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Quella volta che cinque leggende del rock fecero un disco insieme

di Luca Garro

C’erano un cinese, un tedesco, Bob Dylan, George Harrison e Tom Petty. Potrebbe essere la più classica delle barzellette, mentre stiamo parlando di quello che, probabilmente, può essere considerato il più riuscito supergruppo della storia della musica. Esiste un luogo comune, che poi tanto luogo comune non è, secondo cui mettere insieme una serie di super musicisti non possa che portare a prodotti molto inferiori alla somma delle parti. Talvolta, tuttavia, i miracoli avvengono. È il caso di Crosby, Stills, Nash e Young, per esempio, capaci di segnare indelebilmente un’epoca con le loro armonie vocali entrate nella leggenda quanto quelle dei Beach Boys, oppure dei Travelling Wilburys, superband nata per caso un pomeriggio del 1988 nello studio garage californiano di Bob Dylan.

Sua Bobbità non si trovava nel miglior momento della propria carriera, reduce dalle polemiche legate ai dischi della “svolta cristiana”, ma soprattutto vittima di un preoccupante blocco dello scrittore che appariva impossibile da superare. Molti addetti ai lavori iniziavano a considerarlo un semplice reduce di un periodo storico impossibile da riportare in vita, ma non l’amico George Harrison che, un pomeriggio di primavera, lo chiamò per sapere se il suo studio casalingo fosse disponibile per una session che avrebbe dovuto dare vita al lato b del suo nuovo singolo. Nello stesso periodo, Jeff Lynne, deus ex machina della Electric Light Orchestra e produttore proprio dell’ultimo lavoro dell’ex Beatles, si trovava nella Città degli Angeli, intento a ridare lustro a Roy Orbison, eroe degli anni ’50 che stava cercando di rinascere dalle proprie ceneri.

«Troviamoci a casa di Dylan e vediamo cosa viene fuori» suggerì Jeff, che sperava così di coinvolgere nel proprio progetto tre degli artisti più influenti dei tre decenni precedenti. Prima di dirigersi a Malibu, Harrison fece un salto a casa di Tom Petty, che possedeva una chitarra identica alla sua preferita, per capire se fosse disponibile a lasciargliela per un paio di giorni. Petty aveva da poco accompagnato in tour proprio Dylan, quindi si offrì di accompagnare Harrison per poter assistere alle registrazioni del brano insieme ad un po’ di vecchi amici.

Una volta giunti nel garage di Bob, in modo molto naturale, Petty, Orbison e Lynne si misero a leggere la bozza di testo buttata giù da Harrison, aggiungendo versi e iniziando a intonarla all’unisono. La scritta su uno scatolone nello studio fece il resto, dando il titolo al brano. Fu solo a quel punto che Dylan si aggiunse ai cori, arrichendo Handle With Care del suo tipico cantato nasale e apparentemente sgraziato e dando di fatto vita ai Travelling Wilburys. Un pezzo del genere non poteva certo finire in un lato b destinato ai collezionisti e, molto probabilmente, al dimenticatoio: galvanizzati dalla freschezza di un brano che riprendeva palesemente il sound dal rock delle origini, i cinque si misero a scrivere altri brani, una decina, che nel giro di poche settimane sarebbero andati a costituire uno degli album più sorprendenti del decennio.

Travelling Wilburys Vol 1 fu in grado di miscelare perfettamente le anime e le peculiarità di ognuno dei musicisti coinvolti, proprio perché nato dalla semplice voglia di divertirsi e non da una scelta premeditata a tavolino. Tutti gridarono al miracolo: Dylan recuperò la voglia di scrivere, Petty uscì da un momento di stallo che ne stava annebbiando le quotazioni, Orbison tornò sulle copertine di mezzo mondo e Harrison confermò lo strepitoso successo del recente Cloud Nine. A trent’anni esatti dall’uscita e con più della metà dei protagonisti ormai scomparsi, un album da riscoprire con lo stesso entusiasmo di allora.