Quando, il 13 aprile del 1982, pubblica Vado al massimo, Vasco Rossi non è ancora lontanamente paragonabile al personaggio in grado di radunare più di duecentomila persone in un parco di Modena, ma ha già composto almeno un inno generazionale, Siamo solo noi, e cambiato per sempre il concetto di musica in televisione cantando Sensazioni forti a Domenica In: una performance che, in pochi minuti, è stata in grado di sconvolgere i perbenisti e mettere in imbarazzo i piani alti della Rai. Inoltre, Vasco è fresco di ultimo posto a Sanremo, ottenuto proprio con il brano che avrebbe dato il titolo al suo quinto album in studio, con tanto di microfono infilato in tasca a fine esibizione. «La notte in cui divenni davvero una rockstar», come l’avrebbe definita anni dopo.

Che Rossi si stesse trasformando in qualcosa destinato a durare a lungo fu chiaro soprattutto alle migliaia di persone che corsero a comprare un trentatré giri che avrebbe venduto quasi duecentomila copie nel giro di qualche mese: numeri che se ne infischiavano tanto delle polemiche che del giudizio del Festival dei fiori. Quel disco lo ricevetti qualche anno più tardi, per il mio decimo compleanno. All’epoca, ero troppo piccolo per comprendere l’ironia di pezzi come Cosa ti fai o la stessa Vado al massimo, ma ricordo di essere scoppiato in lacrime all’ascolto di Canzone, per capire il mood della quale non mi servivano grandi strumenti, bastavano quelle parole che, diventando un tutt’uno con la musica, davano vita ad un brano capace di descrivere perfettamente la sensazione di perdita.

Sì perché il concetto di perdita è qualcosa che può cambiare nel tempo, che diventiamo capaci di affrontare con metodi più o meno efficaci, ma che è connaturato con l’animo umano. Qualcosa che impariamo a conoscere, anche se a livello inconscio, fin dalla nascita. È proprio da lì che hanno origine due sentimenti come la nostalgia e la malinconia, capisaldi assoluti della poetica di Vasco ed è per questo che, per essere compresa, non ha bisogno di spiegazioni, di mediazioni. Col tempo, Canzone divenne l’inno da ascoltare tutte le volte che una storia d’amore non andava come avevi sperato, perché quelle liriche si prestavano così bene a crogiolarsi nella tristezza e nella classica autocommiserazione tipiche dell’adolescenza.

Crescendo, iniziai a chiedermi se Vasco non si riferisse invece ad un altro tipo di perdita, scoprendo che la canzone, scritta partendo da una melodia di Maurizio Solieri, era sì rivolta ad una ragazza, ma che il suo testo era nato dalla tragica scomparsa del padre, colpito da un infarto mentre si trovava alla guida del proprio camion. Per me, che avevo appena perso il mio nello stesso modo, l’ennesima conferma dell’universalità di un brano che, come altre migliaia di persone, avevo imparato a sentire mio quando nemmeno potevo capire il perché.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.