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Soli sulla vetta

di Federico Pucci

“La fama non ti assicura nulla di più che un buon posto a sedere in un ristorante”. Così parlò David Bowie. Pochi artisti hanno riflettuto meglio del Duca sulle conseguenze – personali, artistiche, sociali – della fama: proprio lui che per sopravvivere è sfuggito alle luci della ribalta. Più di una volta. Eppure, tutto sembra così distante da noi. Chi di noi, comuni mortali, può calarsi nelle relazioni pericolose con il lato oscuro del successo? Forse un mito come Bowie. E d’altro canto, chiuso nella sua torre d’avorio, perché l’artista si lamenta del suo privilegio? Ingrato che non è altro.

Certo, la rockstar è una figura semidivina, quindi un agnello sacrificale. E invece la sua sorte non è tanto lontana dalla nostra, se ci pensiamo bene. Ora che tutti quanti ci troviamo a un passo da milioni di spettatori nell’agorà dei social, ora che le considerazioni di Andy Warhol sui quindici minuti di popolarità non sono più solo profezie, ora che danziamo sulla linea sottile tra fama e diffamazione, non dovrebbe essere difficile avvertire questa pressione. Ma come se ne parla? E soprattutto, se ne parla?

Eccome. Anzi, nel momento in cui un genere così ossessionato dal farcela come il rap è diventato il nuovo mainstream, siamo già dalle parti del cliché: la parabola di aspirazione al successo, godimento della vittoria e infine rifiuto dei riflettori sa di già sentito. Solo le riflessioni di Kanye West, sintetizzate in modo viscerale dal suo album capolavoro My Beautiful Dark Twisted Fantasy, hanno qualcosa di autenticamente profondo da dirci, nel 2010 come oggi, sul potere della popolarità e i suoi pericoli. Perché non sempre si riesce a comunicare questo argomento con efficacia: tante volte bisogna mettere le mani avanti con umiltà, per non fare la figura dello spaccone, del vittimista. Tutte etichette, peraltro, che il buon Kanye si è dato da solo. Eppure può esserci ancora qualcosa da dire, specie in un momento storico nel quale la rincorsa alla popolarità è disperata e la frustrazione del 21st century schizoid man abbonda.

Ognuno ha un suo modo di reagire all’impatto dell’onda mediatica. C’è chi, semplicemente, sparisce, per andare dove nessuno lo conosce, come la Albuquerque cantata da Neil Young: è il caso di Lucio Battisti, per citare il più popolare degli eremiti dalla fama, qui da noi. C’è chi si lancia a massima velocità verso il destino inevitabile di una “generazione di sconvolti” da grande capo dei disagiati, come ha fatto e cantato Vasco Rossi negli anni ‘80. Ma si è dovuto aspettare l’hip-hop perché gli artisti italiani arrivassero a parlare senza troppi peli sulla lingua di questo argomento tabù, perché si insinuasse una riflessione anche – ma non solo – legata all’arricchimento. Anzi, nell’epoca del pop post-rap, perfino i cantautori emersi dalla scena indipendente riflettono su come si reagisce al successo, senza farsi troppi problemi di inattingibilità. Lo leggi in filigrana nell’ossessione per la casa e la famiglia che Tommaso Paradiso ha riversato in Love; lo vedi nel conforto dei ricordi cercato da un ex rapper (non a caso) come Coez in È sempre bello.

Ma se c’è un artista di recente fama che al tema ha dedicato tutto lo spazio necessario e qualcosa in più, questo è Ultimo. La rapidità vertiginosa della sua ascesa, di fatto, giustifica certi ragionamenti: tredici mesi fa, quando lo incontrai nel backstage del suo primo concerto in assoluto alla piccola Santeria di Milano, la prospettiva di uno Stadio Olimpico sold out era semplicemente impossibile da ipotizzare. Una favola, dal suo punto di vista, che si è realizzata, una canzone d’amore dopo l’altra. Ma ogni favola ha un gemello cattivo: ce l’aveva detto Kanye in  Dark Fantasy; ce lo ripete Ultimo con un disco amaroColpa delle favole, dove anche quando si parla d’amore si avverte l’alienazione arrivata con il suo progressivo imporsi sulla scena pop. La voglia, soprattutto, di tornare indietro senza sembrare uno stupido ingrato.

Il rap, dicevamo, con questo argomento va a nozze. Ma quanti possono davvero proclamare di essere arrivati in cima? Non molti. Di certo Fabri Fibra può farlo da anni, e alla Solitudine dei numeri uno ha dedicato non solo un pezzo, ma diversi angoli della sua discografia post-Applausi: anzi, tra le rime più apprezzabili sono proprio quelle in cui il rapper va a salutare il mostro che vive sotto il suo letto, tanto per citare Eminem. “Le stelle muoiono per te, ma spero vivano per sempre: ti danno fuoco con i loro sorrisi smaglianti, ti intrappolano con i loro begli occhi, sono al verde e imbarazzati, o ubriachi o spaventati”, cantava sempre Bowie, pochi anni fa. I lati oscuri delle star sono la parte più interessante dell’argomento, c’è poco da fare, e del costo del successo ha scritto Salmo nel suo Playlist, passando dallo straniamento di chi è cresciuto senza soldi in Dispovery Channel all’isolamento di Ho paura di uscire.

“Quando sei sulle copertine dei magazine, ti amano tutti: quando non ci sei, ne amano un altro”, diceva Marilyn Manson. Una sensazione tangibile nell’ultimo disco e nell’ultimo tour di un’altra delle poche stelle del rap e pop italiano: il contestatissimo Fedez. Paranoia Airlines è il resoconto – spesso contraddittorio – di una stardom andata forse oltre le aspettative iniziali, finendo in una dinamica perversa di odio e amore alimentata da quelle stesse piattaforme che avevano fatto da rampa di lancio. Sicuramente la sua, come molte altre parabole, è andata troppo in alto, in un luogo dove non si può che essere da soli. Con i propri soldi, ma anche con le proprie responsabilità e i propri demoni.