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Storie di grandi canzoni: Purple Haze di Jimi Hendrix

di Marco Rigamonti

Il 1966 è agli sgoccioli, e Hey Joe sta scalando le classifiche inglesi. Si tratta di un’ottima notizia per l’ambizioso James Marshall Hendrix, ma c’è un dettaglio che lo turba: il brano non è suo. Appartiene a Billy Roberts, il più lesto a depositare la partitura di quello che si può qualificare come uno standard del rock, interpretato da decine di artisti. La curiosità intorno alla Experience capitanata da Jimi cresce, e quando i giornalisti gli chiedono notizie sul futuro lui si esprime chiaramente: «Presto sentirete qualcosa di diverso. Stiamo lavorando su un album che conterrà pezzi scritti da noi. Non apparteniamo ad alcuna categoria, ma se proprio dovessi scegliere un genere, mi piacerebbe che ci etichettaste come Free Feeling: un misto di rock, follia, estasi e blues».

Un pomeriggio di metà Dicembre, Chas Chandler, ex bassista degli Animals re-inventatosi talent scout e produttore, drizza le orecchie quando sente una sequenza di note sbalorditiva provenire dalla camera dell’artista sul quale sta puntando tutto. La scena ha luogo nel leggendario flat di 23 Brook Street, l’appartamento che Hendrix condivide con la sua ragazza. Chas irrompe nella stanza e gli dice: «Continua a lavorare su quel riff. Sarà il vostro prossimo singolo». Da quell’istante il manager non perde occasione per incalzare Jimi, che il 26 Dicembre del 1966 finisce di scrivere la canzone in un camerino di un locale di Londra, poco prima di salire sul palco. Non si tratta di un pezzo qualunque, ma di Purple Haze.

Chandler sa che non c’è tempo da perdere. Passano tre settimane, e l’11 Gennaio del 1967 la band entra ai De Lane Lea Studios di Londra per registrare il brano. Il particolare che il bassista Noel Redding e il batterista Mitch Mitchell non abbiano mai sentito nemmeno una nota è irrilevante: in sala di ripresa Hendrix canticchia la melodia e mostra a Noel i cambi di accordi, e la terza take è quella buona. Si parla dello scheletro della canzone, chiaramente. Perché da quel giorno comincia un tour de force che vede Chas e Jimi fantasticare sul suono che vogliono ottenere, prenotando lo studio ogni volta che a uno dei due viene un’idea anche lontanamente interessante.

Il processo non finisce qui, perché Chandler decide di completare l’opera agli Olympic Studios, dove vengono aggiunte altre voci e nuove tracce di chitarra. La parola d’ordine è sperimentare: bando a tutte le convenzioni, e spazio agli effetti più strani conseguibili attraverso la tecnologia dei tempi. Tracce che vengono distribuite tra i due canali stereo, parti di chitarra registrate a velocità dimezzata e manipolate in fase di mix, microfoni utilizzati per creare un effetto eco straniante. A un certo punto l’immaginazione supera ogni limite, e i congegni esistenti non bastano. Subentra quindi l’estro dell’ingegnere del suono Roger Mayer, che ascoltando i preziosi suggerimenti di Hendrix mette a punto l’Octavia, un pedale che replica le note su un’ottava diversa e aggiunge una distorsione fuzz. Quando la Track Records spedisce Purple Haze alla Reprise per il mastering, sulla scatola svetta una scritta minacciosa: “Distorsione intenzionale. Non correggere”.

A proposito di correzioni da non fare: l’accordo principale del pezzo è volutamente dissonante. Si tratta di un Mi Settima con Nona aumentata, già esplorato nel jazz e trasportato da Jimi in territori rock con un successo tale da fargli guadagnare il soprannome di “accordo di Hendrix”. Il musicista inglese John Perry sostiene che questo pugno di note suonate all’unisono (presente anche in Foxy Lady) riassuma l’intera scala blues. Al di là di considerazioni tecniche, se le intenzioni di Jimi erano di comunicare inquietudine, precarietà e ruvidezza la missione si può considerare compiuta.

Un’agitazione espressa con le note e il ritmo, ma anche attraverso le parole. La visione di Hendrix è offuscata da una nube viola che altera sensi e percezioni, gettandolo in un limbo dove non riesce a capire se sia giorno o notte, se sia felice o triste, se si stia elevando o se stia finendo all’inferno. Si comporta in modo strano senza capire il motivo, porge le sue scuse prima di baciare il cielo e poi chiede aiuto, perché si sta fottendo il cervello. La seconda strofa cita una ragazza responsabile dell’incantesimo che lo tiene prigioniero, e la teoria della canzone d’amore è stata confermata dallo stesso Jimi in un’intervista. Non che questo spazzi via ogni dubbio riguardo al significato del testo: ci sono altre sue dichiarazioni inerenti un sogno in cui cammina sott’acqua, c’è un manoscritto di una poesia intitolata Purple Haze – Jesus Saves, e sono da considerare perfino possibili influenze derivanti dalla sua passione per la fantascienza (nello specifico un racconto dello scrittore Philip José Farmer narra di nuvole violacee che influiscono sugli abitanti del pianeta).

Sebbene esistano i presupposti per collegare alcune frasi agli effetti causati dall’acido lisergico sulla mente umana, Jimi ha sempre negato di avere composto il testo ispirandosi a un viaggio psichedelico. Ma è anche vero che confermare una simile teoria alla fine degli anni 60 sarebbe stato un “suicidio commerciale”, come sostenuto da Harry Shapiro, giornalista inglese esperto di connessioni tra droga e musica. E comunque, ognuno è libero di ascoltare Purple Haze e interpretarla come crede. Anche di fraintenderla. Perché una cosa è certa: nessuna interpretazione potrà mai intaccare la magnificenza di una canzone immortale che ha impresso un solco profondo e indelebile sulla storia del rock.