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Storie di grandi canzoni: Electrolite dei R.E.M.

di Luca Garro

Il 4 novembre 1995 i R.E.M. si trovano al Desert Sky Pavillion di Phoenix. La promozione di Monster prosegue ormai senza sosta da molti mesi, forse i più intensi e provanti che la band si fosse mai trovata a vivere in dieci anni passati on the road. Solo otto mesi prima, il loro batterista Bill Berry era crollato sotto i colpi di un aneurisma: uno spavento che si era fortunatamente risolto nel giro di poco tempo, ma che aveva lasciato in Berry segni psicologici indelebili, che si sarebbero ripresentati drammaticamente nei mesi successivi. Lo stesso Monster era nato durante un momento molto travagliato, segnando di fatto uno stacco nettissimo con quello che i R.E.M. avevano composto fino a quel momento: «È stata la nostra versione della musica rock. Gli U2 erano usciti con Achtung Baby e il grunge era riuscito a riportare un forte senso di libertà. Quindi abbiamo voluto farci trasportare. Era sostanzialmente glam rock: T Rex e Mott The Hoople filtrati attraverso la sensibilità di quei mesi e le sonorità che stavamo ascoltando. Per andare oltre il grunge e Achtung Baby».

È forse quell’idea di libertà che porta il gruppo a decidere che il successore di Monster sarà un album concepito e realizzato sulla strada, quasi esclusivamente durante i sound check dei concerti: «Era almeno da un anno e mezzo che ci girava in testa l’idea di un album registrato in tour. Solo dopo ci siamo accorti di aver condiviso quell’idea con i Radiohead, che avevano lavorato a The Bends proprio in quel modo». Quella sera di novembre, quando i quattro salgono sul palco del palazzetto, il loro produttore Scott Litt e i tecnici Joe O’Herlihy e Jo Ravitch stanno già registrando: meglio non perdere nemmeno una battuta, meglio non rischiare di lasciare fuori dal nastro la nota capace di fare la differenza. Stipe, Buck, Mills e Berry si confrontano e poi partono con una melodia creata un po’ all’impronta da Mills qualche settimana prima a Chicago, su un pianoforte a casa della sua ragazza. Anche Stipe ha messo giù un testo per la canzone. A differenza di Mills, però, quello che ha scritto lui si è evoluto nel tempo, ha preso forma lentamente negli ultimi due anni e si è nutrito di stati d’animo e avvenimenti senza alcun collegamento apparente.

Non a caso, i testi di Stipe avevano sempre fatto impazzire critici e addetti ai lavori: nonostante il suo songwriting fosse molto cambiato nel tempo, le sue liriche restavano di difficile comprensione e l’utilizzo di allegorie, flussi liberi di pensiero e neologismi non aiutava chi provava a immedesimarsi nei suoi testi. Il più grande pregio di Stipe, però, stava proprio nel fatto che solitamente le sue parole non avevano bisogno di una parafrasi per arrivare allo stomaco di chi le ascoltava: «Iniziai a scrivere quel testo dopo il terribile terremoto di Northridge del 1994. In quel periodo vivevo a Santa Monica e la mia casa subì danni molto gravi. Mi capitava spesso di percorrere Mulholland Drive di notte, ma dopo il terremoto successe molto più spesso. Arrivavo fino alle colline e da lì osservavo la città illuminata».

Quell’evasione, col passare dei giorni si era trasformata in qualcosa di più filosofico per Stipe: guardare L.A. dall’alto, nella solitudine delle sue colline ricche di star barricate nelle proprie ville, gli diede lo spunto per una riflessione sul secolo che si stava per concludere. Un secolo per il quale Michael sembrava non avere rimpianti: «Mulholland per me rappresenta la più iconica posizione favorevole per guardare L.A. e la valle dall’alto, quando le luci sono al massimo del loro splendore e e la città sembra essere avvolta da un’infinita coperta luminosa. Qualcosa di simile a quando atterri in aereo di notte. Da tempo volevo scrivere una sorta di addio al ventesimo secolo. Avevo una frase in testa che diceva “20th century, go to sleep. Really deep. We won’t blink” e mi sono detto: nessun posto è migliore per rappresentare questo secolo della città che negli ultimi cento anni ha rappresentato la voglia di andare sempre avanti, guidata dall’idea di un futuro più grande. A qualsiasi costo. Il titolo stesso del brano è nato da quella visione. Le parole che mi venivano in mente avevano tutte a che fare con quella coperta di luci». Phosphorescence o Bioluminescence, però, non convincevano il cantante. «Mi piaceva electro, ma non sapevo cosa aggiungervi. Poi ho pensato a “lite”, un termine molto utilizzato nelle diete alla moda delle star».

Per contestualizzare le proprie idee nel modo migliore, oltre a citare la lunga strada da cui tutto era partito, Stipe aveva deciso di citare tre attori entrati nell’immaginario comune mondiale: «Ho scelto tre grandi leggende, James Dean, Steve McQueen e Martin Sheen, perché ognuno di loro rappresentava aspetti differenti di mascolinità. Il concetto su cui si era basata gran parte della cultura degli ultimi cento anni». Se i primi due attori erano scomparsi da tempo, Martin Sheen era ancora in ottima salute. Allora, tanto valeva fargli visita e chiedergli il permesso di citarlo: «Avevo un dentista a Los Angeles e caso volle che fosse proprio lo stesso di Martin. Un giorno mi recai da lui e trovai Sheen sulla poltrona, pronto per la trapanazione di un dente. Gli dissi che stavamo per pubblicare un album e che l’avevo citato in una canzone e non volevo si sentisse offeso da quello che avevo scritto. Lui, con la voce tipica di un uomo che sta per subire un intervento dal dentista, cercò di farmi capire quanto invece quella cosa lo facesse felice».

In realtà, per lo meno all’inizio, Stipe non riteneva Electrolite all’altezza degli altri brani che avrebbero composto New Adventures In Hi-Fi. «Ora è uno dei miei brani preferiti in assoluto dei R.E.M., ma ai tempi non la sopportavo – ha raccontato più volte – Furono Mike e Peter a convincermi della sua validità». Oltre a essere diventata una delle canzoni più amate dai fan del gruppo, Electrolite consentì a molti estimatori di annodare di nuovo i fili che legavano la band di Athens ai Doors. Pur con linguaggi e sensibilità diverse, i due gruppi erano stati spesso citati come i migliori esempi di un rock americano in perenne equilibrio tra mainstream e libertà creativa assoluta, tra poesia e popolare, tra misticismo e cruda realtà. Se i Doors nel 1971 avevano mostrato la decadenza di Los Angeles con L.A. Woman, venticinque anni dopo i R.E.M. avevano risposto con Electrolite. E, davvero, non c’era modo migliore per salutare quel secolo: tutti, allora, speravamo che quello a venire sarebbe stato più tranquillo.