Cover image

Quello del figlio d’arte non è un mestiere facile

di Luca Garro

Da che mondo è mondo, la questione dei figli d’arte nella musica (e non solo) resta tra le più dibattute: hanno potuto esprimersi a certi livelli solo perché “figli di papà” o perché davvero dotati di talento? E ancora: essere il discendente di una star è un vantaggio, oppure una delle maggiori disgrazie per un figlio desideroso di seguire le orme del genitore? Tutte domande a cui resta difficile dare una risposta, perché non ne avremo mai la controprova. Quel che è certo è che partire da una situazione di vantaggio “genetico” non ha rappresentato mai una garanzia di successo.

Nella storia del rock, i casi di figli d’arte capaci di ottenere risultati di rilievo non sono mancati, anche se, per onestà intellettuale, va sottolineato che, al di là del buon Jeff Buckley, nessuno di questi è mai stato in grado di raggiungere le vette di chi li aveva preceduti. Eppure, gli esempi di un certo livello non sono mancati. Prendiamo, per esempio, la prole di due degli esponenti di maggior spicco della cultura degli anni Sessanta: i Beatles e Bob Dylan.

Avere come padre uno dei Fab Four metterebbe i brividi a chiunque desiderasse intraprendere la carriera musicale, ma crescere in un ambiente dominato da chitarre, mixer e folle urlanti, probabilmente, qualche imprinting lo deve pure lasciare. Forse avremmo potuto tranquillamente vivere senza le carriere di Julian Lennon e James McCartney, ma l’apporto dato alla musica da Sean Lennon, Dhani Harrison e Zak Starkey è stato decisamente notevole. Dopo un inizio molto lennoniano come Into The Sun, equamente diviso tra melodia e sperimentazione, il figlio di John e Yoko è stato capace di trovare una propria strada. Non per tutti, ma decisamente personale e capace di affascinare un personaggio come Les Claypool, non proprio l’ultimo arrivato, con il quale ha orchestrato il Claypool Lennon Delirium.

Diversa la strada di Dhani, favorita dal fatto di aver potuto lavorare per diverso tempo fianco a fianco col celebre padre. Musicista dotatissimo, Harrison junior riuscì addirittura a prendere parte alla lavorazione dell’ultimo disco d’inediti di George, mostrando di averne carpito tanto lo stile che il celebre aplomb. Oltre a continuare a lavorare alle uscite postume del padre, Dhani ha mantenuto un profilo più schivo, che però non gli ha impedito di unirsi a Ben Harper e Joseph Arthur nei Fistful of Mercy, uno dei supergruppi più stilosi e meno compresi degli ultimi quindici anni.

Il più noto tra Fab Sons, tuttavia, resta Zak Starkey. A torto, Ringo è sempre stato considerato un miracolato, il classico capace di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Forse anche per questo, come per compensare la nomea sbagliata del padre, Zak venne immediatamente considerato un grande musicista. Non a caso fu chiamato dalla rock band più importante della sua generazione, gli Oasis, con i quali Zak suonò a più riprese dal 2004 al 2008. Un riconoscimento forse ancora più importante, però, era l’arruolamento negli Who, avvenuto già a partire dalla metà degli anni Novanta: certo, può aver aiutato in qualche modo aver avuto Keith Moon come padrino, ma se una band di questo livello, in grado di assoldare qualsiasi turnista fenomenale, decide di prenderti con sé, non è solo perché Pete Townshend e Roger Daltrey sono amici di papà.

Se crescere coi Beatles poteva essere difficile, farlo al fianco di colui che è considerato il più grande autore di musica popolare del ‘900 deve avvicinarsi al peggiore degli incubi. Incurante dell’ombra costante di Bob, alla fine degli anni Novanta Jakob Dylan riuscì invece a dimostrare di poter addirittura competere col babbo persino a livello di vendite.

I suoi Wallflowers debuttarono splendidamente nel 1992, un periodo peraltro molto difficile per Dylan senior. Alcuni critici cominciarono addirittura a parlare di passaggio di testimone ideale tra generazioni. Un’idea che durò a lungo, perfino quando, contro ogni aspettativa, His Bobbiness si ripresentò al mondo in pompa magna con Time Out Of Mind. Pochi mesi prima, infatti, i Wallflowers avevano pubblicato Bringing Down the Horse, forse il loro album migliore. Per un po’, padre e figlio, si trovarono così a fronteggiarsi, qualcosa di impensabile persino per i fan più accaniti di Jakob.

Restando sempre su esempi illustri, anche alcuni dei tanti figli di Bob Marley provarono a seguire quel percorso fatto di reggae e messaggi di libertà che avevano contribuito a cementificare il suo mito. Il più “fortunato” fu Ziggy, che per un certo periodo fu capace di riscuotere un certo successo. Tutto, però, svanì abbastanza presto, prima che le relative carriere ritornassero nell’alveo della nicchia: segno che non bastavano due ritmi in levare e un po’ di liriche umanitarie per diventare un’icona di quella grandezza. La storia insegna che bisogna seguire una propria strada, come ha fatto Charlotte Gainsbourg puntando dritto verso un raffinato pop anglofono a dispetto dell’ingombrante eredità paterna.

E l’Italia, da sempre considerata la terra delle spintarelle e delle raccomandazioni, cosa è riuscita a regalarci in questo senso? Proviamo con un azzardo, se mi perdonate una provocazione: proviamo a considerare i Pooh come i nostri Beatles e Fabrizio De André come il nostro Dylan, e vediamo le storie dei loro figli. Nel caso dei Beatles, la sensazione è che nessuno di loro abbia mai spinto affinché i propri figli seguissero la loro strada, invece a mio personale avviso i Pooh mi sono sempre sembrati più interessati a portare avanti una sorta di marchio familiare: a un certo punto, sembrava che il mainstream italiano non potesse andare avanti senza consanguinei dei Pooh in circolazione. Per qualche ragione (qualcuno dirà sfortuna, i più maliziosi diranno giustizia divina), ora come ora quel rischio sembra ormai scongiurato.

Discorso differente quello del buon Cristiano De André, lui sì finito sotto lo schiacciasassi dell’aura mitologica del padre. Cristiano, però, di talento ne avrebbe avuto da vendere. Lo sapeva bene chi lo ha visto accompagnare il padre in concerto, suonando praticamente ogni tipo di strumento. Oltre a quello, poi, aveva mostrato presto una certa predisposizione per la composizione di canzoni non banali: magari un po’ derivative, come nel caso del progetto Tempi Bui (una traduzione musicale oltre che letterale dei Dire Straits), ma non per questo da ignorare. Poi, col tempo, minato anche da una fragilità personale, Cristiano iniziò a perdere la sua strada. Dopo un periodo in cui sembrò voler prendere decisamente le distanze dal padre e dal suo ingombrante fantasma, Cristiano scelse la via solo apparentemente più semplice: quella di portarne avanti la tradizione. Il risultato: ottimi concerti celebrativi con karaoke assicurato, ma la sensazione di essersi arreso al proprio DNA.