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Quella volta che Freddie avrebbe potuto sfidare in moto Rob Halford

di Luca Garro

Il 30 giugno del 1980, usciva The Game, l’ottavo album in studio dei Queen. Per la prima volta, quasi ad inaugurare simbolicamente il netto spacco tra le sonorità del decennio entrante rispetto a quello che l’aveva preceduto, la band di Freddie Mercury decise di tagliare nettamente con il proprio passato, a partire dall’utilizzo marcato di quei sintetizzatori che, fin dagli esordi, sulle proprie copertine si erano sempre vantati di non aver mai utilizzato. Il cambio drastico di sound, che avrebbe visto il proprio apice solo un paio d’anni più tardi, inizialmente colse di sorpresa i fan, abituati fino ad allora ad una band che aveva fatto ricorso solo delle proprie forze, senza l’aiuto di nessun marchingegno elettronico.

Il taglio col passato, tuttavia, non riguardò solo il sound del gruppo: a colpire allo stesso modo fu il nuovo modo di porsi di Freddie, che iniziò a presentarsi al mondo con il look che, oltre a costituirne per l’eternità il tratto iconografico principale, per molti rappresentarono la maggiore dichiarazione circa il suo chiacchierato orientamento sessuale. Lo stesso anno, con qualche mese d’anticipo, grazie a British Steel, i Judas Priest di Rob Halford entrarono definitivamente nell’olimpo della musica inglese, portando alle masse un immaginario fatto di vestiti di pelle e borchie che, da lì in avanti, avrebbe caratterizzato per sempre l’heavy metal e i suoi sudditi.

Quel mondo fatto di fruste e vestiti al limite del bondage si unì poi all’utilizzo massiccio di motociclette, riportando in auge, estremizzandolo, il look con cui il giovane Marlon Brando era diventato un’icona assoluta della vita sempre sul filo del rasoio. Quando Halford si imbatté nel video di Crazy Little Thing Called Love, non riuscì quindi a credere ai propri occhi: vestito di pelle e in sella ad una moto, Mercury sembrava una versione rockabilly del personaggio che lui portava in giro per il mondo da un paio d’anni. La cosa, in primis, lo inorgoglì: aveva sempre considerato Mercury una delle fonti d’ispirazione principali della propria vita e vederlo sfoggiare un abbigliamento così coraggioso in un ambiente ancora fortemente omofobo come quello, gli fece credere di non essere l’unica mosca bianca della musica inglese.

In effetti, pur non nascondendolo mai apertamente, né lui ne Freddie avevano mai fatto dichiarazioni riguardo alla propria sessualità, forse spaventati proprio da un contesto che, per quanto apparisse ideale per esprimere appieno la propria personalità, in realtà lo era solo in superficie. Halford decise poi di spingersi oltre la semplice ammirazione. Poco dopo aver visto per la prima volta il video, Rob si diresse infatti negli studi della BBC Radio 1 e, dai microfoni dell’emittente, decise di sfidare apertamente il collega ad una gara in sella a due Harley Davidson. «Inizialmente avevo pensato ad una gara per dimostrare ironicamente chi dei due fosse più macho» raccontò anni dopo lo stesso Halford. «Alla peggio, avrei incontrato uno dei miei idoli».

Sarebbe stato uno dei più grandi eventi di sempre della TV inglese, ma purtroppo Freddie lasciò cadere la sfida senza nemmeno rispondere alla chiamata di Rob. Mercury, per altro, non sapeva guidare una motocicletta e ammetterlo, forse, avrebbe rappresentato una sfida ancora peggiore per il proprio ego. Il sogno di incontrare il proprio eroe non si realizzò mai, nemmeno al Live Aid, dove i Queen si esibirono sul palco di Wembley, mentre i Judas Priest a Philadelphia. «Un’estate lo incontrai a in un gay bar di Atene, mentre entrambi eravamo sulla via di Mykonos. Era con degli amici e, quando mi vide, accennò un sorriso. Mi convinsi che l’avrei avvicinato una volta giunti sull’isola greca, ma quando arrivai in spiaggia vidi il suo yacht salpare verso altri lidi. Era completamente ricoperto di palloncini rosa. L’ho guardato sparire all’orizzonte. Non l’avrei più rivisto».