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Storie di grandi canzoni: Dancing On My Own di Robyn

di Federico Pucci

3 marzo 2019. Diciottomila persone escono dal Madison Square Garden, dove hanno appena assistito al concerto di un’artista che ha contribuito a definire la musica del decennio. In centinaia confluiscono nella vicina fermata 34th Street/Penn Station. A un certo punto, qualcuno tira fuori un telefono e fa partire una canzone. In un secondo l’intera banchina sta cantando.

Il concerto da cui sono usciti è quello di Robyn, che da poco si era ripresentata sulle scene con Honey, al termine di un lunghissimo silenzio. La canzone che stanno cantando è quella che avrebbe cambiato la sua carriera, Dancing On My Own. Quando comincia a scriverla, Robyn arriva da 15 anni di lotta per affermare la sua indipendenza. A metà degli anni ’90 la sua carriera parte in seno a un’industria pop emergente, quel laboratorio di idee con base a Stoccolma che avrebbe dato forma alle boy band e alle popstar esplose tra i due secoli. Show Me Love, la sua prima vera hit, risale al 1997: è prodotta da quei Denniz Pop e Max Martin che stanno mettendo le mani sul mainstream americano, elaborando il mix di R&B e dance che avrebbe reso celebri i Backstreet Boys. Lo stesso mix di questa prima, acerba Robyn.

Ma Robyn aveva molto da dire, oltre i cliché da popstar costruita a tavolino. Del resto, nella critica musicale non esiste idea più deteriore del pregiudizio secondo il quale le popstar sono soltanto automi privi di idee e di volontà. A queste condizioni Robyn non si sarebbe mai abbassata. Non lo fa nel 1999, quando l’etichetta le chiede di eliminare i riferimenti all’aborto dal suo secondo album. Non lo fa nemmeno quando le impongono di abbandonare la sua ultima passione: la dance, la club culture e l’elettronica, che in quegli anni era tutt’altro che di moda nelle più importanti classifiche pop e che lei invece intende inserire nelle sue nuove canzoni. Niente da fare, e quando nel 2005 inaugura la sua etichetta indipendente, lo fa con un disco che ricerca produzioni meno convenzionali e più audaci rispetto a quanto non stesse facendo – ad esempio – Madonna, perché consapevoli di cosa stesse realmente succedendo nelle discoteche, senza nostalgie di epoche lontane.

Ma nel 2010 è ora di portare a frutto questi anni di ricostruzione. Robyn sfoggia anche un nuovo aspetto, più ruvido ed estremo, dai capelli argentei ai vestiti sproporzionati. A questo punto, dopo averne viste di tutte, ha piena fiducia nei propri mezzi. In particolare, sa che può ottenere quello che era riuscito a band come gli Ultravox: esorcizzare la malinconia con la forza liberatoria del ballo. Si potrebbe dire che tutta la musica ci libera, ma la catarsi di certe canzoni è un’esperienza più sottile e certamente passiva: la pista da ballo, invece, può permetterti di accedervi in un istante. Certo, spesso la malinconia la mettiamo noi stessi, e ce ne liberiamo ascoltando – per l’appunto – una musica che potremmo definire “pensata per non pensare”. Ma, come gli anni ’80 avevano dimostrato con Prince, altro modello per Robyn, si può essere esuberanti senza censurare il malessere. Questo è, in sostanza, il mestiere del “sad banger“, la “canzone triste che ti fa ballare” (se volessimo tradurre il termine). E Robyn, mentre prende appunti per il suo nuovo progetto, trova una combinazione di parole magica: «Sapevo che volevo scrivere una canzone intitolata Dancing On My Own, e avrei dovuto capire solo come arrivarci».

Il ritornello è il primo mattone di questa costruzione: “Sono in un angolo, che ti guardo mentre la baci. Sono proprio qui, come mai non mi vedi? Sto dando tutto quello che ho, ma non sarò io la ragazza che porterai a casa. Continuo a ballare da sola”. Assolutamente evocativo, ma non basta. Per questo chiama il connazionale Patrik Berger, che l’aveva aiutata già nel 2005. Insieme, lei e il produttore scrivono e riscrivono le liriche, imbastendo una storia intorno a questo momento di dolorosa illuminazione. «Ho ritrovato un quaderno con letteralmente centinaia di versi – ricorda Berger in un’intervista – Eravamo incredibilmente esigenti: ogni parola doveva essere quella giusta». L’alternativa era creare semplicemente un pezzo con un bel beat, ma Robyn non accetta più i compromessi. A maggior ragione se con il tuo brano vuoi trasmettere un sentimento più universale della semplice delusione amorosa: «Il mio verso preferito è “So dove sei, scommetto che c’è anche lei”, perché indica quella parte autodistruttiva di noi che ciascuno sa di non dover evocare, come se stessi grattandoti la crosta di una ferita», aggiunge Berger. Chiunque ha provato questa sensazione, anche se non ha mai messo piede in un club.

Mentre il testo prende forma, lo stesso meticoloso lavoro coinvolge la musica. I due svedesi si chiudono in studio per una serie di lunghe sessioni di ricerca del suono perfetto: su tutti, il sintetizzatore che con quei suoni staccati fa partire il pezzo, uno degli attacchi più riconoscibili di sempre. «Non smettevamo mai di costruire la canzone, e ogni volta ci sembrava che migliorasse sempre di più – confessa Robyn – Quando ho mandato il demo in etichetta, sapevo che avevamo trovato un gran bel singolo».

Dancing On My Own sarebbe diventato molto più che “un gran bel singolo”. Sarebbe stata la colonna sonora di alcuni momenti iconici di televisione (Girls e Gossip Girl, tra le molte serie). Sarebbe stata la piattaforma di lancio per i concorrenti di talent show che l’hanno reinterpretata. Come Calum Scott, la cui cover del 2016 ha avuto molto più successo dell’originale, se consideriamo brutalmente i numeri di views. Ma Robyn non si fa condizionare da questi paragoni: se avesse voluto semplicemente la fama, sarebbe rimasta con le grandi label; si sarebbe arresa alle loro richieste; non avrebbe cambiato stile. Facendo così, però, non avrebbe scritto la più grande canzone dance triste degli ultimi 20 anni. E tutta quella gente alla stazione della metropolitana di New York cosa diamine avrebbe cantato a squarciagola?