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Sei cover da dimenticare

di Marco Rigamonti

Cover fa quasi sempre rima con tributo. E quando un musicista rende omaggio a un brano al quale è particolarmente legato, può capitare che la canzone ne esca rafforzata, portando perfino benefici all’autore originale. Un esempio personale: l’interpretazione di The Man Who Sold The World di Kurt Cobain mi ha stimolato ad approfondire la discografia di David Bowie, un artista che ai tempi dell’Unplugged In New York conoscevo solo superficialmente. Naturalmente si tratta di una (bellissima) eccezione: “appropriarsi” di una canzone di qualcun altro, aggiungendo un tocco personale, non è esattamente semplice. In moltissimi casi il tema diventa spunto di conversazione, accendendo dibattiti appassionati sulla validità dell’interpretazione. Ma a tutto c’è un limite: di fronte a quelli che si possono oggettivamente definire abusi, anche il fan più accanito si troverebbe in difficoltà a difendere il proprio beniamino.

Limp Bizkit, Faith di George Michael
Non è un mistero che Fred Durst nutra una sorta di adorazione per George Michael: lo ha candidamente ammesso in più di un’occasione. Non è nemmeno un mistero che Ross Robinson, il produttore del debutto discografico dei Limp Bizkit, ai tempi avesse caldamente sconsigliato alla band di inserire la cover di Faith nell’album Three Dollar Bill, Y’all$ (rimangiandosi le parole a incisione ultimata, forse per evitare polemiche). Il vero mistero è come abbia fatto questa cover a ritagliarsi uno spazio nelle programmazioni radiofoniche americane, diventando il biglietto da visita credibile di una band che di lì a breve avrebbe cominciato a scalare seriamente le classifiche. Il chitarrista Wes Borland ha confessato in un’intervista che Gorge Michael non l’ha apprezzata, anzi, l’ha odiata. Come dargli torto?

Vasco Rossi, Ad ogni costo (Creep) dei Radiohead
Nel 1993 Vasco aveva interpretato a modo suo Celebrate degli An Emotional Fish, traducendo – con una libertà, diciamo, degna del buon Leone Di Lernia – il ritornello originale “This party’s over” con “Gli spari sopra”. Un’operazione perfetta: prendi un brano straniero di nicchia dalle grandi potenzialità, risuonalo con carattere e traducilo in italiano. Sfortunatamente, il miracolo non si ripete quando nel 2009 il Blasco prende l’infelice decisione di rielaborare Creep dei Radiohead – che proprio di nicchia non è, anche se lui si è difeso puntualizzando che credeva fosse una canzone poco famosa. Il risultato è un’interpretazione oziosa e forzata, ben rappresentata da quel “Na na na” buttato lì a caso nelle strofe, indice di pigrizia assoluta. Anche gli eroi inciampano: aspettare domani non basterà per trovare un senso a una cosa che un senso non ce l’ha.

Fall Out Boy, Love Will Tear Us Apart dei Joy Division
Bisognerebbe aprire un capitolo a parte per i Fall Out Boy, veri specialisti in tema di cover discutibili. Quelle di Beat It (Michael Jackson), I Wanna Dance With Somebody (Whitney Houston) e Roxanne (Police) sono inutili, nel senso che non aggiungono nulla all’originale, ma perlomeno risultano innocue. Quella di Ghostbusters – incisa per la colonna sonora del reboot del film – rasenta l’imbarazzo. Ma la peggiore del mazzo è senz’altro quella di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division, dove gli svolazzi vocali di Patrick Stump – assolutamente giustificati e perfino gradevoli nel contesto appropriato – suonano obiettivamente fuori luogo. Forse certi inni andrebbero lasciati stare, perché il rischio di rovinarli è piuttosto elevato.

Britney Spears, I Love Rock’N’Roll degli Arrows
Quando Britney esordisce nel 1999, in fondo al suo album di debutto compare un’onesta cover di The Beat Goes On di Sonny & Cher. Quando dal vivo interpreta brani di Madonna e Janet Jackson se la cava bene: quello è il suo campionato, c’è poco da dire. Ma nel secondo disco si fa prendere un po’ la mano, e sforna una versione di (I Can’t Get No) Satisfaction degli Stones che definire noiosa è un complimento. La parabola discendente raggiunge il punto più basso nel terzo disco: I Love Rock’N’Roll, singolo del 1975 degli Arrows, poi tirato a lucido da Joan Jett & The Blackhearts nel 1981, viene privato della sua graffiante energia e diventa un polpettone pop/dance incolore. Durante un’intervista, la povera Britney incappa pure in una gaffe imbarazzante, attribuendo il pezzo alla cantautrice statunitense Pat Benatar. “Oops, she did it again”.

The Darkness, Street Spirit (Fade Out) dei Radiohead
Incoraggiato dall’ultimo lavoro dei Darkness – che ho trovato sorprendentemente buono, nel suo genere – ho pensato di recuperare gli album precedenti. Avevo smesso di seguire la band britannica prima di Hot Cakes, il disco della reunion, che giudico comunque dignitoso. Almeno fino all’ultimo pezzo, che scopro essere una versione glam metal di Street Spirit (Fade Out). Considerando che i Radiohead avevano interrotto le comunicazioni con Peter Gabriel dopo avere ascoltato la sua interpretazione dello stesso brano – venendo meno alla promessa di registrare una cover di Wallflower per restituirgli il favore – non voglio sapere cosa potrebbero pensare di questa versione. Non mi stupirebbe se qualcuno la trovasse plausibile, ma alle mie orecchie è pura blasfemia.

Take That, Smells Like Teen Spirit
Smells Like Teen Spirit dei Nirvana è stata interpretata da decine di artisti in un’infinità di modi diversi. D’altronde, essendo un brano immediatamente riconoscibile, armonicamente semplice e universalmente apprezzato, la sua efficacia non è in discussione. Ma questo non significa che proprio tutti siano autorizzati a suonarlo. Quello che accade a Londra nel 1995 durante un concerto dei Take That costringe a riconsiderare il significato della parola “scempio”: la boy band, munita di veri strumenti (!!!), sfida le leggi del disagio cimentandosi nella peggior cover della storia della musica. Mentre Howard Donald e Mark Owen tentano di suonare rispettivamente chitarra e basso, e Jason Orange si impegna con risultati ancora più deludenti alla batteria, Gary Barlow si prende la libertà di modificare le parole del ritornello, prestando più attenzione a strapparsi la maglietta per lanciarla in mezzo all’orda di fan urlanti. Il tutto era cominciato al grido di “Siete pronti per un po’ di rock’n’roll?”. “Qualsiasi cosa abbia detto, qualsiasi cosa abbia fatto, non facevo sul serio”, recita il ritornello di Back For Good. Ecco: facciamo finta che questo abuso, perpetrato a poco più di un anno dalla scomparsa di Kurt Cobain, fosse solo uno scherzo mal riuscito.

Foto di Simone Cecchetti – Corbis