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Quando il messia fece un passo indietro

di Luca Garro

«Questo è il genere di canzoni che mi sono sempre sentito di scrivere quando sono stato solo. Riflettono molto di più la mia intimità che le altre canzoni del passato… Il più piccolo verso di questo nuovo disco significa di più per me che molte delle canzoni dei miei dischi precedenti messe assieme». Con queste parole roboanti ma, secondo molti, dettate da semplici obblighi commerciali, il 9 aprile del 1969 Bob Dylan presentava Nashville Skyline alla stampa e a tutti i milioni di fan che attendevano il seguito di John Wesley Harding.

Sempre meno intenzionato a ricoprire quel ruolo di portavoce di una generazione che gli era stato forzatamente affibbiato nel corso della prima metà del decennio, Dylan si ripresentò con un album in grado di scontentare tutti, persino coloro che avevano apprezzato i suoi mutamenti costanti e che gli avevano perdonato gli arrangiamenti asciutti e l’immaginario biblico che avevano permeato l’ultimo lavoro del 1967. Era come se Dylan stesse dicendo ai propri ascoltatori: «Mi avete insultato per la svolta elettrica? Bene, ora prendetevi il country». L’anno precedente, Robert Kennedy e Martin Luther King erano stati assassinati e in molti avevano sperato che Dylan, che era riuscito a descrivere e a rispecchiare come nessun altro l’inquietudine sociale e politica della prima metà degli anni sessanta, si facesse carico anche delle proteste che da Chicago a Londra stavano scuotendo il pianeta.

Incurante di tutto ciò, Bob riuscì invece nell’impresa di perdere credibilità all’interno del movimento del “Peace & Love” nello stesso modo in cui, qualche anno prima, si era inimicato tutta la comunità folk che l’aveva innalzato a salvatore del mondo. Non che Dylan non avesse mai registrato dei brani a Nashville: però, mai come quella volta, il risultato delle session si era avvicinato a tal punto alle radici del country, un genere che la controcultura di allora non solo considerava superato, ma assolutamente reazionario. Un gesto – visto con gli occhi di oggi – assolutamente punk, che ribadiva al mondo quanto l’autore di Blowin’ In The Wind se ne fregasse di tutto e di tutti.

Oggi, dopo averlo sentito cantare di Cristiani Rinati, dopo averlo visto fare pubblicità a Victoria’s Secret e dopo aver fatto lo snob con il Premio Nobel, la cosa potrebbe lasciarci indifferenti. Ma allora, per una comunità che si apprestava ad (auto)celebrarsi nei tre giorni di Woodstock, quel disco non poteva che essere in qualche modo rigettato. In realtà, quei ventisette minuti di musica oggi non appaiono più come una vergogna, anzi. Certo, sentirgli dire “l’amore è tutto quello che c’è, è lui che fa girare il mondo” (I Threw It All Away), qualche brivido sinistro è ancora capace di metterlo: ma se pensiamo a chi l’ha adottata, gente come George Harrison che la incise durante le sessioni di Let It Be, o anni dopo Chris Cornell che la suonava nelle sue ultime scalette soliste, anche questa caduta di stile si redime.

Se parliamo della collaborazione con Johnny Cash, poi, ai tempi vissuta come definitivo passaggio di Zimmerman al lato oscuro, oggi ci sembra più un’occasione mancata che un tradimento. Se a noi è giunto solo il duetto su Girl From The North Country, brano già inciso anni prima da Dylan, nei giorni delle registrazioni di Nashville Skyline i due si diedero molto da fare per riuscire a creare qualcosa che non sfigurasse nelle rispettive discografie, finendo però per scartare tutte le canzoni portate a termine. Peccato, perché a detta del produttore Bob Johnson i due amici e colleghi stesero la bellezza di diciotto canzoni, arrivando persino a pensare di incidere un album in coppia: questo ipotetico disco, come il 90% delle demo circolate tra i fan solo attraverso qualche bootleg, continua a giacere da qualche parte in Tennessee, vicino alla residenza di Jack White.

Di certo, nessuno aveva mai sentito cantare his Bobness di felicità domestica, e peraltro con un morbido sussurro appena riconoscibile come quello che, a ogni modo, rese immortali brani come Lay, Lady, Lay o la tenerissima Tonight I’ll Be Staying Here With You. Probabilmente il mondo non era ancora pronto per pensare a Dylan solo come a un “semplice” artista e non come alla figura messianica in cui era stato trasformato dal pubblico e dalla stampa. A differenza di molti suoi album, Nashville Skyline viene ancora visto come un corpo estraneo all’interno della sua discografia, nonostante negli anni a venire Dylan sarebbe riuscito a fare molto di peggio. La sensazione che quella manciata di canzoni rappresentassero una sorta di rifiuto della propria figura e non un atto del tutto spontaneo, venne confermata anni dopo da Bob Dylan in persona. Le sue parole, confrontate con quelle di 50 anni fa, risultano molto meno calorose: «Cercavo di afferrare qualcosa che mi avrebbe condotto dove pensavo avrei dovuto essere, ma non andava da nessuna parte. Andava solo giù, giù, giù. Non potevo essere altro che me stesso, ma a quel punto non lo sapevo o, forse, non volevo saperlo».

Al di là delle polemiche e dei ripensamenti, una cosa è certa: Nashville Skyline contribuì a portare il country alle masse, soprattutto a quelle che fino ad allora si erano cibate solo di musica rock, a chi non avrebbe prestato attenzione a ciò che pareva solo un genere tradizionale e regionale. Una scelta dall’impatto formidabile, perché di fatto aprì la strada a un nuovo genere, un ibrido vicino al country ma mai davvero tale, che avrebbe visto negli Eagles i più fortunati e popolari esponenti negli anni Settanta. Così, dopo aver dato attivamente l’impronta al decennio che stava terminando, Dylan, tirandosi indietro a suo modo, stava segnando ugualmente il decennio alle porte.