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Perché i cantautori di oggi sono ossessionati da Vasco Rossi

di Luca Garro

C’è stato un tempo in cui dire di essersi ispirati a Vasco sembrava la cosa più scontata al mondo. Qualsiasi artista italiano esploso nella prima metà degli anni Novanta si era sentito in dovere di omaggiare, più o meno esplicitamente, la figura di rottura per eccellenza del nostro panorama musicale, dopo la messe di cantautori che avevano segnato gli anni Settanta. Dai Negrita a Biagio Antonacci, passando per Gianluca Grignani e perfino Laura Pausini (per citare i più noti) non solo si consideravano discepoli, ma si sentivano in dovere di dichiararlo pubblicamente. Poi, improvvisamente, le cose cambiarono. A un certo punto, dire di essere cresciuti con la sua musica divenne quasi un’onta: non era più di moda dire di aver ascoltato e venerato Vasco Rossi.

Non per tutti, s’intende: se, anno dopo anno, il Blasco aumentava in modo esponenziale il numero di proseliti disposti a girare l’Italia per vederlo dal vivo, allo stesso tempo i nuovi eroi della scena musicale indipendente italiana smisero di citarlo. Anzi, dire di apprezzare Vasco diventò una vera e propria macchia sul proprio curriculum, qualcosa da evitare come la peste. Pena l’accusa di tradimento dei valori indie, in favore di una superstar milionaria capace solo di ripetere lo stesso stilema all’infinito. Se per un attimo ci ricordiamo qual era il contesto culturale pop dell’inizio del nuovo millennio, e quindi se pensiamo a “cosa rappresentava” Vasco in quel periodo, non si può negare che qualche ragione ci fosse, ma la cosa era arrivata a un parossismo ridicolo. Inevitabilmente, anche il pubblico si schierò di conseguenza: «Ma come fai ad ascoltare Vasco? – mi veniva chiesto di continuo – Se voglio sentire qualcuno di vero vado al MI AMI, non perdo certo tempo con uno che sa dire solo eeeh e oooh». Eppure, più mi capitava di imbattermi in nuovi cantautori (o pseudo tali), più mi rendevo conto che le cose non fossero poi molto diverse da un tempo. Insomma: l’atteggiamento trasandato, i testi scritti apparentemente con lo stomaco e molte delle tematiche affrontate erano sostanzialmente quelle del primo Vasco.

Poi, di colpo, qualcuno iniziò a non farcela più. Cristian Bugatti, per esempio: «Io non avevo idea di chi fosse Vasco Rossi. Ero fuori dal mondo – raccontò nel corso di uno speciale sull’album Bollicine – Vivevo in campagna e ascoltavo musica da discoteca. Poi un giorno un mio grande amico mi portò con sé a San Siro a vederlo e la mia vita cambiò. Da quel momento in avanti cominciai a studiarlo come a scuola, scoprendo di condividere ogni cosa scrivesse. Quando iniziai a esibirmi, quello di Vasco fu il primo a nome usato per descrivere la mia proposta». In effetti, fu chiaro fin da principio che Cristian Bugatti avesse interiorizzato pienamente la lezione dell’autore di Vita Spericolata. E non tanto per il fatto di eseguire spesso dal vivo brani del suo canzoniere (o arrivare a reinciderli, come nel progetto Rockbugo del 2018), ma piuttosto per la capacità di esprimere le proprie emozioni senza filtri e senza paura del giudizio altrui. Un cantautore outsider, nel bene e nel male, proprio come il suo maestro.

Grazie anche al “coming out” di un personaggio rispettato in ambito indie come Bugo, negli anni successivi le dimostrazioni di stima cominciarono timidamente a farsi strada all’interno del movimento. Un percorso sotterraneo, che assomigliava in qualche modo a quello che Vasco si era trovato a vivere agli esordi. Al punto che – si potrebbe dire con un’esagerazione – con i primi cinque dischi di Vasco potresti farci il novanta per cento del nuovo cantautorato italiano. Ecco, mentre i suoi album vendevano milioni di copie e i suoi record iniziavano a non far più notizia, per una frangia di artisti e di pubblico dire di amare Vasco era tornato a essere normale. E giunti al trentennale di Bollicine, nel 2013, buona parte della critica indie uscì allo scoperto.

Ma lo sdoganamento definitivo giunse il 27 maggio 2016, quando Tommaso Paradiso – convinto dall’organizzatore del MI AMI – decise di suonare per intero Bollicine (con l’aggiunta di Va bene, va bene così) durante il set dei Thegiornalisti. Ma perché Vasco e perché Bollicine? «Perché Vasco è Dio – scrisse in un articolo l’artista romano – Poi perché è forse l’artista più odiato dal pubblico indie e non se ne capisce il cazzo di motivo. Poi perché ha scritto Vita Spericolata, che è la canzone più importante della musica italiana. Perché usa le canzoni per spararci in faccia la sua vita. Perché vestiva da Dio e perché più lo ascolto e più capisco che me ne devo distaccare ed essere il più contemporaneo possibile».

E proprio Paradiso rappresenta l’esempio di vaschismo di ritorno più eclatante di tutti: dallo scrivere per immagini quasi cinematografiche, alle scelte di marketing, passando per le strutture compositive tanto della prima che dell’ultima fase della sua carriera, tutto dimostra chiaramente come l’artista romano abbia cercato di ricalcare le orme del proprio mentore. Insomma, se il modello Vasco è sociologicamente non replicabile, guardare a lui come limite da raggiungere sembra essere tornato prepotentemente di moda.

Negli ultimi due anni, infatti, in pochi sono sfuggiti alla tentazione di nominare Vasco come artista di riferimento assoluto. Lo ha fatto Ultimo, e anche grazie a questa impronta ha compiuto una straordinaria conquista degli stadi e che con la cover di Albachiara ha fatto il giro di tutti i palasport d’Italia. Ma è capitato anche ad artisti che, almeno musicalmente, sembravano appartenere a mondi radicalmente opposti dal suo. Prendete ad esempio le dichiarazioni d’amore di Coez, che ha inserito Incredibile romantica nel disco del 2016 From The Rooftop (progetto che non a caso ne ha rappresentato una svolta artistica) e che nel 2019 con Domenica ha praticamente rivisitato T’immagini. O ancora, considerate le gesta sanremesi di Achille Lauro, e la svolta rock del suo album 1969. Vero, in assenza di una genealogia locale il rap italiano ha spesso evocato l’immagine di Vasco, ma qui stiamo parlando di due figure di spicco del genere che ne abbracciano dichiaratamente il messaggio, la poetica, le parole e i suoni.

Chiaramente, siamo di fronte a un’onda lunga, un moto alterno e perpetuo che sulle prime sembrava potersi propagare solo agli artisti con sonorità ben definite, per così dire vicine a quelle di Vasco, ma col tempo ha finito per investire tutto e tutti. Perfino questo alternarsi di estrema popolarità ed estremo disprezzo è il segno di qualcosa di particolare: che lo si imiti e veneri, o che lo si ritenga sopravvalutato e ridicolo, comunque devi farci i conti, non lo potrai mai ignorare. Proprio come un vero classico. Questo perché per il nostro Paese Vasco ha rappresentato cinque decenni di musica popolare condensati in un’unica discografia, in un’unica esperienza emotiva: per noi, che il rock non lo abbiamo mai avuto sul serio, è stato Jim Morrison, Mick Jagger e Johnny Rotten. È degno di essere accostato a cantautori come De André e De Gregori, ma allo stesso tempo è riuscito a portare avanti lo spirito dissacratorio di Rino Gaetano. Ci ha fatto capire che certe sonorità non dovevano rimanere di competenza di inglesi e americani. Ci ha fatto capire che poteva esistere un rock italiano. Partendo dalla campagna e dalle discoteche come Bugo. La verità, è che esiste un Vasco Rossi per ognuno di noi.

Foto di Andrea Mete