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Sei la Nazionale del 2006

di Federico Pucci

Love è il disco del nazionalpopolare elevato a poesia, l’affermazione di Tommaso Paradiso e dei Thegiornalisti, l’album di cui tutti hanno discusso animatamente prima ancora che venisse pubblicato. “I Thegiornalisti non sono rock, non sono indie, sono dei buffoni: dove vogliono andare?”, dice qualcuno. Vogliono semplicemente andare in alto, e per farlo usano tutto l’immaginario costruito minuziosamente in anni di gavetta e di picconate nel gusto mainstream, anni di quarti di finale fuori ai rigori. Già, perché ci sono poche metafore capaci di descrivere la band romana meglio del calcio: Paradiso ne parla, nelle interviste e nelle sue storie di Instagram. Ma non è tutto qui. Il calcio, in particolare quello della Nazionale, è il campo di battaglia del lirismo e della sbracatura, dove bestie ignoranti si trasformano in pittori del gioco, dove eleganti signori si trasformano in tifosi schiumanti, ed è un interesse intergenerazionale. Esattamente quello che succede nel pop, specie in quello di nuova generazione: amato e odiato, cantato a squarciagola e deriso. Dopo i tormentoni come Riccione e Pamplona, dopo i meme e le polemiche, il paragone ovvio per i Thegiornalisti è quello con la Nazionale campione del mondo del 2006, quella che loro stessi citano nel singoloQuesta nostra stupida canzone d’amore, l’underdog che conquista la vetta arrivando dal disastro di Calciopoli. E l’impressione è che anche qui, anche senza Marcello Lippi in panchina, pur tra mille discussioni e insulti e grida, il primo posto è scritto nel destino. Ecco allora le 11 tracce di Love come se fossero l’undici di Germania 2006.

La title track Love è Gianluigi Buffon. Una delle canzoni più statiche, quindi ideale nel ruolo di portiere, ma ovviamente tra i pali è necessario esibire scatti felini e spalle solide al momento giusto. Ok, il capitano è un altro, ma il volto e lo spirito della squadra portano sulla schiena il numero 1. Peraltro, una canzone così ostentatamente onesta nel descrivere l’amore si addice a uno dei personaggi le cui storie sentimentali sono state più discusse pubblicamente nel calcio italiano degli ultimi anni, una figura pop come quei riferimenti a Google che Tommaso Paradiso sparge nelle strofe. Ma in quello sbracarsi sull’amore si sente anche il senso di generosità del portiere, che si prenderà le pallonate al posto dei compagni per quella sua sdolcinata genuinità.

Dr. House è Marco Materazzi. Imponente, in cerca di coraggio e cosparsa di riferimenti cinematografici come fosse tutta tatuata, la canzone che chiude il disco riflette il desiderio di fare “il cazzo che mi pare” che il ribelle difensore ha sempre incarnato. Il brano più lungo del disco, poi, si addice anche al metro e 93 di Matrix, per non parlare di quel desiderio di amore familiare che Paradiso racchiude in una citazione di Bud Spencer o Verdone, e che tutti abbiamo visto in quelle braccia al cielo dopo il gol del pareggio contro la Francia.

New York è Fabio Cannavaro. Un difensore solido e dinamico, che nella sua spinta nasconde decenni di tradizioni calcistiche: nelle sue movenze ci vedi gli stopper del passato, come nella canzone riascolti dieci o quindici riferimenti alla classica canzone pop e rock. Non c’è bisogno di inventare nulla, se il carisma e l’intuito aiutano, e magari come nella semifinale contro la Germania, all’ultimo momento tira fuori quello special, volevo dire quell’anticipo che fa partire il contropiede del gol.

Milano Roma sta sulla fascia a macinare chilometri come Gianluca Zambrotta. Tirare un cross dopo l’altro, rientrare in difesa quando cambia il possesso palla, ha quel sapore ripetitivo dei cliché accumulati nel brano, che citano le solite differenze tra l’Urbe Eterna e la Capitale Morale che Paradiso fa propri.

Controllo è Fabio Grosso. L’eroe che nessuno si aspettava. A vedere questa sua figura per niente glamour, può sembrare semplice (“il cacio con le pere”) ma ha qualcosa di francese nel modo in cui si muove (come i Phoenix di Fior Di Latte, che però citavano l’Italia) e sarà mica un caso che Grosso è finito al Lione. E poi, al momento giusto, entrambi tirano fuori due ritornelli che il pubblico da casa senz’altro si porteranno dietro a lungo, come un gol alla Germania nei supplementari e un rigore decisivo alla Francia.

Nel ruolo di mediano Zero stare sereno, il Gennaro Gattuso del disco. Come il giocatore dai piedi magari non eccelsi, che però finisce per toccare più palle di tutti e per il quale passano tutte le azioni difensive e offensive, così questa canzone è inevitabile: ci capiti subito dopo l’overture, è il vero inizio del disco, che però poi va da un’altra parte. La sua grana è grossa come un centrocampista dai piedi poco fini, ma in qualche modo non puoi farne a meno: dà carattere, che si tratti della verve calabrese di Ringhio o dei profumi anni ‘80 di questo brano.

Questa nostra stupida canzone d’amore è il regista coi piedi buoni, l’Andrea Pirlo della situazione. Ci sono la fantasia e la tecnica, di nuovo un aspetto da campione d’altri tempi che fa tutti i passaggi giusti, ma non è solo un burocrate del prato, anzi: lo vedi nei guizzi, “la Corea del Nord” come il gol al Ghana, “io che annaffio le piante” come il passaggio a Grosso. Le idee più ambiziose passano da questi piedi, che con un possesso palla ammirevole scrivono un’epopea nazionalpopolare accorata ma ben pettinata. “Sei la nazionale del 2006”, Pirlo, e lo sappiamo.

Overture è Simone Perrotta. Non si capisce bene perché stia lì, come abbia meritato quel posto, ma c’è e il suo contributo non è nemmeno così indifferente. Anzi, torna quando serve, si fa sentire in attacco, e tiene insieme la squadra come questa melodia che riprende Dr. House e fa il cerchio.

Una casa al mare è Mauro German Camoranesi: una canzone con un taglio di capelli un po’ discutibile, che però porta avanti praticamente tutte le azioni della squadra, o meglio i temi portanti dell’album. Il ricordo nostalgico (nostalgia di Buenos Aires?), il bisogno di staccare e di avere rassicurazioni, il mare, la mamma: questo elemento si sente, anche quando non tocca palla, è dinamico e soprattutto è capace di fare “una corsa totale”.

L’ultimo giorno della Terra è Francesco Totti, il romano che tira giù le stelle di Milano, cioè metaforicamente fa inchinare Inter e Milan. Anche se poi Tommaso Paradiso tifa Lazio, ma ora non ci interessa (certo non spreco una posizione per Massimo Oddo!). Questo è il componente dell’insieme da cui tutti si aspettano qualcosa, visto che ci hanno messo lo zampino anche i due hitmaker Takagi & Ketra. Eppure, come capita sempre a chi vive con gli occhi puntati addosso, ogni fallo e ogni errore pesa il doppio: forse siamo troppo melodrammatici? troppo apocalittici? troppo vintage? Può darsi, questo Pupone di canzone non è perfetta: ma è grande e ambiziosa, cerca di esprimere il concetto di gioco nel modo più esagerato e immaginifico possibile, con un colpo da maestro. E alla fine, potrebbe pure fare gol su rigore agli sgoccioli: ma ricordiamo che il rigore se l’è guadagnato Controllo.

Infine Felicità puttana è Luca Toni. Il bomber, ingombrante, che dilata le difese avversarie spostando il centro di gravità come una hit estiva, come un tormentone. “Luca Toni numero uno” è il terminale di tutte le azioni, ma non necessariamente quello che la mette dentro: con le sue doti appariscenti, con la sua stazza, fa salire i compagni. Così come questa hit, non abbiamo dubbi, farà salire il disco molto alto in classifica.