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L’uomo di primavera

di Luca Garro

«’In fondo tutto sta fermo‘. Questo è un giusto insegnamento invernale, una cosa buona per tempi infecondi, un buon confronto per gli ibernanti e i poltroni. ‘In fondo tutto sta fermo’: ma il vento di primavera predica il contrario. Il vento del disgelo, un toro, che non è il toro che tira l’aratro, un toro furioso, distruttore, che spezza il ghiaccio con le sue ‘rabbiose corna! Tuttavia il ghiaccio spezza le passerelle!».

È molto probabile che, da lettore di Nietzsche qual è, Vasco conosca bene il passo di Così Parlò Zaratustra in cui il filosofo tedesco narra della forza, insieme distruttrice e rigeneratrice, della primavera. Non può essere un caso che la quasi totalità dei suoi album siano stati pubblicati nella stagione che, nell’immaginario collettivo e nella cultura di ogni epoca, viene da sempre associata ai concetti di risveglio, rinascita, liberazione. In particolare, è proprio il mese di aprile il prediletto del cantautore, che 30 anni fa (l’8 aprile) pubblicava Liberi liberi, dopo aver già fatto uscire Non siamo mica gli americani! (30 aprile 1979), Colpa d’Alfredo (3 aprile 1980), Siamo solo noi (9 aprile 1981), Vado al massimo (13 aprile 1982) e Bollicine (14 aprile 1983).

Un mese che, per la sua posizione nel calendario, si lega al numero quattro, associato dalle antiche numerologie alla Madre Terra, cioè alla summa di tutto ciò che è solido, tangibile e concreto, in antitesi al cielo. Concetti molto cari alla poetica e alla filosofia vaschiana e perfettamente racchiusi nella celebre massima “il cielo lasciamolo ai passeri”. Dunque, la consuetudine di pubblicare album in questa parte dell’anno può essere considerata una pura, per quanto ripetuta, coincidenza? Difficile crederlo, anche perché, a partire da Non siamo mica gli americani la primavera inizia a comparire con sempre più frequenza all’interno dei testi delle sue canzoni.

«La primavera insiste la mattina, dalla mia cucina vedo il mondo tondo», canta in Fegato, fegato spappolato. Due anni dopo, in un altro disco di aprile (Siamo solo noi), «la primavera bussa alle porte, entra dalle finestre e si infila sotto le gonne delle donne», è una forza che genera “scompiglio” e stravolge il corso delle cose (Ieri ho sgozzato mio figlio). Sono parole che ricordano da vicino quelle scelte dal suo idolo, Fabrizio De André, per descrivere i turbamenti di Un chimico:«Primavera non bussa, lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura, ha le labbra di carne, i capelli di grano, che paura, che voglia che ti prenda per mano. Che paura, che voglia che ti porti lontano». Un legame poetico, suggellato da una stagione gioiosa e terribile, grandiosa e potenzialmente fatale.

Per antonomasia, però, la primavera è la stagione dei fiori che sbocciano: basti pensare che per le culture italiche, come quella romana, la dèa della primavera era chiamata Flora. Ma non sono solo i petali a schiudersi per un attimo fugace di bellezza: «le canzoni son come i fiori: nascon da sole. E sono come i sogni, e a noi non resta che scriverle in fretta perché poi svaniscono», ci dice Vasco in Una canzone per te, altra gemma da un’altra fioritura primaverile (Bollicine). In età adulta e con molte più primavere sulle spalle, il Blasco avrebbe ribadito questo senso di transitorietà e impeto ne L’uomo più semplice che c’è: «Sono l’uomo più semplice che c’è, sono l’uomo giusto per te, sono l’uomo di questa sera, sono l’uomo di primavera!», arriva a dichiarare nei suoi versi.

Come si diceva, la bella stagione ha anche un volto terribile. La madre progenitrice, Gaia, era associata alla fertilità (“si infila sotto le gonne…”) ma presiedeva alla forza devastatrice e crudele dei terremoti: come in tutte le religioni, il dio dà e il dio toglie. Un dualismo ambiguo e pericoloso che ha particolare efficacia se associato all’archetipo ambivalente della donna, per come è stato delineato dalle antiche civiltà del passato. Una figura che accoglie, che genera, ma che può anche sedurre e divorare: allora, la donna è primavera per Vasco, il simbolo di qualcosa che si desidera, che arriva d’improvviso stravolgendo tutto, e che – come la forza primordiale narrata da Nietzsche – spezza ponti e passerelle, lasciando tanta nostalgia quanto timore.

Tuttavia, qualcosa stride: nelle filosofie orientali così come nel rituale dei Misteri Eleusini , la primavera è il momento ideale per purificarsi. Una funzione che l’organismo, in buona parte, riserva al fegato