Cover image

Storie di grandi canzoni: Bloodbuzz Ohio dei National

di Federico Pucci

«Ma perché non scrivete una canzone pop e basta?». A parlare è Michael Stipe, l’anno è il 2008. Chi sta ascoltando sono i National, la band che apre i concerti dei R.E.M. in Nord America, nel corso di un’estate decisiva per i destini di cinque trentenni dell’Ohio e di un’intera nazione.

Il 27 agosto 2008, al termine di una storica campagna per la nomination, il team di Barack Obama pubblica un video da presentare alla Convention nazionale del Partito Democratico che si sarebbe tenuta a Denver, atto finale della sua candidatura alla Presidenza. Il video si intitola Segnali di speranza e cambiamento, e sotto le voci degli attivisti passano le note di Fake Empire dei National.

All’epoca, i National sono un fenomeno per appassionati di indie rock americano. Nel 2005 il loro terzo disco, Alligator, aveva smosso l’attenzione di molti critici e finalmente, nel maggio 2007, Boxer (che conteneva appunto Fake Empire) li aveva consacrati in un ristretto cerchio di cultori della musica non mainstream. Ma ancora non si può parlare di successo, non nei termini di Michael Stipe. Anzi, i National, alla fine del ciclo promozionale del loro quarto disco sono a pezzi.

Le tensioni in un gruppo sono normali. Quando il gruppo contiene due coppie di fratelli, quelle tensioni possono toccare lo stato d’allerta, come quello di un Paese sotto attacco. “High Orange” era ai tempi lo stato d’allerta della città di New York, una condizione figlia dell’11 settembre, traducibile in uno stato di ansia, disincanto e pessimismo, quasi come un testo dei National. Anche tra i cinque ex ragazzi di Cincinnati, ormai trentenni di Brooklyn, l’aria è pesante. Colpa, tra le altre cose, del processo estenuante che usano per comporre: di norma, i gemelli Aaron e Bryce Dessner scrivono una musica e, mentre cominciano ad arrangiarla, lasciano al cantante Matt Berninger il compito di elaborare i testi in piena autonomia. A questo punto, Matt segue la stessa routine di quando ancora lavorava come graphic designer e scriveva rubacchiando momenti in ufficio: traccia strumentale in cuffia a ripetizione; pura invenzione melodica mormorando versi senza senso; quindi, appunti sparsi quando il mormorio lascia spazio a una parola. Quando hanno registrato Boxer, questo ritmo creativo rischia di mandarli al manicomio. Nel momento in cui tornano nella mansarda-studio del loro produttore, Peter Takis,, l’intenzione è cambiare le cose: passare da “High Orange” a High Violet.

Per farlo, anziché prendersela comoda, si impongono una scadenza: il nuovo disco dovrà uscire il 10 maggio 2010. Ma i problemi non mancano. Prima di tutto, Berninger è appena diventato padre, si è preso un’influenza devastante ed è stato colpito da un lutto familiare: di ritorno dall’Ohio per il funerale della nonna gli scoppia anche un timpano. Deve fermarsi. Uno stop che rende ancora più delicata una fase che l’intera band, e soprattutto Berninger, intendono come di transizione. Matt vuole cambiare suono, alzare il volume e l’elettricità, sporcarsi le mani, e lo spiega con sinestesie, parlando ai gemelli Dessner: desidera “Catrame caldo”, o “Lana grezza”, definendo quella che sarebbe diventata Terrible Love

C’è un pezzo in particolare sul quale i cinque National non riescono a mettersi d’accordo, al punto da pensare di escluderlo completamente dalla tracklist: se lo portano dietro da un po’, l’hanno già provato dal vivo, e si intitola  Bloodbuzz Ohio. Ma nel momento in cui devono incidere, si creano due fazioni: da una parte Takis e Bryan Devendorf, il batterista che si inventa quel groove aggressivo che apre il brano, vorrebbero inserire una sezione di ottoni; tutti gli altri sono contrari. «Anche Fake Empire ce l’aveva: sarebbe stato come tentare di rifare il nostro pezzo più famoso, non era il caso», ricorda Matt in un’intervista dell’epoca. Anche perché – aggiunge Aaron Dessner – lì quei fiati non ci stanno per niente bene: «Matt canta quasi sussurrando, e poi ba-bam arrivano gli archi? Non ha senso». 

Non ha tutti i torti, Aaron. Il testo che Berninger ha scritto è molto intimo. Forse ispirato dalla neopaternità (che occuperà per intero le attenzioni del brano Afraid Of Everyone), forse per puro caso Matt si sta chiedendo “Cos’è casa”: un luogo? Un sentimento? Difficile dirlo, specie arrivati al suo punto di frustrazione e disillusione nei confronti di quello che lo circonda. Dopo 10 anni di fatica da “band di New York”, i National stanno allentando i legami con la città dove aveva preso forma il rock del nuovo millennio, prima con gli Strokes e poi con Sufjan Stevens, peraltro vicino di casa dei Dessner e corista occasionale dei National. “Livin’ and dyin’ in New York, it means nothing to me”, canta Berninger in Lemonworld, il pezzo successivo nella tracklist. In questi casi, che si fa? Bisogna sentire la mancanza della patria? Per districare questi dubbi bisogna esprimersi con il massimo possibile del candore, quell’onestà lirica che fa parte della sua cifra poetica, insieme con l’ermetismo delle sue metafore e la passione per le parole senza senso che suonano bene (Squalor VictoriaVanderlyle Crybaby Geeks). Ecco perché, nel primo verso, professa trasparenza: “Mi alzo la camicia”.

Ma per arrivare alla schiettezza vera serve una spintarella. Nel gergo inglese, il ronzio (“buzz”) definisce l’ebbrezza, quell’entusiasmo molesto che porta a ciarlare senza freni. In vino veritas, insomma. Ecco cosa significa “Sono stato trasportato in Ohio da uno sciame di api“. Tornare così alle origini fa riflettere Matt sulla distanza ormai abissale che lo separa dalla casa dei suoi. La condizione di aspirante rockstar ultratrentenne, che sta mettendo alla prova la pazienza sua e dei suoi colleghi, è paragonabile alla partenza di chi abbandona il tetto paterno (“Non mi sono mai sposato, ma l’Ohio non si ricorda di me”). Eppure, dov’è la nostalgia?

I sentimenti sono complicati. Del resto, non è necessario amare il proprio luogo di origine (“I never thought about love when I thought about home”) per ammettere un legame ancestrale. Anzi, è proprio la lontananza a farci chiedere, con disperazione magari, perché mai teniamo alle nostre radici, perché il sangue degli antenati ci provoca un’ebbrezza (“bloodbuzz”). Come mai sentiamo il richiamo di quelle radici che sono catene di obblighi e debiti, ragnatele di necessità e doveri, prima ancora che reti di affetti? “Devo ancora soldi sui soldi che devo”, dice Matt, con uno scioglilingua a metà tra l’osservazione di un mondo in recessione e la metafora di una bancarotta esistenziale. Una risposta, a quei dubbi, non c’è, anzi la canzone fotografa proprio il momento in cui le certezze volano fuori dalla finestra: “i pavimenti stanno crollando da sotto i piedi di tutte le persone che conoscono”, recita Bloodbuzz OhioSaranno le canzoni pop, i pezzi buoni per la radio a trovare risposte. O forse, una canzone non ha abbastanza spazio per una risposta: va trovata all’esterno.

«Se volete stare in una band che duri a lungo, dovete scrivere molte hit. O non scriverne nessuna affatto», aveva detto Michael Stipe, alla fine di quel tour del 2008. I National hanno scelto, volente o nolente, la seconda strada: niente hit in cambio di una lunga vita. Certo, High Violet debutta al terzo posto della classifica Billboard, il che li trasforma in potenziali headliner dei grandi festival: se si parla di band indie, è così che si misura il successo. Ma il consiglio più prezioso di Stipe, ricorda Berninger nella sua intervista a NME, fu un altro: «Ricordatevi che prima di tutto questo eravate amici». Forse la casa di Matt Berninger non è l’Ohio, e neppure Brooklyn: casa sua sono i National.