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Quella volta che i fan di John Lennon non riconobbero Bob Dylan

di Luca Garro

2 maggio 2009, Liverpool. Nel corso di più di vent’anni di Neverending Tour, Dylan era passato innumerevoli volte dalla città che aveva dati i natali ai Fab Four, ma quella volta, approfittando di una giornata libera e, forse, colto da un raro momento di nostalgia, Bob decise di rendere omaggio al suo vecchio amico John Lennon. Come tutte le band che avevano iniziato a fare musica nella prima metà degli anni sessanta, anche i Beatles avevano nutrito una sorta di venerazione nei confronti di colui che, al pari dei soli Elvis e Chuck Berry, non si era limitato a sconvolgere i canoni della musica popolare, ma aveva posto le basi di un cambiamento culturale la cui onda lunga sarebbe giunta fino ai giorni nostri.

Lennon, in particolare, aveva visto in Dylan una fonte d’ispirazione assoluta, evidente in brani come You’ve Got To Hide Your Love Away, oltre che un artista con cui condividere le proprie idee e la propria concezione di arte. Anche dal punto di vista umano, i due avevano grandi tratti in comune: sarcastici al limite della cattiveria, pienamente consapevoli della propria diversità rispetto al mondo che li circondava e dotati di un’intelligenza sopra la media, Lennon e Dylan potevano essere una cattivissima compagnia per gente in cerca di interviste prive di contenuti o che non andassero a toccare argomenti che potessero in qualche modo stuzzicarne l’arguzia.

Col tempo, il loro rapporto era andato incrinandosi, soprattutto a causa del fatto che Lennon non era riuscito a accettare appieno tutti i cambiamenti all’interno della musica di Dylan: in particolar modo, John aveva visto la conversione del proprio nume tutelare (e i relativi album a tema) come un vero e proprio tradimento di tutto ciò che aveva professato in precedenza. Come poteva l’autore di With God On Our Side parlare di attesa del Salvatore? La rabbia di Lennon si riversò in un paio di brani, pubblicati solo decenni dopo la sua morte all’interno della Lennon Anthology, in cui John faceva il verso al vecchio amico, imitando la sua voce nasale e riempiendolo di insulti legati alla sua nuova vita di Cristiano Rinato.

La morte di Lennon impedì ai due di ricongiungersi e forse anche per quello, quel giorno di maggio, Bob pensò di fare visita alla casa in cui John aveva passato l’infanzia insieme alla zia Mimi e allo zio George. Da anni, quella casa era diventata una delle maggiori attrazioni per i fan dei Beatles in visita a Liverpool e Dylan, invece di chiedere di poterla visitare in solitudine, decise di spendere sedici sterline per un minibus pieno di turisti e di passare con loro la mattina nella villetta di Menlove Avenue.

Quello che nessuno avrebbe potuto immaginare è che nessuno dei presenti sul bus lo riconobbe. Non che Dylan fosse vestito in maniera appariscente, ma si trattava comunque di una delle maggiori icone musicali di sempre e il fatto che persone che si stavano recando a rendere omaggio a John Lennon non avessero idea di chi fosse, diede immediato risalto ad un evento a suo modo eccezionale.

Non era nemmeno la prima volta in cui Dylan non veniva riconosciuto: era successo anche in aeroporto, dove alcune guardie lo avevano scambiato per un clochard, ma anche una sera in un ristorante americano in cui lui, Tom Waits e Leonard Cohen si erano travestiti per poter passare una serata senza rischiare di essere fermati di continuo dai fan.

Il giorno successivo, un portavoce del National Trust, l’ente che amministrava la costruzione, divulgò la notizia: “Un agente di Dylan ci ha telefonato dicendo se avremmo potuto infilarlo in uno dei nostri tour della casa. Roba da non credere. Ha passato un sacco di tempo a guardare gli album fotografici e tutti i ricordi. Incredibilmente nessuno lo ha riconosciuto”. Il portavoce, tuttavia, omise un particolare: mentre Dylan era intento a sfogliare un album fotografico, gli si avvicinò uno degli organizzatori del tour, invitandolo a riporlo dove l’aveva trovato: “Lo metto subito a posto” – rispose Dylan – “Ma consideri che a quel ragazzo la prima canna l’ho passata io”.