Cover image

Obiettivo raggiunto

di Luca Garro

And the Golden Globe goes to…Bohemian Rhapsody. Ebbene sì, alla fine, la serata che assegnava i premi che anticipano gli Oscar e che, in qualche modo, ne candidano i vincitori, ha visto trionfare il chiacchieratissimo biopic sulla vita di Freddie Mercury (Miglior film drammatico e Rami Malek migliore attore protagonista) e sull’epopea dei Queen. Una premiazione che porta in sé qualcosa di storico, oltre che la conferma che qualsiasi cosa marchiata Queen sia ancora sinonimo di successo senza precedenti. Parlare di vero e proprio trionfo, per altro, non appare un’esagerazione frutto dell’amore nei confronti della band inglese: candidata in due categorie, miglior film e miglior attore di un film drammatico, la pellicola ha centrato entrambi gli obiettivi, dimostrando prima di tutto che, talvolta, la passione del pubblico, o della massa, come spesso viene definita in modo dispregiativo, possa coincidere con il giudizio della critica.

La vittoria dei Globe, soprattutto, dà una risposta definitiva alla domanda che da mesi gli addetti ai lavori di ogni parte del mondo si stanno facendo: Bohemian Rhapsody è riuscito ad arrivare al cuore della gente, anche di coloro che magari in casa hanno solo un paio di Greatest Hits dei Queen? Assolutamente sì, in barba a tutta quella frangia di fan che criticano il film da almeno due anni, da prima ancora che venissero mostrate le prime immagini ufficiali. Ecco, se c’è una cosa che davvero viene fuori da questo mese e mezzo di proiezioni mondiali è proprio il fatto che il film può avere imprecisioni, può presentare cose che a tutti quelli che “io ascolto i Queen da quando avevo tre anni” non piaceranno, ma ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissato: far tornare i Queen sulla bocca di tutti, compresi i cosiddetti millennials, che sembravano quasi degli automi senza cervello capaci di approcciarsi solo alla trap.

È evidente che cronologicamente e, in qualche caso filosoficamente, il film pecchi, ma pensate alla pellicola sui Doors di Oliver Stone: regista che metteva d’accordo tutti, band intoccabile per pubblico e critica (cosa che per i Queen non è mai avvenuta) e, almeno sulla carta, membri restanti invitati a dire la loro sullo script. Eppure? The Doors, seppur rivalutato, oggi fa parte di quella serie di film di culto per pochi affezionati che vogliono rivivere il momento in cui uscì, piuttosto che le vicende narrate nel film. Chi parlò di errori in una pellicola di Stone, poi, farebbe meglio a chiudersi in camera e a dare una ripassata alla filmografia di uno dei più grandi registi di ogni tempo. Il cinema, prima di tutto, è immaginazione, è trasposizone della visione di chi sta dietro alla cinepresa. È irrilevante cosa pensino i cosiddetti fan della prima ora, che avranno anche la versione coreana di Fat Bottomed Girls, ma che forse sono diventati così manicali da perdere di vista quello da cui anche la loro passione era nata: la poesia.

Io stesso, che sono tra quelli che hanno dato più soldi a Brian May e Roger Taylor che all’industria tessile, inizialmente guardai il film con occhi severi, per poi ricredermi dopo una visione meno razionale. È un po’ come il tuo vicino di casa cantante che va a vedere Bob Dylan e ti dice che gracchia o il musicista mancato che va a sentire i Guns ‘N Roses sottolineando che siano scarsi. Come direbbe Jimmy Page, tuttavia, qui parliamo di emozioni e dire che Bohemian Rhapsody non sia in grado di emozionare equivale a mentire sapendo di farlo.

Il bello dei Queen e il vero scopo da sempre manifestato dallo stesso Freddie Mercury era proprio quello di intrattenere il proprio pubblico, non di indottrinarlo. Non gli interessava parlare di politica, né sottolineare quanto schifo facesse il mondo (pur riconoscendolo), l’unico suo scopo era farci dimenticare per un paio d’ore tutti i problemi della nostra esistenza. E, in questo senso, l’obiettivo del film mi pare assolutamente raggiunto. Oggi, chi veniva deriso per aver parlato di Oscar ha ottenuto una parziale rivincita: quella sarà una partita molto più difficile, ma è bello pensare che Rami Malek, lui sì osannato anche dal fandom più estremo, possa puntare a portare Mercury nell’olimpo della Settima Arte.