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Solo David Bowie poteva salvare Iggy Pop

di Luca Garro

Hey Iggy, ma come hai fatto a ridurti in questo modo? Tieni, ho portato qualcosa per te, fanne buon uso”. Siamo nel 1975 e Iggy Pop sta vivendo il classico annus horribilis. Non che fosse la prima volta in cui l’ex leader degli Stooges si trovasse sull’orlo della follia, ma quella volta, probabilmente, il limite era stato superato. Solo e senza un briciolo di credibilità artistica, nessuno voleva più saperne di lui. Ci aveva provato l’amico James Williamson, proponendogli di scrivere un album a quattro mani a qualche anno da Raw Power, ma le condizioni mentali di Iggy avevano mandato ancora una volta tutto all’aria. Iggy ora si trovava in un ospedale psichiatrico, legato per lunga parte delle giornate ad un letto e senza possibilità d’uscita.

L’unico persona a fargli ancora visita era David Bowie che ogni tanto, invece che fiori o cioccolatini, si presentava alla porta della sua camera portando con sé un po’ di droga. Non il massimo per un uomo che tentava di disintossicarsi, ma di certo un gesto d’affetto intriso, in qualche modo, di pietas cristiana. Non che Bowie fosse messo molto meglio: scheletrico al limite della sparizione, David si trovava nel pieno del suo periodo più tossico, ma, allo stesso tempo, all’apice della creatività. Si poteva contestare tutto a Bowie, ma non che si dimenticasse delle figure che più l’avevano ispirato nel corso della sua scalata al successo: aveva reso delle celebrità i Mott The Hoople quando questi avevano annunciato il ritiro dalle scene e aiutato Lou Reed a diventare una superstar mondiale con Transformer. Aveva provato anche a ridare una dignità artistica a Iggy, producendo proprio Raw Power solo un paio d’anni prima, ma come a tutti, nemmeno a lui era riuscito il più grande dei miracoli. Vedendolo in quelle condizioni, tuttavia, si decise a fare un nuovo tentativo. Dopo aver pubblicato Station To Station, nel quale aveva dato vita al Duca Bianco, alter ego con cui sarebbe passato alla storia, Bowie decise di portare Iggy con sé in tour, prima come parte del suo entourage e successivamente nel ruolo di turnista.

Portarlo con sé in tour fu prima di tutto un tentativo di tirarlo fuori da una situazione economica disperata, che avvicinava Iggy più alla vita da clochard che a quella di precursore del punk. Fu proprio durante quel tour, per altro non esente da diversi episodi controversi e da più ricadute nel baratro della follia, che i due compresero che per salvarsi avrebbero dovuto lasciare l’America, per cercare di recuperare uno stato psicofisico accettabile e, magari, spingersi verso territori musicali mai toccati in precedenza.

L’auspicio di scoprire nuove forme di scrittura in grado di dare vita ad un inedito linguaggio musicale iniziò a prendere forma proprio lavorando insieme in Europa. Il punto di partenza fu Sister Midnight, un brano che era già comparso nella scaletta del tour appena conclusosi e con il quale Bowie aveva iniziato a muoversi lungo quelle sonorità che avrebbero costituito le fondamenta dell’ultima parte del suo decennio musicale. A partire da quella canzone, che sarebbe poi finita nel debutto solista di Iggy, Bowie iniziò a mettere a punto la formula che avrebbe utilizzato in seguito per quella che sarebbe entrata nella storia come la trilogia berlinese. Chi vide nella vicinanza con Iggy il furbesco tentativo di Bowie di risultare ancora credibile nell’ambiente underground sbaglia di grosso. Bowie vedeva in Iggy un complice, col quale riuscire ad uscire da una deriva umana che solo chi aveva vissuto certe esperienze poteva comprendere appieno. Si diedero sostegno morale come nessuno aveva mai fatto nelle loro vite e, una volta ripuliti, divennero alter ego creativi l’uno per l’altro. Inoltre, i due erano molto più simili di quello che si potesse credere e la cosa in qualche occasione portò i livelli di competitività ad alzarsi notevolmente, ma sempre col risultato di spingere entrambi su livelli creativi mai raggiunti in precedenza.

Tuttavia, è anche vero che in qualche modo Bowie utilizzò Iggy come una sorta di cavia per quello che avrebbe voluto creare: “Gli ho dato lo sfogo per il suo talento e il suo flusso di idee” – ammise Pop – “Quando aveva una nuova idea e non era sicuro dell’approccio da usare, scriveva o arrangiava qualcosa in modo simile per uno dei miei progetti”. The Idiot, il primo album ufficiale dell’Iguana, ricoprì esattamente quel ruolo. In pratica, Bowie era alla ricerca di quel suono che avrebbe poi perfezionato su Low, il disco che iniziava a prendere vita proprio in contemporanea a The Idiot. Una delle cose che colpì maggiormente Bowie fu il comportamento di Iggy durante le sessioni di registrazione: egli partecipava marginalmente alla costruzione del disco, sparendo spesso o restando in regia con aria spesso assente. Nessuno aveva idea di quali sarebbero stati i testi dell’album, perché Iggy li avrebbe composti direttamente al microfono, in presa diretta. Quella tecnica sconvolse Bowie, che da lì a poco, come aveva fatto in passato in situazioni analoghe, la fece propria.

Nell’agosto del 1976, dato che gli studi in cui avevano iniziato a lavorare erano già prenotati, i musicisti si spostarono prima a Monaco agli studi Munich Musicland di Giorgio Moroder e in seguito agli Hansa Tonstudio di Berlino Ovest. Gli intrecci tra The Idiot e la musica che sarebbe andata a formare il nuovo lavoro di Bowie erano talmente intricati che il lavoro dell’ex Stooges, terminato prima ma furbescamente fatto uscire in un secondo momento, ancora oggi appare come una sorta di grande prova generale di quello di Bowie. Basti pensare che alcuni brani registrati con Iggy finirono addirittura su Low, a dimostrazione della perfetta simbiosi tra le le due opere e, soprattutto, dei due protagonisti di un periodo storico irripetibile.