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L’occasione mancata

di Luca Garro

Uno degli aspetti più controversi (e invecchiati peggio) della vita artistica di Freddie Mercury riguarda senza ombra di dubbio la sua prima prova solista. Enfatizzato non poco all’interno del biopic Bohemian Rhapsody, il momento in cui Freddie annunciò ai compagni di voler ballare un po’ da solo aveva in realtà radici più profonde. I primi malumori erano iniziati durante le sessioni di Hot Space, il primo album da studio dei Queen a non essere stato apprezzato all’unanimità dallo zoccolo duro dei fan delle Regina. La vita dissoluta e senza regole che si era ritrovato a vivere a Monaco e nei suoi club aveva finito per allontanarlo non poco dai compagni, oltre ad influenzarne radicalmente la visione musicale, mai come allora vicina a sonorità così differenti da quelle che avevano caratterizzato i primi dieci anni di carriera della sua band.

La convinzione di poter dare alla luce qualcosa che non dovesse per forza comprendere i suoi compagni d’avventura cominciò così ad insinuarsi in modo sempre più prepotente nella sua testa. Gli anni in Germania avevano lasciato strascichi molto pesanti sul gruppo, dividendo di fatto i componenti molto di più di quello che avevano lasciato intuire all’esterno. Nell’aprile del 1981, Roger Taylor era stato il primo componente della band ad esordire senza i compagni e il fatto che anche Brian May, alla fine dell’83, avesse pubblicato un Ep a proprio nome, convinse Freddie che l’unica via da seguire fosse quella di mettersi sul loro stesso piano. Superandoli, naturalmente. «Penso che ogni artista che faccia parte di un gruppo voglia affrontare un progetto solista, un giorno o l’altro» dichiarò ai tempi Mercury. «Credo sia nel metabolismo di chiunque. Ho sempre desiderato realizzarne uno, ma penso che la gente fosse convinta che lo avrei fatto nei primi cinque anni di carriera e poi avrei sciolto la band». Il cantante non riusciva a togliersi dalla testa il fatto che Another One Bites The Dust, ai tempi il primo singolo ad uscire un po’ dallo stile Queen grazie alla sua veste black, era stato il più grande successo commerciale del gruppo.

Nonostante nel corso del 1983 i Queen non avessero programmato alcun concerto, le registrazioni di The Works rallentarono un po’ tutto il processo compositivo del materiale solista di Freddie, che in pratica si concluse quasi due anni dopo aver messo mano alle prime tracce. A conti fatti, dunque, più che una difficoltà reale nell’approcciarsi a nuova musica che non coinvolgesse i suoi compagni, il processo creativo che portò alla nascita di Mr. Bad Guy si protrasse così a lungo a causa dei troppi impegni concomitanti. «Era un’occasione per fare certe cose che volevo senza gli altri intorno, una boccata d’ossigeno, ma non uno scioglimento dei Queen. C’è stato un periodo in cui giravamo continuamente in tour, periodi lunghi tre o quattro mesi e alla fine era davvero terribile: volevo abbandonare le scene. Poi, invece di staccare, tornavamo in studio per un tran tran che ripartiva da zero. Io ne avevo fin sopra i capelli e anche gli altri e sentivo il bisogno di allontanarmi per fare delle altre cose».

Anche se sarebbe stato molto più semplice chiedere aiuto alla Emi, la storica casa discografica dei Queen, Freddie riuscì a strappare un contratto faraonico alla CBS, in modo che il suo progetto solista e le nuove uscite della band non avessero nessun tipo di contatto. Le cose si fecero serie nella seconda metà del 1983, quando un team composto da Mack, ormai il produttore di fiducia dei Queen, un gruppo di session man tedeschi e Fred Mandel, già in tour con la band inglese per promuovere Hot Space, si unì a Mercury nei Musicland Studios di Monaco. «Quando realizzi un album solista, devi rendere conto solo a te stesso e io trovo che, quando è così, per me è più facile. Prendo tutte le decisioni e, per quanto certe volte sia più difficile, le cose mi vengono meglio» ammise in quel periodo. «Avevo un sacco di idee pronte ad esplodere e c’erano tantissimi territori musicali che volevo esplorare come non ero riuscito a fare con i Queen. Volevo riprendere certe cose come i ritmi reggae e in un paio di pezzi ho usato anche un’orchestra».

Il fatto di non dover rendere conto a nessuno e di non avere altri musicisti del suo livello con cui confrontarsi, da una parte fu un bene perché gli permise di osare cose che, molto probabilmente, con i Queen avrebbero visto la luce in un’altra forma; dall’altra, tuttavia, impedì ad alcune canzoni di diventare dei classici del rock: ascoltando l’album a molti anni di distanza, infatti, la sensazione è proprio che alcune canzoni avrebbero avuto un impatto molto diverso senza l’utilizzo di una batteria elettronica o con un tipico assolo di Brian May. Ascoltare oggi Mr Bad Guy significa soprattutto immergersi in un periodo storico ben preciso, fatto di brani disco-pop molto plasticosi che risentono enormemente del passaggio del tempo. Alcune cose che probabilmente allora sembrarono al passo coi tempi, oggi fanno quasi ridere, soprattutto dal punto di vista puramente musicale, ma non esclusivamente. Nonostante Mack con i Queen avesse fatto anche cose degne, qui funzionò poco o, nella maggior parte dei casi, non funzionò proprio. Segno evidente che, se era vero che i Queen senza Mercury non avessero futuro, anche le certezze di Freddie senza di loro finivano per frantumarsi.

Il disco, inevitabilmente, partì molto bene in classifica, ma ne uscì prestissimo, a testimonianza del fatto che anche i die hard fan dei Queen non avessero apprezzato la virata del loro beniamino. E dire che i testi erano tutto fuorché frivoli e, molto spesso, slegati dalle sonorità danzerecce di cui la maggior parte dell’album abbondava: alcuni di essi, infatti, restano tra i più intimi mai scritti da Freddie. Peccato, perché il recupero di alcune tracce fatto nel corso degli anni, soprattutto quelle che finirono su Made In Heaven nel 1995, ma anche la stessa title track, dimostrano ancora che le session di Mr Bad Guy furono senza dubbio un enorme occasione mancata.