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Lo straordinario e irripetibile Festivalbar 1979

di Federico Pucci

L’estate sta finendo. Qualcuno finge di essere interessato a sapere quale sia stata la canzone che ha sbancato: ogni nicchia ha la sua, questa è la verità del 2019. Ma la nostra non è una storia di tormentoni, è il racconto di un periodo nel quale l’Italia era unita da una convinzione: l’estate terminava con la finalissima del Festivalbar. Da quando la manifestazione ha chiuso i battenti, nel 2007, l’estate ha perso i suoi confini romantici: resta solo il “ritorno al lavoro”, poveri noi. E così, per strada, abbiamo perso un momento di condivisione in nome di una musica leggera aperta alle novità, internazionale, spesso anticonformista, quasi sempre epica.

L’8 settembre di 40 anni fa andava in scena una finalissima all’Arena di Verona che lo dimostrava perfettamente. Ma sarebbe un equivoco ricordare solo l’evento conclusivo (rigorosamente in playback), o peggio ancora far coincidere il Festivalbar con il suo epilogo in diretta tv. Il succo era nella competizione tra le canzoni dell’estate, e nella soddisfazione di ritrovarle tutte nelle mitologiche compilation, lanciate nel 1978: una sorta di Nazioni Unite del Pop nella quale – come si dice – ce n’era per tutti. Sembra incredibile, ad esempio, che la canzone più gettonata del 1978 (ex aequo con gli Alunni del Sole) sia stata una traccia dolcemente inquietante come Wuthering Heights di Kate Bush, a dimostrare l’importanza di un grande ritornello.

Già, abbiamo detto gettonata: in questo caso non è una metafora stantia. Piccolo momento storico. Il vincitore della rassegna veniva scelto in base al calcolo dei gettoni versati su un campione di juke-box sparsi sul territorio nazionale. Il gettone (100 lire per tre canzoni, almeno secondo le tariffe del 1972) era un metro meritocratico, ma anche a grosso rischio omologazione: nessuno avrebbe speso una lira per una canzone che non gli piaceva; e del resto chi avrebbe messo su una canzone del tutto fuori dai canoni accettati, rischiando i fischi di tutto il locale? Non che le cose siano cambiate molto, nell’epoca dello streaming solitario e privato, considerati i numeri plebiscitari a favore della trap: perché il conformismo è a monte. Una prima differenza netta, tra oggi e allora, sta nell’impatto tangibile di quei successi: la canzone vincitrice del 1979, Tu sei l’unica donna per me di Alan Sorrenti fu gettonata 15 milioni di volte, stando alle cronache dell’epoca. Se oggi una canzone realizzasse 15 milioni di stream in un paio di mesi, si griderebbe al miracolo: questo nonostante YouTube e Spotify siano letteralmente o virtualmente gratuite per l’utente.

Cifre astronomiche, specie se si misura la grandezza non solo degli artisti in astratto, ma delle canzoni in concorso. Partiamo da Je so’ pazzo, uno dei migliori blues della storia italiana, a mani basse: Pino Daniele, già premiato l’anno prima con un Discoverde (il riconoscimento per i giovani artisti), porta un saggio di carattere dolciastro e cazzuto, l’antipasto del capolavoro Nero a metà che sarebbe arrivato l’anno dopo.

Il grosso delle canzoni in gara seguiva la moda dell’epoca, fatta di groove funky e sonorità discomusic. Ma questo non vuol dire che non ci fossero perle totali di questa wave, di quelle che sono rimaste godibilissime e a tratti geniali anche a quattro decenni di distanza. Tipo Splendido splendente di Rettore, racconto punk-chic dove l’edonismo e il narcisismo diventano crudeltà autoinflitta e ossessione grazie alla metafora della chirurgia estetica, come in un romanzo di Don DeLillo. Un passo in più rispetto alla complicità ammiccante di Comprami di Viola Valentino, degna concorrente ma dal grado di assurdità troppo inferiore per superare Rettore.

Se parliamo di grandissime donne, la palma però va data a Loredana Bertè, che si staglia tra le tante tarde imitazioni della disco e altre scialbe presenze con quello che viene universalmente riconosciuto come il primo pezzo reggae italiano. E che pezzo, … E la luna bussò, memorabile per la “novità” del reggae ma anche per il testo di Avogadro e Pace, una specie di sogno leopardiano immerso in un mondo glamour lisergico, narrato al passato remoto da una voce impazzita. Menzione d’onore anche per 15 bambini di Eugenio Finardi, sempre caraibico, ma molto meno groovy.

Ma è solo l’inizio: ricordare l’edizione 1979 del Festivalbar significa trovarsi a citare alcune delle più importanti canzoni dell’ultimo spicchio di Seventies. Inni assoluti come Hot Stuff di Donna Summer e I Will Survive di Gloria Gaynor, Boogie Wonderland degli Earth, Wind & Fire: tutti pezzi capaci di superare i canoni disco e parlare al rock, al pop, al jazz; tutte canzoni centrali nei rispettivi repertori; tutti artisti assenti dalla finale, purtroppo. C’è invece Mia Martini, con una canzone orgogliosamente fuori moda, una delle sue migliori: Danza è etnica, urbana, uno splendido enigma. Un pezzo piombato lì non si sa bene da dove, quasi quanto My Time di Ann Steel (cioè, Roberto Cacciapaglia), chicca semisconosciuta da riscoprire di quell’edizione.

A proposito di semisconosciuti, naturalmente il cartellone non era solo fatto di campionissimi. Tra i Pooh piegati al gusto satinato dell’epoca (un po’ come Paul McCartney e i suoi Wings in Goodnight Tonight) e un Angelo Branduardi che presenta all’Arena di Verona nientemeno che Cogli la prima mela, c’erano infatti fenomeni destinati a durare come moscerini della frutta: come Euro Cristiani, incredibilmente, non il nome di una formazione politica centrista. Ci sono i casi del momento come Asha Puthli, piombata dal film Squadra antigangsters (sì, quello di Tomas Milian) con il suo pezzo sadomaso. E tra questi perfetti sconosciuti, magari sbucano progetti già proiettati verso la italodisco, come i Number One Ensemble o i D.D. Sound dei La Bionda. Insomma, il quadro era vario, composto non solo di presunte star che suonano la stessa canzone e scrivono gli stessi luoghi comuni. Certo, gli occhiali della nostalgia ci fanno vedere il passato con un’indulgenza speciale: ma se si guarda all’estrema varietà di quei cartelloni, di quelle compilation e di quelle estati, almeno fino al 2007, non si può non pensare che per strada qualcosa si è perso.