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Quella volta che Bob Dylan morì (per la seconda volta) all’Isola di Wight

di Luca Garro

Forse in molti non lo sanno, ma Bob Dylan morì all’Isola di Wight il 31 agosto del 1969. Forse ancora meno persone, poi, sono a conoscenza del fatto che quella non fosse nemmeno la prima volta in cui l’autore di Like A Rolling Stone perdeva la vita. No, non si tratta di una storia assurda come quella di Paul McCartney, per molti fanatici ancora oggi morto e sostituito da un geniale sosia (la leggenda citata con l’acronimo PID, Paul Is Dead) ma comunque di qualcosa che vale la pena raccontare.

Dopo essere stato il faro per chiunque avesse iniziato a fare musica dai primi anni Sessanta in avanti, Dylan era andato incontro ad una crisi, molto più umana che artistica, che aveva trovato l’apice con l’incidente in moto avvenuto il 29 luglio del 1966, mentre era in sella alla sua Triumph nei dintorni di Woodstock. Un episodio misterioso, di cui vennero cambiate per anni dinamiche e postumi e che, a molti, sembrò in realtà un modo astuto per sfuggire a tutte quelle pressioni che lo stavano conducendo verso l’esaurimento nervoso, ma sopratutto che gli stavano facendo meditare il ritiro dalle scene.

Per tre anni Dylan aveva vissuto da recluso, senza più esibirsi dal vivo e sparendo completamente dalla circolazione. Fu in quel momento che molti fan si convinsero che Bob fosse morto senza che la notizia venisse resa pubblica. Quasi si trattasse di un capo di stato o di un Papa, la cui morte avrebbe potuto destabilizzare migliaia di persone. Alla strampalata tesi non credettero gli organizzatori del festival che si teneva sull’isola resa celebre in Italia da una canzone dei Dik Dik, che decisero di invitare il padre di tutti i songwriter per la seconda edizione dell’evento.

I fratelli Foulk (Ron, Ray e Bill) sapevano che per la definitiva affermazione della loro creatura – che aveva visto la luce l’anno precedente – serviva il top. E nel 1969 il top erano Elvis, i Beatles e Bob Dylan. Ma quella era l’estate dell’amore, quella che avrebbe consacrato Woodstock capitale mondiale del rock. Dylan, che abitava a pochi passi dalla distesa in cui si sarebbe svolto il festival, fu chiaramente il primo nome a venire in mente agli organizzatori, il cui intento era quello di radunare il più alto numero di star mai viste sullo stesso palco.

Tutto sembrava volgere verso l’unica soluzione possibile, ma Michael Lang e gli altri organizzatori dei tre giorni di pace, amore e musica avevano sottovalutato l’aspetto principali della questione: Dylan non avrebbe mai fatto qualcosa solo perché tutti si aspettavano che la facesse. Bob rispose infatti alla chiamata dalla terra di Albione, fregandosene altamente dell’estate dell’amore, dei figli dei fiori e di ideali che, se anche fossero mai stati suoi, di certo non lo erano più da tempo. Si sarebbe esibito all’Isola di Wight. La notizia scatenò un putiferio in Inghilterra: chiunque voleva essere presente al ritorno dal vivo del più grande cantautore americano.

Di fronte ad un pubblico stimato di più di duecentomila persone e a gente come Syd Barrett, i Beatles, Keith Richards ed Elton John, Dylan arrivò sul palco con The Band, che era tornato ad accompagnarlo, con quasi due ore di ritardo, vestito come Hank Williams e stremato dalle domande idiote dei tabloid, cui serviva un aneddoto sulla sua vita coniugale per vendere qualche copia in più. L’esibizione durò un’ora scarsa (e scazzata): il pubblico lo fissò con la tipica enfasi di chi si trova in stato alterato della coscienza, ma la critica lo fece a pezzi.

L’evento che il noto giornalista inglese John Harris aveva annunciato come “il concerto del decennio” fu una mezza delusione. Come se non bastasse, la mattina successiva, sulla spiaggia dell’isola, i reduci del raduno si trovarono di fronte a qualcosa di spiazzante: una lapide casereccia, sormontata da una croce, indicava il luogo di sepoltura di Bob Dylan. La sua terza vita da performer sarebbe ricominciata solo nel 1974.

Foto di William Lovelace