la band – Zama se nera andato! Stavamo perdendo per sempre un pezzo di noi. Come se qualcuno allimprovviso ci avesse reciso una gamba. Mai come in quel periodo abbiamo sentito di dover dimostrare qualcosa. A noi stessi, al nome dei Negrita… A tutti». Fu in quel momento che i Negrita impararono a volare. Senza batterista, per comporre, la band iniziò a utilizzare una drum machine e un computer, stravolgendo completamente i propri metodi creativi. Nacquero così una manciata di brani eterogenei, che si sarebbero trasformati in Sale, Greta e Mother.

In quei giorni confusi, i quattro tirarono fuori uno spunto musicale a cui nessuno riuscì a dare un nome, nemmeno provvisorio. Quasi come una specie di piacevole persecuzione, quello spunto avrebbe cominciato a martellare le loro teste negli spostamenti su e giù per lItalia. Il Best Of uscito appena dopo Sanremo costringe il gruppo a lunghi viaggi promozionali, ma allo stesso tempo li aiuta a metabolizzare il lutto per la partenza del vecchio compagno: «Quando siamo in giro capita di non dormire: chiacchiere, cazzate, progetti. Una sera, mentre ci trovavamo a Milano, abbiamo messo in loop quello spunto, in sottofondo, mentre parlavamo daltro. Unora, due, quattro… Non riuscivamo a fermarlo. Il pezzo faceva correre i pensieri come sullolio. Sembrava dire: ehi ragazzi… Eccovi qua, guardatevi bene. È giunto il momento di alzare il culo!».

I Negrita capirono che quella era molto più di una traccia da inserire nel loro album successivo. Quel motivo che li teneva svegli la notte rappresentava lantidoto alla disperazione in cui si erano ritrovati. Niente più tentativi fuori fuoco e logoranti lunghi ripensamenti. Bisognava partire da zero e subito. Muoversi, esplorare, creare nuove strade, realizzare delle cose in corsa, afferrarle nel momento in cui accadevano. Tutte cose che non avrebbero potuto fare tra le colline Toscana. I Negrita dovevano ripartire

Loccasione arrivò subito, segno che il destino fosse dalla loro parte: una proposta intrigante per un viaggio in Sudamerica, per suonare e sporcarsi le mani di allegria in un luogo in cui, un po come nella loro musica, conviveva tutto e il contrario di tutto. Un luogo dove non erano ancora stati ma di cui sentivano forti le vibrazioni, il richiamo. «La radice della nostra cifra stilistica era già chiarissima nel primo album, intriso di blues americano, quel blues che ha le sue origini nel Delta del Mississippi. Non sapevamo ancora, tuttavia, di avere ben altre “origini” e che per scoprirle avremmo dovuto fare un viaggio consumatosi innanzitutto dentro di noi». Se avevano mutuato il proprio nome da una canzone dei Rolling Stones, ora era giunto il momento di cominciare davvero a rotolare. E il destino aveva voluto che lo facessero verso Sud. «Come spesso accade, tutto era già scritto, anzi ce lavevamo già tra le mani prima di partire. Ma non lavremmo mai trovato se lavessimo aspettato tra le comodità di casa nostra».

Santiago, Cordoba, Buenos Aires, Salvador De Bahia, Rio De Janeiro. Povertà, favelas, gioia di vivere, contraddizioni, nuove sonorità. Tutto condensato, tutto di unintensità mai vissuta. Zama aveva lasciato, ma erano arrivate le percussioni a trasformare per sempre il loro modo di concepire la creazione di un brano, il loro concetto di arte. Ogni luogo si trasforma in improvvisati studi di registrazione, ogni concerto si contamina sempre più di ritmi latini. Ognuno di quei luoghi entra in quel canovaccio ossessivo e lo trasforma nella canzone che avrebbe inaugurato la seconda vita dei Negrita. «Una canzone può nascere in un milione di modi – racconta Pau – Per chi scrive testi, gli input arrivano davvero da qualsiasi parte: emozioni che rimbalzano addosso, da raccogliere. Un libro, un momento importante, un film, una notizia sul giornale. E intanto metti da parte. Scrivi annoti, appunti, scarabocchi. Metti da parte. Frammenti che vagano in testa, a volte allinfinito. Poi, quando è il momento… Tac! La magia. Il pittore lo dipinge, il fotografo lo fotografa. I musicisti, invece, usano la musica per descrivere un Grande Panorama. Dopo essere arrivato in Sudamerica e vissuto in prima persona ciò che prima avevo letto e immaginato, giunse il momento di battezzare Rotolando Verso Sud».

Anche le sonorità cambiarono, inevitabilmente. «Suonare in quei luoghi rappresentò un costante esercizio dadattamento – ricorda Drigo – Non aveva senso gesticolare con persone che non capivano nulla di quello che cercavo di dire loro. Il nostro inglese non serviva a nulla. Abbiamo dovuto imporci la virtù della semplicità. Anche dal punto di vista musicale, cosa stavamo offrendo? Mi accorsi con imbarazzo che ognuno dei riff o dei fraseggi che lanciavo fra la platea lavevo imparato dagli inglesi o dagli americani. Dovevo riappropriarmi delle mie vere radici, della mia latinità».

Se davvero esistesse una formula del successo, probabilmente i Negrita lavevano trovata ai tempi di Reset, ma fu solo con Rotolando Verso Sud che, dopo aver perso affetti e certezze, la band trovò davvero se stessa. Avevano attraversato il Mississippi, la California, Seattle ed erano approdati in Sudamerica, scoprendo che quei luoghi li rappresentavano come pochissimi altri. Che lì risiedeva il suono Negrita. Capirono di colpo di poter parlare di ogni argomento, dal più futile al più profondo, arrangiando i propri brani seguendo i dettami del rock o della world music, ma con la consapevolezza che fosse il modo in cui lo facevano a fare la differenza. Linizio fu lento ma, come ama ricordare Drigo, il primo uomo che provò a volare finì a pezzi sul pavimento. Seguirono sdegno e risate, ma poco più tardi luomo volava.