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L’It pop spiegato: Paracetamolo di Calcutta

di Federico Pucci

Da quasi 5 anni, parlare di indie in Italia non è più questione di blog e riviste specializzate. Il mercato e la critica stanno premiando una nuova leva di musicisti di diverse sensibilità ed estrazioni, ma accomunati dal non essere usciti dai talent show. Lo spettacolo indubbiamente epocale di Edoardo D’Erme, in arte Calcutta, sul palco dello stadio di Latina e dell’arena di Verona non può non farci riflettere su qualcosa che a buon diritto è ora di chiamare pop: it-pop, se vogliamo. Ma alla fine, com’è fatto questo benedetto indie? Vediamolo una canzone alla volta e cominciamo con un brano che, a dispetto della stagione, da settimane si fa valere contro tormentoni e trap in radio e in streaming. Parliamo di Paracetamolo di Calcutta, singolo estratto dal terzo album del cantautore laziale, Evergreen, uscito a maggio.

La hit è senz’altro uno dei momenti di scrittura e produzione più solidi del disco, insieme con Pesto e Kiwi, ma anche uno degli esempi migliori di quel che Calcutta ha dimostrato dall’exploit inaspettato di Mainstream: una capacità di riproporre nel mondo di oggi alcuni espedienti del rock e del pop del secolo scorso.

Il pezzo si apre senza preamboli, con la voce affondata nel riverbero e un pianoforte, ma un’idea già chiara di dove andare e un claim fortissimo: “Lo sai che la Tachipirina 500 se ne prendi due diventa 1000?” è, che piaccia o meno, una delle frasi che ci porteremo dietro di questo bizzarro 2018. Ce la ricorderemo per la sua ingenua e geniale spontaneità, quella spontaneità a cui si pensa spesso leggendo le rime di Calcutta, tra le tante seconde persone singolari e colpi di genio fatti così, quasi slogan situazionisti. La riproducibilità tecnica dell’autentico è da sempre nel mirino del pop, e l’epoca della comunicazione disintermediata di politici e artisti ha reso ancora più urgente un contatto diretto, che arrivi non solo dalla famigerata “presenza social”. E mentre la lirica di tante popstar affezionate ai fenomeni atmosferici si perde in similitudini dove uno stato d’animo universale è paragonato a qualcosa di ancora più vago, la nuova generazione parla di simboli e luoghi concreti e riconoscibili.

Non è una novità assoluta, se si pensa alla provincia emiliana di Max Collini, alle allusioni dei Baustelle, all’universo pop dei Cani: tutti sintomi di un bisogno di chiamare le cose con il loro nome, un’attitudine senz’altro imparata anche da punk e hip-hop. Ma c’è pure un diverso approccio al sentimento, espresso senza remore: qui ad esempio non c’è timore di apparire sdolcinati quando si dice “Sento il cuore a mille”, ma altrove la melassa è filtrata da qualche gioco (“Mi ero addormentato di te”, in Pesto). L’ironia, nell’it-pop, è un atteggiamento che non ha più tanto valore: sembra di rileggere quella narrativa americana che con autori come David Foster Wallace aveva reagito al distacco della generazione precedente, un sussulto chiamato new sincerity che influenzò anche la musica. Come quella dei Bright Eyes, di cui Calcutta è fan professato. Questa forma di reazione finisce sempre per cercare risposte in un’epoca percepita come più semplice, l’era dei classici: e così, mentre si parla di sconforti millennial e nebbie chimico-farmacologiche, i suoni guardano molto indietro.

Non è solo questione di timbri: non è insomma l’inflessione in cui si pronucia il “discorso”, è proprio la sintassi a essere classica. Lo si respira da subito nel giro di accordi, che ha modelli d’altri tempi come le strofe di Julia dei Beatles, ma ricorda anche l’andatura di First Day Of My Life dei già citati Bright Eyes, un continuo ondeggiare di aperture e malinconie. Altro tocco classico è il preludio in minore che precede il ritornello: così costruito, il pre-chorus è come un piccolo precipizio, non diverso da quello che anticipa l’esplosione di Dancing Queen (“And when you get the chance…”). Così, il ritornello, già forte di suo, arriva di slancio, con quel suo solito giro e soprattutto con il motivo centrale.

A proposito di quel ta-ra-dadada ta-ra-dadada (il riff che caratterizza tutto il pezzo), appena la canzone uscì molti fecero paragoni con la frase di pianoforte che apre Sparring partner di Paolo Conte. Le differenze sono oggettive, questione di note ma soprattutto di funzioni molto diverse: in Conte è un refrain con un giro tutto suo, di fatto un ritornello strumentale; in Calcutta è strettamente legato alla tonalità del brano, anzi la rafforza con il suo movimento ondulatorio che ricorda i cosiddetti hook della tradizione blues. Un maestro di questa tecnica in Italia fu Lucio Dalla, altro riferimento di Calcutta: basti pensare al pianoforte in Milano e a tutti i motivetti con sillabe improvvisate delle sue canzoni. La furbizia qui sta anzi nel rafforzare questa frase con un vero e proprio ta-ra-dadada: se in primissima battuta la frase è suonata solo dalla chitarra di Giorgio Poi e quindi ribadita dalla tastiera, nel ritornello se si presta attenzione si nota una traccia vocale un po’ nascosta che la intona senza vergogna.

Altri echi di Dalla, quello più psichedelico, si ritrovano nel breve e geniale bridge (“Canto di gabbiano dentro la mia mano”), dove il battito si ferma, la tonalità cambia (ma non troppo) e tutto cospira a farci tuffare di testa nel ritornello, ancora una volta. Se il pezzo fila è anche merito di una melodia costruita su poche note ma con i giusti salti e i giusti acuti, per dare enfasi senza fare i fenomeni: un espediente noto a grandi scrittori di melodie, come Lucio Battisti o Kurt Cobain, che hanno così sopperito a voci certo non tra le più tecniche. Ma è abbracciando i limiti che si scrivono grandi canzoni, e quando il canto di Calcutta gratta, il pubblico a malapena può sentirlo, sommerso dai suoi stessi cori in un grande rituale it-pop.

Foto di Gianluca Palma