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Il mega pagellone dell’estate 2018

di Federico Pucci

Tra giugno e settembre, l’attenzione per la musica fa uno strano giro: chi non è entrato in un club per mesi, affolla grandi spazi aperti, e quasi sembra che, come capita in molti uffici, i lavori della discografia si interrompano. Eppure, tra catastrofi e momenti illuminanti, anche quest’estate non abbiamo smesso di emozionarci, discutere e pensare. Quella che segue è la pagella di tutte le “cose di musica” che hanno catturato la nostra attenzione, nel bene e nel male.

Firenze Rocks. Voto: 8
Mentre molte tenaci e intelligenti realtà, dal Siren all’inossidabile Ypsigrock, continuano un lavoro mirabile, anche la scena dei grandi festival italiani sembra migliorata. Merito soprattutto di Firenze Rocks, all’Ippodromo del Visarno (14-17 giugno), a partire dalla line-up solida e coerente di stelle, dai Foo Fighters ai Guns ‘N Roses, ma ben differenziata. Certo, l’etichetta “rocks” può essere un problema, specie quando la parte più ostinata dei fan (voto: 3) si ribella agli annunci dell’edizione 2019. The Cure? Troppo poco “rock”. Ed Sheeran? Non parliamone. Eppure, finalmente si fa quello che è mancato per anni: costruire giornate e non solo “eventi”, e farlo con largo anticipo, secondo logiche – scusate il termine – internazionali.

La serata difficile dei Pearl Jam. Voto: 7,5
Ospiti d’onore degli I-Days in Area Expo a Milano (21-24/6), i Pearl Jam hanno dato tutto con un Eddie Vedder a mezzo servizio. Un concerto che, grazie all’ingegno della band, ha permesso di ascoltare rarità, ma che ha anche sottolineato alcune vulnerabilità. Il rock invecchia, insieme con noi: dovremo inventarci qualcosa.

La “maleducazione” di Lauryn Hill. Voto: 4
Il 25 agosto si è festeggiato il ventennale di un capolavoro precursore come The Miseducation Of Lauryn Hill. Una festa rovinata dalle accuse di Robert Glasper, leggenda delle tastiere jazz e R&B che ha lavorato dal vivo con Ms. Hill: nel suo unico LP la cantante – dice – avrebbe rubato idee ai suoi musicisti, appropriandosi di crediti di composizione. Parole pesanti di fronte alle quali una buona fetta dell’ambiente (si veda Questlove dei Roots) non si è sentita di controbattere.

I Low continuano a crescere. Voto: 10
Dopo 25 anni di carriera, peraltro ineccepibile, il 14 settembre i Low hanno pubblicato Double Negative, un disco feroce, emotivo, strabiliante. Non solo, il trio di Duluth, Minnesota prende le spettrali melodie di una vita e le spezza per raccontare l’epoca in cui “non ci si può più fidare della comunicazione”. Un disco dell’anno.

La prima volta di Eminem e Gorillaz. Voti: 6,5 e 9
Due giganti della musica, per la prima volta in Italia dopo 20 anni. Un’attesa ricompensata a Lucca (12/7) da Damon Albarn e i suoi, in uno show carico e vivace. Epocale, ma molto meno generoso il concerto di Marshall Mathers davanti agli 80mila di Area Expo (7/7), poco più di un compitino.

La prima volta di Cesare Cremonini negli Stadi. Voto: 8,5
Non è tanto il fatto di aver riempito il Dall’Ara, San Siro e l’Olimpico. È come ci è riuscito. Partenza folgorante, poi – per scelta – freno tirato e ripartenza, con una lenta ma inesorabile progressione verso il traguardo. (Quasi) 20 anni di talento e sudore, come nelle storie belle. Conta il viaggio, più che la meta. Che comunque è molto bella.

Lo stato dell’indie italiano, o come si chiama. Voto: 7
In tre lustri, non è mai capitato di vedere pieno come quest’anno il festival indie Mi Ami (25-26/5) alle porte di Milano. L’energia di Cosmo, l’improvvisata di Calcutta, i cori per i Coma Cose hanno anticipato un’estate di pienoni e buoni posizionamenti in classifica per le “nuove” leve. Eppure l’estate ha visto anche uscire un pezzo tutt’altro che esaltante di Gazzelle, peraltro atteso nei palasport: dopo la febbre it-pop, c’è il rischio di un brutto raffreddore autunnale.

Aretha Franklin. Voto: 10 alla carriera
La regina del soul ci ha lasciato il 16 agosto, e per salutarla critici musicali e scrittori hanno versato splendide lacrime d’inchiostro. Poi, una sera, Giusy Ferreri ha preso in mano un foglio con il testo di Think e, nonostante le buone intenzioni, ha mostrato tutt’altro che Respect (voto: 2). Tanto per farci sentire ancora di più la sua mancanza.

Il primo numero 1 americano di Paul McCartney da 36 anni. Voto: 8
Egypt Station è un gran ritorno per Macca, che ha meritatamente debuttato al primo posto della Billboard 200 dal 1982 a oggi. Già Flaming Pie, nel 1997, ci si era avvicinato, ma l’immeritata distrazione di molti per Chaos And Creation In The Backyard del 2005 rende ancora più giusto questo risultato, nel mercato che di fatto certifica il successo di un’opera ma che a volte premia emerite schifezze (voto al mercato: 5).

Tormentoni dell’estate. Voto: 3
Non è l’essenza profonda del tormentone come via di fuga a lasciare l’amaro in bocca. Piuttosto, la scarsa originalità dei riferimenti: dopo tre anni di reggaeton, ci viene chiesto di dimenticare le preoccupazioni sugli stessi beat. Si stava meglio quando si stava Get Lucky.

Il mistero di Battisti su Spotify. Voto: 5
Il 16 settembre Lucio Battisti compare in streaming: la compilation che ospita le sue canzoni è di bassa qualità, si comprende subito la mezza truffa. L’etichetta smentisce, minaccia e alla fine scompare tutto. Continuano a perderci quegli ascoltatori under-30 che di Battisti ascoltano gli emuli, ma non hanno occasione di trovare l’originale nei canali che frequentano.

Grandi cantautrici fanno grande musica. Voto: 8,5
Nel 2018 non si dovrebbe più ribadire che la musica non è solo affare da maschi. Per i più distratti lo hanno rimarcato tre momenti: uno show memorabile di St. Vincent al Circolo Magnolia di Segrate (27/6), concettuale eppure viscerale; le due eccellenti uscite estive della nippoamericana Mitski (Be The Cowboy) e dell’italiana Adele Nigro, aka Any Other (Two, Geography), due visioni diverse di un rock alternativo che osa senza perdere immediatezza.

Foto di Sergione Infuso