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Quella volta che Bob Dylan incontrò il Demonio

di Luca Garro

Da più di cinquant’anni, la poetica e l’arte di Bob Dylan sono al centro di un dibattito uscito molto presto dall’ambito esclusivamente musicale, per entrare di diritto in quello filosofico. I suoi testi sono da sempre così ricchi di simboli, allegorie e citazioni di testi sacri, che inevitabilmente le sue canzoni hanno finito per influenzare in modo indelebile ogni aspetto della cultura del Novecent0, di cui resterà per sempre uno dei massimi esponenti, al pari di colossi come Picasso, Hemingway o Elvis Presley.

Dylan ha sempre fatto discutere: ancora oggi, qualcuno lo ritiene il cantautore e, forse, il più grande poeta vivente, un punto di riferimento costante e continuo per chiunque abbia un minimo di spirito critico, mentre per altri continua a restare un cialtrone incapace di cantare, incoerente come pochi. Anche l’arte provocatoria di Bob, un’altra delle sue peculiarità assolute, non è mai venuta meno nel tempo: nel corso della sua carriera, infatti, l’autore di Forever Young non ha mai perso occasione per rilasciare dichiarazioni controverse o per mettere in piazza i celeberrimi cambi repentini di opinione circa lo stesso argomento, tanto da diventare di diritto uno dei maggiori simboli di libertà del pensiero moderno.

Dylan, insomma, è stato tutto e il suo contrario, appoggiando cause prima ripudiate con veemenza, passando da paladino del folk di protesta all’ermetismo più ottuso, dai riti ebraici ai cristiani rinati e via discorrendo, per giungere persino alla provocazione definitiva del mancato ritiro del Premio Nobel. Tuttavia, la sua biografia continua a presentare diversi buchi neri: che fine fece dopo il celebre incidente in moto del 1966, da cui fece ritorno completamente cambiato? E poi, quell’incidente mai provato avvenne realmente o fu un modo per sfuggire al proprio mito, ormai diventato impossibile da gestire? Alcuni, poi, sostengono che in origine Bob non possedesse nessuna delle qualità che lo avrebbero reso celebre nei decenni a venire, ma che le avesse acquisite dopo essere sparito nel nulla per un paio di mesi. Nessuno sapeva dove fosse finito, nemmeno i suoi amici e i collaboratori più stretti.

Il 4 dicembre del 2004, nel corso di un’intervista alla CBS, lo stesso Dylan volle spiegare cosa fosse successo in quel lasso di tempo: «Ho fatto una specie di patto di ferro con lui…sai, un sacco di tempo fa» rispose alla domanda sul perché continuasse ad andare in tour senza sosta. «Sto solo cercando di ritardare la fine». Facile immaginare con chi avesse fatto il patto: «Col comandante in capo. Su questa terra e nel mondo che non possiamo vedere. Me andai da Minneapolis per un po’, fu allora che arrivai a un bivio e feci un patto col diavolo. Fu così. Bastò una sera, poi tornai a casa e la gente si chiedeva: dov’è stato? Sara stato al crocevia? Il crocevia, chiaramente, ero lo stesso crossroad della leggenda di Robert Johnson, proprio uno dei musicisti cui Dylan aveva sempre guardato con venerazione.

In pochi presero sul serio la battuta, forse perché pronunciata da un Dylan impastato e poco lucido. L’anno seguente, tuttavia, Bob rincarò la dose di fronte alle telecamere di Martin Scorsese, questa volta con un sorriso a metà tra il beffardo e il mefistofelico e accompagnato da diverse testimonianze, tra cui quella dell’amico musicista e scrittore Tony Glover: «Dylan suonò ad una festa ed era completamente diverso. Si sentono storie su cantanti blues che arrivano a un bivio e vendono la loro anima al diavolo. Quando tornano sono capaci di suonare come Robert Johnson e altri grandi miti. Sembrava che a lui fosse successa la stessa cosa. Quando lasciò Minneapolis era un artista nella media. C’erano almeno altri cinque o sei artisti come lui. Quando è tornato suonava Woody Guthrie, Van Ronk, faceva il fingerpicking e suonava l’armonica a bocca diatonica. E tutto in un paio di mesi».

La sensazione che si sia trattata di una delle classiche prese per il culo mondiali di Dylan rimane l’ipotesi più accreditata, anche se il testo di Gotta Serve Sombody, presente in Slow Train Coming, il primo lavoro figlio di quella conversione capace di spiazzare gran parte dei suoi sostenitori, recitava ambiguamente: «You’re gonna have to serve somebody/ Well, it may be the Devil or it may be the Lord/ But you’re gonna have to serve somebody».