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Quella volta che Freddie e Steven litigarono di brutto nel backstage

di Luca Garro

Autunno del 1973. Per i Queen, è un momento molto delicato. Con un disco alle spalle e il secondo pronto per essere pubblicato, ma ancora nessun singolo di successo, la band è sommersa dai dubbi circa il proprio futuro. In particolare è John Deacon a preoccupare maggiormente: da sempre il meno coinvolto nel progetto, John inizia a dare segni di nervosismo, dati proprio dalla mancanza di riscontro commerciale della loro proposta. È in quel momento che Ian Hunter, amico della band e leader dei Mott The Hoople campioni di incassi grazie alla hit All The Young Dudes, decide di proporre a Freddie Mercury e compagni di fare da spalla alla propria band in giro per il Regno Unito.

Hunter sa bene cosa voglia dire essere sul punto di mollare: solo pochi mesi prima, infatti, i Mott non esistevano più, resuscitati clamorosamente dal brano donatogli da un David Bowie incapace di rassegnarsi allo scioglimento di una band che aveva amato alla follia. Abituati ancora a piccole venue, i Queen non ci pensano due volte e si imbarcano così per quello che, a tutti gli effetti, sarebbe stato il primo di una serie di tour trionfali che li avrebbero visti protagonisti nei dodici anni successivi. La serie di concerti in patria si rivela un tale successo da indurre i Mott a rinnovare loro il contratto per le successive date americane, qualcosa che i quattro avevano sognato costantemente nel corso degli ultimi anni. D’altra parte, Beatles, Stones e Led Zeppelin avevano insegnato loro che solo conquistando l’esigente popolo yankee avrebbero potuto puntare alla vetta del mondo. Quei concerti, ancora oggi, vengono ricordati come una delle cose più strabilianti della prima parte degli anni Settanta.

Se la stampa statunitense, tranne qualche eccezione, continua a vedere la Regina come una sorta di copia sbiadita degli stessi Zeppelin, il pubblico rimane sconvolto dalle esibizioni di una band impossibile da imbrigliare in un genere e le cui sonorità, pur presentando evidenti echi dei loro ascolti giovanili, rappresentano una ventata di freschezza che, da li a pochi mesi, verrà confermata dalla follia di un brano come Bohemian Rhapsody. È proprio durante quelle date che alcuni dei musicisti più celebri del decennio successivo fanno il loro primo incontro con la musica dei Queen. Jim Kerr, futuro leader dei Simple Minds, ancora oggi si dice sconvolto da quegli show capaci “di far dimenticare di essere stati lì per Mott The Hoople dopo appena un paio di canzoni”. Più o meno la stessa opinione di Richie Sambora, che avrebbe segnato gran parte degli anni ottanta insieme ai Bon Jovi, così sconvolto dalla potenza del gruppo da vedere tre date consecutive del tour a New York.

Quegli spettacoli portarono Freddie e soci ad incrociare sul proprio cammino un’altra band agli esordi che, proprio come loro, nel giro di pochi anni si sarebbe ritrovata al top delle classifiche statunitensi: gli Aerosmith di Steven Tyler e Joe Perry. Ai tempi, i due non sono ancora considerati gli eredi di Jagger e Richards, ma la loro fama di tossici è già in grado di precederli, così come l’esuberanza di Steven, fermamente convinto di rappresentare il futuro del circo del rock’n’roll.

Il pomeriggio del primo maggio del 1974, i due gruppi si ritrovano così nel backstage della Farm Arena di Harrisburg, per decidere chi dei due avrebbe suonato per ultimo prima dell’headliner. Gli animi si scaldano velocemente. Come da copione, John Deacon e il bassista degli Aerosmith Tom Hamilton, da sempre i meno legati a questioni d’ego, lasciano immediatamente il palazzetto per dedicarsi ad altro. Così come Roger Taylor che, al solito, preferisce andare alla scoperta della popolazione femminile del luogo. Lo scontro, come era facile immaginare, è tutto tra le prime donne delle due formazioni: qualcuno parla di urla, capelli tirati e discutibili insulti mirati alle preferenze sessuali dell’uno e dell’altro.

Quel che è certo è che né Joe Perry né  Brian May assistettero alla sceneggiata da Uomini e Donne: i due, infatti, avevano pensato bene di andare a scolarsi una bottiglia di whiskey nei camerini, per tornare qualche ora dopo completamente sbronzi e quasi incapaci di suonare. «Quando finì la discussione eravamo talmente ubriachi che riuscivamo a malapena a camminare» ricorda May che, anni dopo, avrebbe anche ammesso che quello fu il momento in cui capì che non sarebbe mai più salito su un palco in stato alterato della coscienza. Chi la spuntò? Gli Aerosmith, forti del fatto di giocare in casa e nonostante i Mott The Hoople si fossero schierati dalla parte dei connazionali. Tuttavia Freddie, seppur con qualche ciocca di capelli in meno, aveva capito che il rivale non avrebbe vinto anche la guerra: quella sera, come le precedenti, all’uscita dal concerto, parlavano tutti di lui come del futuro Re del Rock.